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January 25 Ghiaccio diverso, paesaggio diverso
Per molti di noi i Poli sono una meta lontana e irraggiungibile. Come lo sono per me. Ho cercato di capire cosa vedrei attorno a me se per assurdo chiudessi gli occhi e riaprendoli, mi ritrovassi nel punto estremo più a nord o più a sud della Terra. Cosa avrei davanti agli occhi? Soltanto un immenso paesaggio ghiacciato.Venuto fuori da cosa? Neve? Forse. Ora però so che non sarebbe solo quella. L’Artico. Ecco; l’Artico non è fatto di neve. L’Artico è un oceano. Soltanto un oceano. Una distesa di acqua marina ghiacciata che avvolge il capo della Terra come fosse un berretto. E’ per questo che si chiama anche “calotta polare”. Attorno a questo mare ghiacciato, un recinto di isole e continenti lo cinge come i petali di una corolla: Groenlandia, Lapponia, Siberia, Canada, Alaska. Una distesa ghiacciata circondata da terraferma, dove d’estate si affaccia timido il sole e l’acqua disciolta va a disperdersi nei grandi oceani confinanti. E poi l’Antartide, gli antipodi, il sud della Terra visitato “a testa in giù”. L’Antartide è terraferma allo stato puro, sepolta sotto tonnellate e tonnellate di ghiaccio. Non è mare; è terra. E’ quella porzione di pianeta inesplorato che qualcuno ha chiamato”il sesto continente”. Un ghiaccio dove il sole e il vento scrivono tracce del loro passaggio. Un ghiaccio dove il vento scava crepacci e misteriose sculture. Un ghiaccio dove il sole scioglie gli strati più superficiali di neve formando i nevai, lasciando sepolti gli strati più profondi di permafrost, il ghiaccio perenne, quello che il tepore del sole non può mai sfiorare. Il sale e il sole, l’uno a nord, l’altro a sud, muovono queste enormi masse ghiacciate. Il ghiaccio del polo Nord è un ghiaccio marino. E’ salato e questa concentrazione di sale lo fa diventare più pesante. Gli strati di ghiaccio salato, quindi, affondano e lasciano risalire dal basso le masse d’acqua più leggere, che verranno ghiacciate dal gelo e sprofonderanno a loro volta. Avrei un mare sotto i piedi che si muove di continuo, dove al moto verticale si unisce quello esteso dei piccoli blocchi di ghiaccio che si spostano alla deriva. Il ghiaccio in Antartide, al contrario, è statico, ma al suo interno è scritto il trascorrere del tempo. Questo ghiaccio sì che è fatto di neve. Neve sulla quale si accumula altra neve. E’ così che lo strato sepolto diventa permafrost. Lo strato più superficiale, che d’estate rimane esposto ai raggi solari, si discioglie e diventa nevaio. Un nevaio è lo strato intermedio tra la neve che è soffice e il ghiaccio che è compatto. Il sole scioglie la neve e subito dopo si raffredda nuovamente. Piccole gocce di ghiaccio disciolto si staccano dalle pareti sospese di roccia. Poi ricongelano, dando vita a stalattiti di cristallo. Così, strati di permafrost si alternano a strati di ghiaccio più giovane e sotto i piedi di un esploratore in Antartide, si sovrappongono scrivendo la loro storia, come gli anelli nel tronco di un albero.
Questo territorio desolato ha un suo simbolo di spicco. Se chiudessi gli occhi, qual è la prima cosa che immagineresti? Sono gli iceberg, le immense montagne bianche che si muovono alla deriva e che qualcuno ha battezzato “i vascelli fantasma”, per l’immediatezza con cui compaiono dinnanzi alle imbarcazioni, senza quasi lasciare il tempo di decidere e reagire. Sono immensi rilievi di ghiaccio puro. Immensi perché ciò che vediamo sporgere dall’oceano, è solo un settimo della loro massa totale. Sotto la superficie dell’acqua, continuano ad estendersi mastodontici. Gli iceberg dell’Artico hanno le cime appuntite e la forma di un pendio tipica delle montagne. Gli iceberg antartici, no. S’innalzano come enormi totem, hanno la cima smussata e le pareti a picco. Un paesaggio diverso, ma in un ambiente simile, quasi identico. Quel ghiaccio non ha la parola, eppure ci parla. Basta osservarlo e semmai dovessi esserne all’oscuro, ti dirà dove ti trovi. (Marina.celta)
January 24 Notizie su Porto EmpedocleRagazzi, vi porto notizie su Porto Empedocle. Chiunque abbia visitato il blog di Ghita e Mjke che si trova se cliccate qui, sa di cosa sto parlando. Per caso stavo vedendo Forum, oggi pomeriggio su Retequattro. Sapete che un piccolo spazio della trasmissione è dedicato ai nostri amici cani. Così, a un tratto, c’era in collegamento telefonico il sindaco di Porto Empedocle. In pratica, riassumendo, è successo tutto questo: otto mesi fa, il canile di Porto Empedocle è diventato di proprietà di un privato, che avrebbe dovuto smantellarlo per costruirci sopra una fabbrica. Circa 230 cani, si sarebbero così trovati per strada. Perciò i volontari del canile (una signora in particolare), si sono adoperati per una vastissima campagna di adozioni che ha abbracciato tutta l’Italia. Stando alle parole del sindaco, tutti questi cani sarebbero stati identificati e microchippati. Quando veniva contattata una famiglia disponibile e concordato l’affido, ogni cane veniva portato in aeroporto, pulito con cura e messo in aereo. Rita Dalla Chiesa ha raccontato che secondo alcune email, anche i cani più aggressivi e mordaci, una volta collocati nelle famiglie, si sono calmati e ci sono fotografie a dimostrare che hanno accettato il collare. I cani che non sono riusciti a trovare una casa, si trovano ora in un nuovo canile. Anche loro, però, attendono una famiglia. Al di là di questo, il sindaco teneva a dire che insomma, tutto è andato bene. Purtroppo, a causa di questi vandali bastardi, Porto Empedocle si è creata una pessima fama agli occhi di tutti noi. Il sindaco voleva rettificare questa informazione e dire che invece moltissimi cittadini proprio di Porto Empedocle, si erano in realtà adoperati apposta per accudire e curare questi sfortunati cani. Le foto shock che sono apparse sul blog di Mjke, ritraggono una cagnetta che era stata appunto adottata da un cittadino amorevole di Porto Empedocle. Purtroppo, un brutto mattino, questo signore ha trovato quel pessimo spettacolo davanti il portone di casa. BASTARDI!
January 23 Teneri cuccioli
L'amore per gli animali s'impara sin dai primi sguardi. Infatti questi cuccioli sono tratti dal bellissimo libro: "Storie di cuccioli" edito da Larus. La mia bambina di tre anni lo ha gradito molto. Se vi piacciono prelevateli pure, ma come per tutti i miei altri lavori di grafica, postateli col codice che vi lascio, perchè contiene un link al mio sito. Mi sembra giusto, no? (Marina.celta) <a href=http://mmarinacelta.spaces.live.com/><img src="http://img262.imageshack.us/img262/7328/erinamt8.gif" border="0" alt="Profondo Blu"/></a> <a href=http://mmarinacelta.spaces.live.com/><img src="http://img262.imageshack.us/img262/4281/rebbytx2.gif" border="0" alt="Profondo Blu"/></a>
<a href=http://marinacelta.spaces.live.com/><img src="http://img262.imageshack.us/img262/2650/lillyyt8.gif" border="0" alt="Profondo Blu"/></a> <a target='_blank' title='Profondo Blu'href='http://marinacelta.spaceslive.com//'><img src='http://img341.imageshack.us/img341/8189/musinoxn2.gif' border='0'/></a>
January 22 Un cucciolo di Leone e una carrambata pazzesca
Sono bellezze della natura! Questi due tipi hanno preso questo cucciolo dallo zoo in cui era appena nato. Dopo qualche tempo crebbe e fu difficile tenerlo in casa. Perciò decisero di riportarlo in Africa, la sua terra madre. Un anno dopo i due tipi decisero di andare in Africa e rivedere il cucciolo.... Guardate cosa è successo.
Il leone ha riconosciuto immediatamente i suoi amici e si è fiondato persino ad abbracciarli. Questo video è stato anche esposto da National Geographic. Non c'è che dire; a volte la natura ci riserva delle sorprese meravigliose! Home progetto anelloBenvenuti nella home page del PROGETTO ANELLO Un cucciolo di leone e una carrambata pazzesca Pino, un pappagallo, un amico che non c'è più
January 21 Introduzione del PROGETTO ANELLOQuesta sezione è nata da un’idea. Un giorno, mentre mi occupavo dello squalo bianco, che è quello più pericoloso e di cui l’uomo ha ragionevolmente più paura, mi sono ritrovata a pensare…. Ho pensato ai cani. Proprio loro, che si avvicinano giocherelloni e coccoloni, che non hanno il nostro dono della parola, però da un loro sguardo, un padrone sa di aver capito tutto. Proprio loro, una volta, tantissimo tempo fa, quando l’uomo viveva nelle caverne, erano lupi. Lupi che l’uomo temeva allontanandoli col fuoco. Poi un giorno, come racconta Konrad Lorenz, qualcuno ha provato a offrire loro protezione e a farsi aiutare a sua volta. Quello fu l’inizio. L’inizio di una lunga e proficua collaborazione che sarebbe durata per millenni, ma anche di un lungo cambiamento evolutivo che trasformò questo animale ostile e selvaggio (il lupo), in un altro condiscendente e domestico: il cane. Ho provato a immaginare cosa succederebbe se si potesse coinvolgere in questo atteggiamento di fiducia e approccio, tutti gli altri animali della Terra. Ci sarebbe innanzitutto un primo vantaggio, per cui la storia non è maestra di vita solo per fare le guerre. Il mio progetto è creare un rapporto di reciproca fiducia tra uomo e animale. Cancellare la concezione dell’animale come aggressivo e dell’uomo come nemico. Alcune rare persone sono riuscite in questo intento. Hanno creato con gli animali un rapporto di dialogo e reciproca fiducia. E poi ci hanno comunicato la loro esperienza e l’ hanno condivisa con noi. Ho scelto di chiamare questo progetto: “PROGETTO ANELLO”. L’anello unisce due estremità di una catena che da sole non possono combaciare; le unisce e le tiene salde. Questo è il grande pregio di queste persone: essere l’anello tra gli animali e noi. Per allestire questo progetto sono alla ricerca di testimonianze particolari attraverso le quali, alcune persone dotate di grande sensibilità e conoscenza dell’animale, sono riuscite in imprese impossibili, come farsi accettare da un animale esotico, o selvatico, o feroce. Chiunque tra i miei amici, fosse a conoscenza di episodi che corrispondano a questa descrizione, può, a suo piacere, segnalarmeli e contribuire alla crescita di questo progetto via web. Verrete citati nei miei post. La cosa importante è ricordarvi che nelle vostre segnalazioni mi aspetto di trovarci la componente “fiducia”, non “addomesticamento”, perché sono due cose diverse. Grazie a tutti. (Marina.celta) January 19 Proteggiamo il mare degli orsi polari in Alaska (petizione)
Noi sottoscritti giriamo la seguente petizione: Congela lo sfruttamento e proteggi il Regno degli Orsi Polari in Alaska Destinatario: Segretario degli Interni, Dirk Kempthorne Sponsor: Sierra Club In un periodo in cui il futuro degli orsi polari è scritto su questi ghiacci, non c’è tempo di aggiungere il danno alla beffa nel loro fragile ambiente polare. Eppure può succedere. I mari di Chukchi e Beaufort in Alaska – conosciuti anche come i mari degli orsi polari – verranno aperti allo sfruttamento agli inizi di febbraio. Per favore, aiutateci a proteggerli da ulteriori atrocità firmando questa petizione al Segretario degli Interni, Dirk Kempthorne. Traduzione anteprima email: L’orso polare è una delle creature naturali più belle e ricche di potenzialità. Ma ora l’innalzamento della temperatura del globo minaccia di cancellarle. La perdita allarmante di ghiaccio nell’Oceano Artico obbliga gli orsi a raggiungere lunghe distanze per cacciare. In più moltissimi orsi vengono ritrovati in stato di soffocamento, fame o sottopeso. Gli studiosi avanzano l’orribile previsione che possiamo perdere questi maestosi animali prima della fine del secolo, a meno che non infrangiamo l’inquinamento che fa innalzare la temperatura ambientale e non stabilizziamo il ghiaccio marino che si sta disciogliendo. Sosteniamo ogni genere di sforzo per sostenere gli orsi polari. Collocare gli orsi polari nella lista delle specie in pericolo, vuol dire riconoscere per la prima volta che il surriscaldamento del pianeta costituisce una minaccia alla loro sopravvivenza. Istituire una categorizzazione ci aiuterebbe a impiegare la tecnologia e gli strumenti di cui disponiamo per combattere il surriscaldamento del pianeta e prevenire le imminenti perdite di ghiaccio marino. Come nazione, dobbiamo diminuire il nostro legame con le risorse di energia inquinanti che provocano il surriscaldamento del globo. Altrimenti la calotta polare continuerà a disciogliersi. Alcuni chimici credono che la calotta polare potrebbe scomparire completamente dall’anno 2050, la qual cosa sarebbe una catastrofe per gli orsi polari, ma anche per molti altri animali, comprese le persone. La sollecito ad agire tempestivamente per salvare gli orsi bianchi contrassegnandoli come specie in stato di minaccia. Vi sollecito inoltre ad effettuare progressi reali per proteggere quest’orso e prestare soccorso alle sue riserve e di cessare lo sfruttamento pericoloso e contaminante del mare aperto, nei mari di Chukchi e Beaufort – Il Regno degli orsi Polari. Cordialmente [il tuo nome] clicca QUI per firmare January 17 Contro il libero e incontrollato commercio di animali Giro questa petizione dal blog di Ghita e Mjke. Firmate e diffondete, grazie. (Marina.celta)
Fermiamo l'insistenza dei giapponesi nel massacro delle baleneNoi sottoscritti giriamo la seguente petizione: Giappone persevera nel massacro di balene – Fermiamone la caccia!Destinatario: Ryozo Kato, ambasciatore del Giappone Sponsor: Fondo Internazionale per la Tutela degli Animali (IFAW - International Fund Animal Welfare) Il governo giapponese si sforza di difendere il suo programma di caccia alle balene, chiamandolo programma scientifico. In realtà questo programma di morte non è altro che un illegale affare commerciale sulle balene camuffato. Non abbiamo bisogno di uccidere le balene per studiarle, nel ventunesimo secolo! Sono state uccise più di 30,000 balene da quando, nel 1986, è entrato in vigore un divieto universale sul commercio di balene. Il Giappone non deve continuare il suo progetto! Dite al Giappone di mantenersi saldo nella sua promessa di non prendere di mira le megattere e di smettere immediatamente questo massacro annuale di balene senza senso.
Per firmare la petizione clicca QUI. Ecco di seguito il corpo dell’email, così come verrà inviata all'Ambasciatore: Il Giappone persevera nel massacro di balene – Fermiamone la caccia! Gentile Signor Ambasciatore, il Giappone mette a morte più di 1,400 balene all’anno, malgrado un divieto universale sul loro commercio. Il vostro governo sta cercando di giustificare il progetto sulle balene chiamandolo un progetto scientifico, ma in realtà questo strumento scientifico di morte non è altro che un commercio illecito di balene camuffato. Non abbiamo bisogno di uccidere le balene per studiarle nel ventunesimo secolo! [Qui verrà aggiunto un vostro commento personale se lo inserirete] Rispettosamente vi sollecito a convincere il governo perché fermi questa pratica illegale sulle balene. Cordialmente [Qui figurerà il vostro nome] [Qui invece il vostro indirizzo] Presto, firmate numerosi e magari, se potete, prendete anche visione delle altre petizioni nella sezione degli animali sulla terraferma; basta cliccare sul bannerino con i due coniglietti. Alcuni sfortunati orsi polari vengono cacciati e portati a casa come trofei. Non dimenticate di firmare anche quella di Akela dove chiediamo a gran voce che sull'etichetta del Frontline venga indicato più a chiare lettere che non va somministrato ai roditori. Firmate e se potete, girate. Grazie di cuore. (Marina.celta) January 16 Il pesce pagliaccio
Il piccolo pesce che vedete qui in alto non è soltanto una creazione cinematografica. Nemo e il suo papà, infatti, con la loro storia palpitante, rappresentano il tipico pesce pagliaccio australiano (Amphiprion akindynos). Vediamo insieme ciò che ha reso questa minuscola creatura unica e speciale. Tutte le specie di questo pesce sono diffuse tra l’Oceano Indiano orientale e il Pacifico occidentale. E’ qui, infatti, che si distende l’immensa barriera corallina, un giardino subacqueo fiorito e ricco di forme di vita. Il pesce pagliaccio si è stabilito proprio qui per una motivazione ben precisa: l’immensa disponibilità di cibo. Coralli e alghe producono fitoplancton e richiamano zooplancton, di cui i pesci pagliaccio si nutrono. Non solo; è più facile in questo giardino così rigoglioso, trovare dei pertugi che consentano di ripararsi dai grandi predatori. Tra questi anfratti microscopici, tra queste folte alghe, si prospetta un rifugio definitivo e sicuro. E’ qui, infatti, che il pesce pagliaccio sceglie la sua casa. Mentre i pesci pagliaccio di taglia più grande possono scegliere di stabilirsi in qualunque corallo a seconda della specie, i pesci pagliaccio che hanno dimensioni più piccole hanno una sola possibilità: l’anemone di mare o attinia. Questo corallo, tuttavia, ha la peculiarità di essere estremamente velenoso. Se al tatto, o attraverso l’olfatto, percepisce un corpo estraneo, fa attivare i nematocisti, che sono delle piccole ghiandole velenifere distribuite lungo i tentacoli, in grado di produrre un liquido estremamente urticante che paralizza l’incauto, o malcapitato, organismo estraneo. Il pesce pagliaccio è l’unico essere vivente ad essersi dimostrato immune a questo veleno. La spiegazione sta nel fatto che questo pesce è ricoperto da un muco che in qualche modo neutralizza l’azione dei nematocisti e non fa “scattare la trappola” del liquido urticante. Tuttavia, l‘approccio di un pesce pagliaccio col suo anemone non è affatto immediato; le prime volte, anche il pesce pagliaccio può essere attaccato o ferito. La sua esposizione è quindi graduale; comincia con l’esporre una pinna, in modo tale da poterla ritrarre subito, in caso di ustione. Poi, gradualmente, espone una superficie del corpo sempre più estesa e per una durata di tempo sempre maggiore, finché non riesce a stabilirvisi definitivamente. Non è nuovo che alcuni animali debbano “collaborare” con altri per potersi nutrire e sopravvivere. Per questo si legano a vicenda, l’uno all’altro. E’ questa la regola di base della simbiosi, che può avere tre diverse sfaccettature. La prima di MUTUALISMO, cioè i due simbionti traggono vantaggio entrambi reciprocamente dalla loro unione. Oppure il COMMENSALISMO; un simbionte si lega a un altro traendone vantaggio esso soltanto, senza però nuocere all’altro in alcun modo. Infine il PARASSITISMO, la forma di dipendenza più maligna; un organismo si lega a un altro alimentandosi a spese di quest’ultimo, lo danneggia e in casi estremi, lo uccide. Il pesce pagliaccio e l’anemone sono riusciti a stabilire il primo di questi rapporti, il mutualismo, cioè sono riusciti a trarre vantaggio l’uno dall’altro. Quando un predatore più grosso cerca di catturarlo, il piccolo pesce pagliaccio fa ritorno alla sua casa, cioè all’anemone. Il suo intento non è solo trovare un riparo; si sta offrendo come esca per trascinare il predatore verso l’anemone, in modo tale che esso possa catturarlo, ucciderlo, decomporlo e dividere gli avanzi del pasto con il pesce pagliaccio. Il pesce pagliaccio a sua volta, trae rifugio e cibo dall’anemone fagocitando non solo i suoi avanzi, ma anche i suoi tentacoli malati ormai inservibili. Insomma, un’attinia dona al pesce pagliaccio protezione e cibo. Il pesce pagliaccio, in cambio, le procura anch’esso del cibo e in più, si fa carico della sua “manutenzione” e pulizia. Questo rapporto è stretto e imprescindibile. Soprattutto lo è per i pesci pagliaccio di taglia più piccola, perché mentre le specie più grosse nuotano liberamente e all’aperto, fuori dal corallo o da qualunque invertebrato li ospiti, i pesci pagliaccio più piccoli non solo sono vincolati per le loro dimensioni, a scegliere di stabilirsi in un anemone, ma in più tendono a rimanerci all’interno, oppure nei più vicini paraggi. Il rapporto d’interdipendenza con un corallo è scritto nel loro codice genetico ed è imprescindibile: dev’esserci per forza. Quando alcune situazioni particolari portano all’allontanamento del pesce pagliaccio dal suo anemone, questi scava una buca, ci sotterra del cibo, dorme e fa la guardia esattamente come se fosse un anemone. Lo stesso avviene se decide di stabilirsi tra un ciuffo di alghe. Addirittura lo si è osservato introdursi tra le bollicine provocate da un arrivo d’aria compressa, perché pare avverta addosso la stessa sensazione fibrillante che provocano i tentacoli di un anemone. La scelta del tipo di corallo, inoltre, esclude ogni forma d’intelligenza, seppure spicciola. Il pesce pagliaccio non mette fuori dei criteri di scelta legati a una forma più complessa di valutazione. Nello scegliere, un corallo segue soltanto l’istinto. La scelta del corallo in cui stabilirsi ha luogo in gioventù e non cambia più per tutta la durata della vita. Anche se un pesce pagliaccio smarrisce la sua casa, ne sceglie un’altra che appartiene comunque alla stessa specie, ma non è in grado di riconoscere lo steso corallo, lo stesso esemplare, se per caso lo ritrovasse. Obbedisce quindi a un codice dettato dall’istinto, non a una scelta consapevole, valutativa, intelligente. Per tutta la vita rimane legato a una determinata specie di corallo, perché è scritto nel suo codice genetico che debba legarsi proprio a quella specie di corallo. Dimenticate poi l’idea che questo piccolo pesce sia indifeso e inoffensivo. Il pesce pagliaccio possiede un forte istinto territoriale e difende la sua casa e il suo territorio da ogni creatura molesta; attacca anche nemici di mole un po’ più grossa! E’ un pesciolino alle volte aggressivo, che mette fuori questo spirito guardingo e combattivo anche nei confronti di altri esemplari della sua stessa specie. Persino tra gli acquariofili è risaputo che non va collocato in acquario insieme ad altri pesci pagliaccio che non siano la compagna o il compagno, altrimenti potrebbe aggredirli. Anche la livrea vivacemente colorata obbedisce alla sua natura reattiva ed aggressiva. Il primo elemento cromatico che balza agli occhi sono le sue strisce bianche verticali. Queste hanno una funzione mimetica; quando il pesce sta nascosto tra i tentacoli del corallo, queste bande seguono il loro stesso allineamento in verticale smorzano il profilo del pesce, camuffandolo e rendendo possibile la mimetizzazione. In alcuni pesci pagliaccio questo sbalzo cromatico è molto evidente perché queste strisce bianche spiccano da un pigmento di base completamente nero. Tuttavia, come sappiamo, la tonalità più comune di base nel pesce pagliaccio, è di un bellissimo arancione acceso, tendente al rosso bruciato. Una livrea vivace è importantissima, perché proprio essa diventa uno strumento di avvertimento e di minaccia. Con il, suo aspetto così evidente sembra dire ad altri pesci o predatori: “State lontani da me!” Superati almeno i 7 cm per i pesci pagliaccio più piccoli, avviene la metamorfosi: un maschio può trasformarsi in femmina ed è in grado di deporre le uova. Tra di loro regna un evidente dimorfismo sessuale: la femmina è grande quasi il doppio del maschio. Quando depone le uova, le colloca in verticale, alla base del disco dell’anemone, così da sollecitare i tentacoli, che in risposta a questo stimolo tattile si chiudono attorno alle uova, creando un involucro di protezione. I pesci pagliaccio hanno anche un certo spirito di adattamento: pare che se vengono scrupolosamente ricostruite le caratteristiche esenziali del loro habitat (presenza di rocce, coralli e invertebrati appropriati, compagnie innocue), sono in grado di riprodursi anche in cattività. (Marina.celta) SPECIE DI PICCOLA TAGLIA Il maschio misura intorno ai 6 cm; la femmina può arrivare a 10, talvolta 12 centimetri. Rientra in questo gruppo anche il pesce pagliaccio australiano. Questi pesci si trattengono più che altro all'interno dell'anemone o nelle immediate vicinanze. Salvo alcune eccezioni, si legano più voleentieri all'attinia piuttosto che ad altri coralli.
Pesce pagliaccio comune (Amphiprion ocellaris) Proviene dall'Oceano Indiano orientale e da quasi tutto il pacifico tropicale. La livrea può avere due varietà differenti.
Pesce pagliaccio rosso e nero (Amphiprion melanopus) Zona tropicale del Pacifico: Bali e Filippine a est di Vanuatu e isole Marshall. Pinne pelviche completamente nere. Difficile accoppiamento.
Pesce pagliaccio pinne nere (Amphiprion nigripes) Sri Lanka e Maldive. Pinne pelviche color nero ebano. Conosciuto anche come pesce pagliaccio delle Maldive.
Pesce pagliaccio percula (Amphiprion percula) Australia, nuova Guinea e Melanesia a est delle isole Salomone. Simile al pesce pagliaccio comune, la sua livrea è più pigmentata di nero rispetto a quest'ultimo. Vive con tre specie di anemoni: Heteractis magnifica, Heteractis crispa e Stichodactyla gigantea.
Pesce pagliaccio rosa (Amphiprion perideraion) Dall'Oceano Indiano orientale al Pacifico occidentale, isole Tonga e Grande Barriera Corallina. Banda dorsale e secante l'opercolo branchiale dal tipico colore bianco.
Pesce pagliaccio arancione (Amphiprion sandaracinos) Pacifico occidentale. Ampia banda bianca dalla mascella fino alla base della coda. se invece l'intera coda è binca, si tratta probabilmente di un Amphiprion akallopisos.
SPECIE DI TAGLIA GRANDE Il maschio misura attorno ai 10 cm, la femmina intorno ai 15, ma il genere Premnas può arrivare anche a 17 centimetri. Sono più emancipati dal loro anemone e se ne allontanano molto spesso per nuotare liberi.
Pesce pagliaccio bifasciato (Amphiprion bicinctus) Mar Rosso e arcipelago delle Chagos nell'oceano Indiano occidentale. Livrea giallo tendente arancio, con due bande bianche verticali lungo la fascia pettorale.
Pesce pagliaccio di Clark (Amphiprion clarkii) Molto diffuso nell'Indo-Pacifico tropicale, tra Indonesia e Filippine. Catturato nell'oceano Indiano ed esportato attraverso lo Sri Lanka.
Pesce pagliaccio rosso a una striscia (Amphiprion frenatus) Oceano Pacifico tropicale occidentale. Presenta una sola striscia bianca verticale in corrispondenza delle branchie. Due bande nere presenti sul margine frontale delle pinne pelviche.
Pesce pagliaccio spinoso (Premnas biaculeatus) Quasi tutto l'Indo-Pacifico tropicale. Gli esemplari di Sumatra presentano ampie bande gialle, al posto del bianco (foto sotto). Vive esclusivamente negli anemoni a bolle come l' Entacmaea quadricolor.
Regno: Animalia Phylum: Chordata Classe: Actinopterygii Ordine: Perciformes Sottordine: Labroidei Famiglia: Pomacentridae Sottofamiglia: Amphiprioninae Genere: Amphiprion, Premnas
January 09 Il capodoglioIl tratto distintivo di questa balena è il suo enorme capo squadrato. Il nome scientifico del capodoglio è infatti physeter macrocephalus, proprio per indicare l’enormità della sua testa (da “macro+cephalus” che vuol dire “grande testa”). E’ un animale dai grandi record; sono suoi, infatti, due importanti primati:quello di maggiore profondità raggiunta e quello della più lunga durata d’immersione, come vedremo più avanti. Intanto bisogna tener presente che questi due traguardi hanno certamente richiesto una struttura corporea molto robusta e pesante, infatti il capodoglio assomiglia a un vero e proprio sottomarino vivente. La sua caratteristica davvero particolare, tuttavia, che le altre balene non possiedono allo stesso modo, è la sua somiglianza con un altro cetaceo che è il delfino. Come i delfini, anche i capodogli sono degli odontoceti, dotati cioè di denti e di uno sfiatatoio respiratorio costituito da una sola apertura circolare. Inoltre, proprio come i delfini, anche i capodogli percepiscono lo spazio non tanto grazie alla loro vista, che a quelle elevate profondità è di scarso aiuto, quanto grazie all’ecolocalizzazione.
ROBUSTO E “PIAZZATO” COME UN SOTTOMARINO: ECCO LA SUA STRUTTURA CORPOREA Dopo una prima occhiata, il capodoglio da l’idea di un pezzo monolitico. Un blocco, insomma. Di carne. Non ha appendici che sporgono ben visibili dal suo corpo; la pinna dorsale è ridotta a una piccola gobba, per lo più sporgente nella parte superiore dl corpo. La coda, che le balenottere sfoggiano come due immense ali di uccello, nel capodoglio è costituita soltanto da uno stretto triangolo dal margine lineare, non ricurvo e convesso come lo hanno le altre balene. Le pinne pettorali non terminano a punta e sono anch’esse molto piccole. Lo scheletro è osseo, come quello dei mammiferi terrestri, perché il più antico antenato dei cetacei era proprio un mammifero terrestre che aveva cominciato a trovare sostentamento e protezione dai predatori proprio in ambiente acquatico. Gli arti persero man mano lo scheletro interno e fu così che le zampe si trasformarono in pinne. Anche nel capodoglio, come risultato di questa lunga evoluzione, le pinne e la coda sono sprovviste di scheletro. Il capodoglio è dotato, però, di denti. Si tratta dei denti inferiori. I denti di tutte le creature che popolano la terraferma, compreso l’uomo, sono funzionali, cioè capaci di adempiere alla funzione a cui sono predisposti, cioè la masticazione. Nei cetacei che ne sono provvisti questo non avviene. I denti non sono funzionali, perché non hanno bisogno di masticare. Le prede vengono digerite direttamente nello stomaco, per cui i denti servono solo a trattenerle tra le fauci. E se i denti inferiori del capodoglio non sono funzionali, quelli superiori non esistono affatto. Al loro posto vi è solo un piccolo abbozzo di denti, simile più che altro a delle capsule ossee, dove a mascelle chiuse vanno a inserirsi i denti inferiori. Si suppone però, che l’antenato più antico dei capodogli avesse anche i denti superiori funzionali. (Altrimenti come si spiegherebbe che discendono dai mammiferi terrestri?). Al tatto la pelle del capo è distesa ed elastica, ma dal capo in poi assume numerose rughe che le fanno assumere le medesime sembianze e la medesima consistenza di una prugna secca. Un’attenzione particolare si deve riservare alla testa di questo animale, che è enorme e raggiunge in lunghezza ben un terzo del corpo intero. Al suo interno è molto complessa, in quanto dotata di una sostanza particolare chiamata spermaceto, la cui consistenza è a metà tra un corpo solido e uno liquido. Lo spermaceto è molto utile soprattutto quando il capodoglio si immerge alle elevate profondità a cui è in grado di accedere. Quando si raggiungono profondità maggiori, il dispendio di energia è anch’esso maggiore. Per effetto di questo sfruttamento energetico, il corpo comincia a produrre calore. Nel caso del capodoglio, questo aumento della temperatura corporea, che avviene anche a livello del capo, fa sciogliere lo spermaceto, che da una sostanza cerosa solida, si trasforma in una sostanza liquida, divenendo così più leggero. Ecco quindi che per il capodoglio diventa più facile il ritorno in superficie, poiché viene così potenziata la sua capacità di galleggiamento. Ma lo spermaceto è utile anche per un altro motivo: è un trasduttore di onde sonore. Vuol dire che quando i click ecolocalizzatori del capodoglio tornano indietro, ci passano attraverso. La testa diventa quindi una cassa di risonanza che amplifica le onde sonore e le rende più percepibili, proprio come si propaga il suono dietro l’apertura rotonda di una normale chitarra classica. Tra l’altro lo spermaceto è così efficace che attraverso di esso possono propagarsi anche le onde sonore di ritorno dei click a bassa frequenza, che come abbiamo visto nel delfino, consentono di sondare uno spazio più ampio rispetto alle alte frequenze. L’ecolocalizzazione è una strategia fondamentale a certe elevate profondità a cui è in grado di arrivare il capodoglio; dove c’è poca luce, in effetti, l’occhio da solo aiuta ben poco. (vedi video a fondo pagina) Ma a quelle profondità bisogna anche essere in grado di resistere alla pressione che l’acqua esercita su un corpo che vi s’immerge. Il capodoglio ha uno spesso strato di grasso isolante sotto la pelle, ma anche la pelle stessa ha una robustezza ai limiti di ogni immaginazione. Tutto questo per evitare di deformarsi. Stiamo parlando di un bestione lungo da 8 a 17 metri per le femmine e di quasi 20 metri per i maschi. Stiamo parlando di un colosso vivente che pesa 45 tonnellate. Pensate a quei giganteschi sottomarini o alla fiancata del Titanic come si vedono nei film, perchè osservando un capodoglio potremmo accorgerci di vedere pressappoco la stessa cosa! LA SEQUENZA RESPIRATORIA TRA NUOTO DISTESO E SALTI A PERDIFIATO L’uomo che vedete nel grafico in alto, tratto dall’Enciclopedia degli Oceani di Jacques Cousteau, è la rappresentazione di un sub italiano, Enzo Majorca, che il 18 agosto 1973, dopo una serie di esercizi respiratori, si tuffò nelle acque di Portovenere, non lontano da La Spezia, per raggiungere il record assoluto di profondità in apnea mai raggiunto da un essere umano ( stiamo parlando di 80 metri di profondità, avete capito benissimo!). A causa dell’elevata pressione dell’acqua, quando riemerse aveva l’addome deformato. Questo solo per dare l’idea della robustezza di un capodoglio che come possiamo vedere dal grafico, detiene il record di profondità assoluta tra i giganti del mare, poiché un esemplare monitorato ha raggiunto i 2000 metri. E non è tutto. Si stima infatti, che questi robustissimi animali possano anche sfiorare la profondità di 3000 metri! Questa caratteristica di raggiungere profondità maggiori, implica anche la necessità di rimanere in acqua più a lungo, perché è maggiore il tempo che ci vuole per risalire e trarre respiro. Il capodoglio, per questo, detiene anche il primato per la durata d’immersione, che è di ben due ore e diciotto minuti! Allenato a questa potenza di ossigenazione, la sequenza respiratoria del capodoglio è piuttosto distesa. Quando riemerge, inspira in modo lento, trattenendosi in superficie anche per un abbondante minuto. In questa posizione “a pelo d’acqua” può sembrare che stia fermo, ma in realtà si sta muovendo molto lentamente. Pertanto è molto difficile distinguerlo. Ci pensano il soffio e la coda a rivelare la sua identità. Il soffio del capodoglio è molto legato alla tipologia del suo sfiatatoio, e poiché è composto da una sola fessura orientata verso sinistra, anche il soffio viene fuori proiettato a sinistra. La nube ovale di acqua nebulizzata è alta un paio di metri. Anche la coda è un segno distintivo e per fortuna (come del resto fanno anche balena grigia, balena franca, balena della Groenlandia, balenottera azzurra e megattera), il capodoglio pure solleva la coda prima di reimmergersi in acqua, rendendo così perfettamente visibile il suo triangolo dai margini lineari. Si sa che i cetacei alternano immersioni brevi a immersioni più lunghe. Quando un capodoglio compie immersion più a fondo e vi si trattiene più tempo, accade che risalga freneticamente in superficie, a corto di fiato. In questo caso, la sua velocità di risalita sfiora quasi la velocità moderata di un’automobile; stiamo parlando infatti di 40km/h. Per questo s’innalza dall’acqua con un enorme salto, portando fuori ben 2/3 del corpo. Poi ripiomba giù e si reimmerge, sollevando solo pochi spruzzi e generando pochissime increspature. UN’ALIMENTAZIONE A BASE DI MOLLUSCHI Anche l’alimentazione del capodoglio è costituita dalle prede di profondità. Si tratta dei molluschi di mare, in particolare calamari. La caccia avviene ecolocalizzando ed aspirando le prede; l’ecolocalizzazione fornisce all’animale dei dati moltoprecisi, persino sull’identità stessa di un oggetto percepito con le onde sonore dei suoi click. Il capodoglio è inoltre l’unico animale nel cui stomaco sono state trovate tracce di calamaro gigante. L’ipotesi delle lotte finalizzate al procacciarsi il cibo, tuttavia, non rappresenta una certezza assoluta; pare infatti che tra il capodoglio e il calamaro, secondo quanto affermava Jacques Cousteau, c’è un astio reciproco analogo a quello che contrappone, ad esempio, un polpo, un’aragosta e una murena. Per usare un esempio a noi tutti più comune, insomma, capodoglio e calamaro gigante si odiano esattamente come possono odiarsi un gatto e una cane. La caccia alle prede può addirittura modificare, in modo temporaneo, la struttura sociale dei capodogli. E’ quanto ha appreso Al Whitehead, che insieme a sua moglie si occupò di studiare i vari comportamenti di questi animali. Il gruppo familiare si chiama UNITA’, è composto in media da 13 individui e rimane insieme per tutta la vita. Quando occorrono degli incontri, più unità si fondono in un GRUPPO, che è composto da circa 23 esemplari in totale e che rimane insieme per circa una settimana. Più gruppi, infine, possono fondersi dando origine ad un’AGGREGAZIONE, che raduna all’incirca 43 animali e resta unita soltanto durante le ore necessarie per la caccia. Pare che quanto più aumenti la disponibilità di prede nelle acque circostanti, tanto più aumenta il numero di esemplari coinvolti in questo macrogruppo. Foto sotto: un capodoglio afferrra tra le fauci i tentacoli di un calamaro gigante, la sua preda preferita
UN GRUPPO RACCHIUSO IN UN FIORE Il pericolo maggiore per questi animali è rappresentato dagli squali e dalle orche. Benché le dimensioni dei capodogli siano maggiori e in grado di assicurare un’ottima possibilità di difesa, resta il fatto che questi spietati predatori puntano sui loro piccoli, perché hanno dimensioni più contenute e sono, pertanto, più facilmente attaccabili. Per difendersi i capodogli hanno dalla loro parte uno strumento dall’efficacia potentissima che è la coda. Per questo gli adulti si dispongono in cerchio, costituendo la cosiddetta “formazione a margherita”, con la testa verso l’interno e la coda rivolta all’esterno, per poter scacciare e contrattaccare i predatori con i suoi potentissimi colpi. Al centro, ben protetti rimangono i più deboli, ossia i giovani e i feriti. Questo atteggiamento protettivo ha innanzitutto una base genetica, perché rivolto agli individui imparentati, oppure dal maschio alla sua compagna, ma viene anche esteso a tutto il resto del gruppo. Quando un esemplare del gruppo è malato o ferito, gli altri fanno di tutto per assisterlo e in particolare, li si osserva sospingere lo sfortunato verso la superficie, per permettergli la manovra di sopravvivenza più essenziale: quella di continuare a respirare. Moltissimi balenieri hanno raccontato di essersi imbattuti in dei capodogli, che pur essendo stati arpionati, si sono rifiutati a tutti i costi di abbandonare gli altri compagni.
VITA DA “VERI DURI”: IL VIAGGIO ESTIVO DELLE MIGRAZIONI Il gruppo famiglia dei capodogli, composto da un maschio con un harem di più femmine con piccoli al seguito, si raduna e vive in acque tropicali. Tuttavia è negli oceani al largo delle terre polari che abbonda il cibo. Per questo i maschi di capodoglio, giunta la stagione estiva, fanno quello che fanno tutte le altre balene: migrano verso le terre polari alla ricerca di cibo. Alcune specie ( tra le quali, abbiamo visto, c’è anche la megattera) migrano in modo uniforme e tutti i membri del gruppo (giovani, adulti, maschi, femmine nubili e femmine gravide) prendono parte alla spedizione. Nei capodogli, al contrario, accade che la migrazione è una prerogativa riservata esclusivamente ai maschi adulti. Le femmine adulte devono rimanere a occuparsi della prole, mentre i giovani balenotti, a loro volta, non sarebbero comunque in grado di sopportare le basse temperature delle acque polari. La migrazione, inoltre, richiede un dispendio energetico non indifferente; il viaggio stanca e per “autotermoregolarsi”, un organismo ha bisogno di produrre calore sprecando energia. A tutto questo c’è un’ulteriore aggravante: durante la migrazione i capodogli digiunano. Per questa e per tutte le altre motivazioni precedenti, insomma, è meglio che i capodogli troppo giovani se ne restino “a casa” e che le femmine continuino ad accudirli. I maschi faranno ritorno alle acque tropicali quando l’estate sarà finita, per tornare a riprodursi. L’accoppiamento avviene nei primissimi mesi dell’anno, non senza contese, come dimostrano i denti rotti e le mascelle fratturate rinvenuti su alcuni maschi. La modalità di accoppiamento è la medesima di tutti i cetacei; al termine delle manovre di “pavoneggiamento”, il maschio e la femminea si congiungono sott’acqua per pochi secondi. Quello che cambia è il grado di promiscuità. Le balene franche, le balene grigie e alcuni delfini possono riaccoppiarsi con più partner; possono farlo indifferentemente sia i maschi, sia le femmine. I capodogli, al contrario, come avviene anche per orche e narvali, praticano la POLIGINIA: solo i maschi hanno diritto di riaccoppiarsi con altre femmine, ovviamente “nubili”. La gestazione di un capodoglio dura dai 14 mesi ai 18.
L’INFANZIA DEI GIOVANI “BAMBOCCIONI” CAPODOGLI Il clima che circonda un piccolo capodoglio è sempre di familiarità e calore. Tutte le altre femmine lo coccolano e se ne prendono cura, specie durante l’allattamento: quando la madre deve riemergere per respirare, le altre rimangono a vegliare su di lui. Il ruolo del padre si è concluso subito dopo la procreazione, eppure anche un maschio adulto di capodoglio continua a proteggere il suo piccolo, o presunto tale. Un’infanzia così è decisamente piacevole, perciò è giusto prolungarla il più possibile. I giovani di capodoglio, infatti, diventano autonomi molto tardi. Mentre negli altri cetacei l’allattamento può durare al massimo poco più di due anni, capita spesso che giovani capodogli tra i 10 e i 15 anni di età ricevano ancora il latte materno. Il primo margine d’indipendenza arriva infatti in questo periodo, quando i giovani capodogli sono in grado di lasciare il nucleo a cui appartenevano (composto dal padre, dalle femmine e da altri piccoli), che gli studiosi hanno simpaticamente denominato: scuola dell’infanzia. Affrontare l’indipendenza è tutt’altro che facile; malattie, ferite, parassiti, predatori, inquinamento e collisioni con le navi riducono all’osso le possibilità di sopravvivenza. Accadono addirittura incidenti che hanno dell’incredibile: un’enorme balena può morire avvelenata dalla puntura accidentale dell’aculeo di un pesce vela, oppure un delfino può annegare, perché un polipo gli si è attaccato addosso ostruendogli lo sfiatatoio. Le cure dei giovani capodogli non a torto durano così tanto. La figura del giovane “bamboccione”, battezzata da un nostro politico per indicare tutte quelle persone ormai adulte che continuano ad abitare a casa dei propri genitori, sembra aver trovato così una spiegazione naturale. Del resto, se è una necessità per loro che la natura li nutre, come può essere altrimenti per noi che valutiamo la nostra qualità di vivere con un’unità di misura chiamata denaro?
UNA SCUOLA DI SCAPOLI PER PREPARARSI ALL’ETA’ ADULTA Verso i 10 anni, un capodoglio è pronto a guadagnarsi l’indipendenza. Non è ancora pronto, però, a crearsi un suo proprio gruppo, un suo harem di femmine, una sua scuola d’infanzia come quella in cui era cresciuto e che suo padre aveva gestito, un po’ come sarà chiamato a fare anche lui. Ecco quindi che in aiuto dei giovani maschi, arriva la scuola degli scapoli, un altro gruppo a sé che li raduna tutti insieme e nel quale militano anche alcuni maschi anziani. Questa “confraternita” è tutta per loro; le femmine, infatti, anche quando diventano mature, restano nella loro scuola d’infanzia per tutta la vita, dove diverranno anche mamme. In questo stadio della vita, i giovani maschi hanno ancora un temperamento portato all’aggregazione; si radunano e giocano tra loro. Poi la svolta. A 27 anni circa sopraggiunge la maturità sessuale. Anche il temperamento gregario dei capodogli viene meno e lascia spazio al desiderio di solitudine. Ora il maschio è adulto per davvero, pronto a tirar su un proprio harem con cui generare i suoi futuri piccoli. Alla solitudine si accompagna anche la consapevolezza della competizione: ogni altro maschio è un rivale che va tenuto lontano con la propria voce e con il proprio canto. S’ingaggiano lotte tra un maschio dominante e il suo aspirante rivale; chi perde dovrà trovarsi un altro harem, mentre chi resta dovrà comunque provvedere a tener lontani anche altri pretendenti. E’ il meccanismo sociale ultimo, quello definitivo che perdurerà tutta la vita. Una vita lunga, quasi la stessa durata della vita media dell’uomo: infatti, un capodoglio vive intorno ai 70 anni.
CANTO E UDITO I capodogli sono cetacei molto difficili da ascoltare, per il fatto che se ne stanno sempre immersi come fossero animali completamente acquatici. Emergono raramente per respirare. In aiuto dei biologi accorrono così, degli strumenti molto avanzati. Uno di questi viene fatto pendere da un’imbarcazione e consiste in un microfono capace di captare e trasformare in segnali acustici i click dei capodogli. A partire da questa sequenza sonora, i biologi più esperti sono persino in grado di dedurre dopo quanto tempo e in che punto il capodoglio emergerà per respirare. Le emissioni sonore, quindi i click a bassa e alta frequenza, sono innanzitutto finalizzati all’ecolocalizzazione. Nelle buie profondità, i capodogli non sono in grado di vedere, per questo ascoltano l’onda di ritorno dei loro click per sondare lo spazio, come fanno anche i delfini. Poter avvertire subito che un predatore è nei paraggi è fondamentale, perché così possono salvarsi la vita. Quando si ha di fronte un predatore, la soluzione è sempre quella di darsela a gambe e questo comporta una stanchezza estenuante e un grosso spreco di energia. I capodogli non possono permetterselo, perché nuotare in profondità, sfidando la pressione dell’acqua sul proprio corpo, è già una cosa notevolmente dispendiosa per conto suo. L’ecolocalizzazione funziona perciò come una sorta di “diagnosi precoce” e aiuta ad evitare manovre più dispendiose. L’udito dei capodogli è un senso sopraffino, capace di percepire un pericolo anche a 10km di distanza. Al largo del Sud Africa, dei velivoli rombano sopra l’oceano per captare la presenza di capodogli e indirizzarci le baleniere. La reazione del capo branco è ferma e decisa. In una parola: consapevole. Questo maschio altamente ricettivo invia segnali di pericolo ai compagni, battendo la coda verso il basso e così, tutto il branco si mette in marcia per la fuga. Il canto ha invece tutta un’altra struttura rispetto ai click; è una sequenza molto più complessa data da una combinazione di suoni distinti. Il risultato offre mille possibilità; nessun capodoglio produce un canto uguale a quello di un altro. Lo si usa quindi come una sorta di “documento di riconoscimento”, per distinguersi, per indicare la propria presenza o all’occorrenza, per allontanare un avvicinamento molesto da parte di un altro capodoglio.
IL FENOMENO DEGLI SPIAGGIAMENTI I capodogli hanno un’abitudine curiosa analoga a quella di orche e balene grigie. In pratica qundo saltano fuori dall’acqua, contemporaneamente a respirare, controllano. Spiano. Scrutano la costa per vedere a che distanza da essa si trovano; sott’acqua sarebbe impossibile. Non è a questa abitudine, tuttavia, che sono riconducibili gli spiaggiamenti. La causa più probabile sono le patologie. L’animale malato viene colto dal panico e nuota il più velocemente e freneticamente possibile, seguendo il suo sistema ecolocalizzatore, già compromesso e sfalsato dalla malattia. Anche le caratteristiche del fondale possono, alle volte, trarre in inganno questi sfortunati animali, che per un segnale sbagliato finiscono a riva, senza riuscire a far ritorno in acqua.
UN INUTILE SFRUTTAMENTO Non solo orche e squali rappresentano un pericolo per i capodogli. L’uomo ha trovato il modo d’intimorire anche questi giganti con le sue crudeltà. Dannose. Soprattutto inutili. Lo spermaceto, per la sua duttilità semiliquida, viene utilizzato per fabbricare un oggetto che di utile ha davvero poco in epoca moderna e che nei negozi, fa più che altro capolino come oggetto d’arredo. La vita di questo animale viene sacrificata per farne delle candele! Il resto del grasso ha una composizione molto diversa da quello di altri cetacei, con la conseguenza che non può essere utilizzato per scopi alimentari. Purtroppo trova comunque impiego per altri usi. Sin dall’antichità vengono reperiti ossa e denti per ricavarne degli oggetti. Personalmente non so cosa ci trovassero di divertente gli artisti, nel disegnare un’opera ispirata dal proprio animo sul dente di un animale ucciso; mi pare un evidente controsenso. Cerchiamo di sfruttare questi animali come se fossero soltanto una risorsa mentale, che migliori la nostra cultura e il nostro pensiero. Tiriamo fuori un romanzo come Moby Dick, ad esempio, e leggiamocelo. Lasciato in giro per casa, del resto, farà una figura migliore di quella che potrebbe fare una candela di spermaceto. (di Marina.celta) Nel video qui sotto, tratto da un documentario su Discovery Channel, un capodoglio a caccia di un calamaro gigante. Il video è in spagnolo, ma si vede chiaramente come funziona l'ecolocalizzazione. January 05 Bimbo: una storia di sofferenza in cattività
Bimbo era un dolcissimo esemplare di globicefalo, meglio conosciuto come "delfino pilota". Fu catturato più di trent' anni fa al largo della costa californiana e trasferito nell'acquario di Marineland, nel Pacifico. Era il primo caso in assoluto di un delfino pilota tenuto in cattività. Ogni giorno Bimbo, insieme ad altre specie di delfini di questo "marinarium" collocato in pieno oceano, dava spettacolo al suo pubblico, in una vasca di 18m di diametro per 6,5m di profondità, dove sopportava gli addestramenti. La forza d'animo di Bimbo arrivava da due animali che gli facevano compagnia: uno era un delfino bianco del Pacifico, l'altro era una femmina della sua stessa specie, messa lì sperando che potesse unirsi a Bimbo e procreare. Qualcosa, però, andò storto. Non solo Bimbo non generò dei piccoli con lei, ma ebbe anche la sfortuna di veder morire entrambi i suoi compagni, a distanza di pochissimi giorni l'uno dall'altra. In entrambi i casi Bimbo fece la stessa cosa: trascinò a lungo ognuno dei compagni morti attorno alla vasca, sorreggendoli con una pinna. Doveva essere un chiaro tentativo di rianimarli. Passarono parecchi giorni prima che si arrendesse e permettesse ai suoi istruttori di portare via i cadaveri. Da questo momento, lo stato d'animo di Bimbo piombò in una graduale e sempre più incombente solitudine. Cominciò a rifiutare il cibo; da 1500 libbre di pesce al giorno, arrivò ad alimentarsi con quasi nulla. Da qui cominciarono le somministrazioni di acqua distillata, per prevenire la disidratazione e presto, si arrivò anche alle iniezioni di vitamine. Questo crollo precipitava sempre più in basso: Bimbo dovette prendere dei tranquillanti. Non in dosi di milligrammi, come per le persone, ma di grammi, ossia ben più sostanziose. Quando da 17q arrivò a pesarne appena 4, ricominciò, forse per fame, ad assumere delle minime quantità di cibo. Un medico interessato alle balene, il Dottor M.E. Webber, comunicò una diagnosi che parlava a chiare lettere di un vero e proprio disturbo mentale. Bimbo era un soggetto psiconeurotico, in pratica un maniaco depressivo. La dimostrazione della fondatezza di questa diagnosi, arrivò quando Bimbo si scaraventò contro il vetro della sua vasca, frantumandolo e inondando tutti gli spettatori che lo stavano osservando. Alcuni mesi più tardi, per essere sicuri che avesse maggiori probabilità di reintegrazione, Bimbo fu abbandonato in mare, nei pressi di un gruppo di suoi simili. Considerando che un delfino vive in media trent'anni, possiamo concludere che Bimbo è ormai un esemplare del passato. Quello che rimane oggi è la possibilità di riflettere sulla sua storia, per capire quanto la cattività possa essere denaturante e deleteria. Da allora, più nessun delfino pilota fu avvistato al largo della California e questo fa sperare che Bimbo si sia inserito in quel branco e lo abbia allontanato da un territorio potenzialmente pericoloso. Non dobbiamo tuttavia dimenticare il parere degli esperti, secondo cui un animale tenuto in cattività, anche se per breve tempo, difficilmente viene riammesso a stare nel gruppo a cui apparteneva. E da che mondo è mondo, una creatura gregaria obbligata alla solitudine, è purtroppo votata anche alla morte. (Marina.celta) |
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