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    October 27

    Fossa delle Marianne (il punto più profondo della terra)

    Conoscere il Profondo Blu

    Ricordate quando il pesciolino Nemo andò a scuola per imparare il “salto nel blu”? E quando il suo papà, per recuperare una maschera da sub, s’immerse con la sua compagna di avventura, sempre più in profondità, finché la luce non scomparve del tutto? Avete visto la scena di “Profondo Blu”, dove tutto diventa nero e l’unica luce proviene dalle cellule luminose delle stesse creature? Ricordate dove fa la sua comparsa quel pesce dai denti aguzzi e all’infuori, con sembianze vampiresche, chiamato pesce pescatore? Bene; il fondale di questa zona, dove la luce e il calore del sole scompaiono del tutto, tanto da rendere l’acqua fredda e totalmente buia, prende il nome di piana abissale e può precipitare fino a diverse migliaia di metri sotto il livello del mare. Si tratta di un fondale generalmente piatto, poiché modellato dalla forza corrosiva e livellatrice dell’acqua marina che a quelle profondità, ricordiamo, è capace di esercitare una pressione sul suolo e sulle creature davvero ai limiti dell’immaginabile.

     

    In alcuni punti, però, anche questa pianura sottomarina si spacca, aprendo a sua volta un’altra voragine ancor più profonda, che prende il nome di: fossa oceanica. Com’è facile comprendere, la fossa oceanica ha anch’essa un suo fondale, ugualmente esteso diverse centinaia di chilometri e perfettamente livellato dall’acqua, ma situato a profondità molto maggiori rispetto a quello della piana abissale. Una di queste fosse, la fossa delle Marianne, ha generato il punto in assoluto più profondo della terra. La fossa delle Marianne forma un arco a nord, est e sud delle isole omonime.  In corrispondenza di un suo tratto, chiamato Challenger, il fondale raggiunge una profondità eccezionale di ben undicimila metri!

     

     


     

    L’enorme profondità è innanzitutto, un dato geografico. Le isole Marianne sono ubicate  a nord dell’Australia. Sono pertanto, collocate nel Pacifico. Le fosse del Pacifico sono più profonde rispetto a quelle di altri oceani, dove il fondale si è sollevato con il depositarsi di sedimenti.

     

    Un altro dato fondamentale per comprendere la conformazione della fossa delle Marianne, è la conformazione del nostro stesso pianeta. La terra è un’enorme sfera, costituita da strati rocciosi concentrici. In superficie c’è la litosfera. Successivamente, uno strato intermedio chiamato mantello. L’ultimo e più profondo strato è il nucleo e all’interno di esso, c’è il fuoco.

    La fossa delle Marianne, rispetto ad altri punti esposti e raggiungibili, è quello dalla profondità più prossima al centro della terra e quindi, anche al fuoco. Di conseguenza, si è osservata un’attività rocciosa molto simile a quella dei vulcani. Il fuoco, alimentato da un calore così intenso, genera una forte pressione propulsiva verso l’esterno, responsabile delle eruzioni vulcaniche. Per effetto di questa pressione, il fondale della fossa delle Marianne (come anche molte altre fosse del Pacifico più profonde e di conseguenza, vulcaniche) è caratterizzato da crateri, attraverso cui il fuoco trova una via d’uscita. A differenza dei vulcani sulla terraferma, da cui fuoriesce fuoco vivo, all’interno della fossa delle Marianne, il contatto con l’acqua marina lo raffredda, trasformandolo, così, in enormi colonne di fumo nero, alte ben venti metri! Queste immense ciminiere espandono il loro vapore, conferendo all’acqua un aspetto bianco opaco.

     

     

     

    La temperatura è molto elevata in questo punto. Nel film “Profondo Blu”, si parla di un habitat fortemente surriscaldato, la cui temperatura è paragonabile a quella del piombo fuso.

    Le condizioni di vita nella piana abissale sono diverse; il fondale è buio e freddo, poiché lontano sia dalla luce solare della superficie, sia dal centro della terra, ove è presente il calore del fuoco. Il fondale di una fossa oceanica vulcanica, invece, essendo paurosamente vicino a quest’ultimo, non può che essere surriscaldato, raggiungendo temperature che renderebbero impossibile all’uomo qualunque condizione di sopravvivenza.

     

     

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       All'interno della fossa delle Marianne, alti camini da cui fuoriesce lava raffreddata

     

    Eppure anche qui c’è vita. Si tratta di rossi banchi corallini, di minuscoli gamberetti semitrasparenti e di piccoli pesci colorati lunghi al massimo un paio di centimetri. Queste minuscole creature, nonostante la loro mole, si sono adattate a queste condizioni di vita estreme ed ogni giorno, migrano verso l’alto alla ricerca di plancton. Un ambiente così ostile, buio e incandescente, ospita una moltitudine di creature acquatiche ,  per la qual ragione si è imposto come un vero e proprio microcosmo.

     

    Le fosse di altri oceani, invece, data la loro minore profondità dovuta al depositarsi di sedimenti, non sono fosse vulcaniche come lo è la fossa delle Marianne e di conseguenza, non hanno crateri e continuano ad ospitare il freddo intenso che ritroviamo anche nelle piane abissali.    (Di Marina.celta)

     

     


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    October 13

    Squalo bianco

    Gli squali


    Lo squalo è l’animale odierno che ha l’antenato forse più antico in assoluto. Si chiamava Cladoselache e il suo fossile è stato ritrovato nell’Ohio. Le sue dimensioni (appena un paio di metri di lunghezza) erano di molto inferiori a quelle dello squalo bianco (Carcharodon carcharias), poiché un esemplare adulto misura all’incirca 6,5 metri di lunghezza, ma può raggiungere anche gli 8. Questo antico squalo presentava alcune caratteristiche tipiche dei suoi successori: le mascelle saldate al cranio, due pinne dorsali precedute da una lunga spina e infine, un’usura molto avanzata dei denti, a dimostrare che la dentatura degli antichi squali, non era ancora sufficientemente evoluta da permettere un ricambio frequente dei denti, quanto quello degli squali attuali. Il Cladoselache fece la sua comparsa nel devoniano, ossia 400 milioni di anni fa.

    Successivamente, 65 milioni di anni fa, comparve il vero antenato dello squalo bianco: un esemplare affine ai carcariniformi, probabilmente per via della bocca retrocessa rispetto agli occhi, chiamato appunto Procarcharodon megalodon. Questo gigante di 13 metri, aveva denti appuntiti e lunghi quanto la mano di un uomo!

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    Osserviamo uno squalo bianco

    Lo squalo bianco, in realtà, ha di bianco solo il ventre. Serve per potersi mimetizzare sott’acqua, col bianco del sole che splende in controluce. Il dorso, invece è grigio bruno.

    L’abilità nel nuoto, deriva dalle sue numerose pinne le quali, tuttavia, sono piuttosto statiche; tocca alla coda, infatti, imprimere al suo moto la spinta possente di cui è capace.

    Due pinne dorsali fanno la loro comparsa sulla schiena. La prima, è quella che sporge minacciosa dall’acqua e si trova più vicina alla testa rispetto all’altra retrostante e più piccola. Ai lati, compaiono due pinne pettorali piuttosto statiche. In posizione ventrale, compare una coppia di piccole pinne pelviche con al centro, la cloaca, sede dell’apparato riproduttore ed escretore. I maschi hanno anche una coppia di pterigopodi, appendici allungate e mobili come un paio di peduncoli, indispensabili per la pratica di accoppiamento. Dietro le pinne pelviche, nei maschi si può notare la pinna anale. Per ogni lato, lo squalo possiede cinque aperture branchiali, attraverso le quali filtrare l’ossigeno dell’acqua.

    In ultimo, il capo, dalla caratteristica forma appuntita e idrodinamica. Sulla parte superiore, un paio d’occhi minacciosi. Sotto la curva del muso, invece, ecco apparire un paio di narici altamente sensibili agli odori e una bocca, dai denti aguzzi e sporgenti verso l’esterno. La bocca è retrocessa rispetto agli occhi, perchè lo squalo bianco è un carcariniforme e il palato ha una curiosa forma quadrata. Le mascelle non sono saldate in maniera robusta al cranio, ma al contrario, sono unite ad esso da sottili filamenti muscolari molto elastici, che permettono un’apertura maggiore della bocca.

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    Lo scheletro cartilagineo: uno scheletro leggero

    A differenza dei comuni pesci, gli squali non possiedono la vescica natatoria. Si tratta di una sacca interna piena di gas e olio, che permette ai comuni pesci ossei di galleggiare, raggiungendo le acque più superficiali con maggiore facilità. Gli squali, non possedendola, tendono ad andare a fondo. Per evitare impedimenti nella loro mobilità, hanno compensato questa “pesantezza” con una struttura scheletrica più leggera. Lo scheletro degli squali, infatti, non è uno scheletro osseo come quello dei comuni pesci, ma è cartilagineo. Le cartilagini, come sappiamo, sono più elastiche e leggere rispetto alle ossa. La stessa struttura cartilaginea, la ritroviamo nei denti, appuntiti e taglienti.

    Lo sviluppo della dentatura è alquanto curioso. I denti degli squali, uguali tra loro per forma e dimensione, non crescono in senso longitudinale come nei mammiferi terrestri e nell’uomo. Nella bocca, avanzano dall’interno verso l’esterno, intere arcate dentarie i cui denti, con l’usura, vengono infine espulsi  e sostituiti da quelli retrostanti. Crescono in pratica, seguendo il movimento di un tappeto scorrevole. Nello strato più interno, il dente è ancora in fase di formazione ed è rivolto verso il basso. Progressivamente, man mano che l’arcata dentaria tende a sporgere verso l’esterno, il dente si solleva, poi si calcifica, finché non è pronto alla propria funzionalità.

    I denti dei giovani squali sono per lo più taglienti e sottili, adatti ad intrappolare e ferire le prede, ma i denti dell’adulto presentano un bordo seghettato adatto a strappare la carne dei grandi molluschi e mammiferi marini introdotti nella loro alimentazione.

    Foto: La dentatura di uno squalo procede dall'interno della bocca verso l'esterno, in un movimento orizzontale simile a un tappeto scorrevole

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    Pelle come carta vetrata

    La pelle dello squalo non è liscia e levigata ma scabra, per via di numerose scaglie minuscole, abrasive al tatto, che la fanno assomigliare alla carta vetrata. Essendo costituite di dentina ricoperta da smalto, per questo motivo sono dette: dentelli dermici. Attaccati al tessuto epidermico mediante un piccolo peduncolo, quella visibile è in realtà soltanto la corona che sporge da questo minuscolo raccordo. I dentelli dermici hanno una disposizione analoga a quella delle squame, ossia si accavallano, sporgendo verso la parte posteriore del corpo, così da agevolare i movimenti in acqua dello squalo.

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    La pelle di squalo e composta da un fitto sistema di scaglie che la rende appuntita e tagliente

     

    Il gran divoratore della piattaforma continentale

    Lo squalo bianco vive in prossimità della piattaforma continentale. Preferisce insomma, stanziarsi in acque piuttosto superficiali, perché la piattaforma è piuttosto elevata rispetto alle piane abissali, dove la profondità delle acque precipita a diverse migliaia di metri. Questa collocazione d’altura in acque così superficiali, permette allo squalo bianco di avvicinarsi alle coste dove stazionano i grandi mammiferi marini (foche, otarie, leoni di mare e persino elefanti marini) che costituiscono la sua preda preferita.

    I giovani squali hanno un’alimentazione per lo più ittiofaga, a base di pesce e quando ne rincorrono un banco, gli ruotano attorno. Percependo il pericolo, il banco si rinserra. Questa manovra dettata dall’istinto, va tuttavia a vantaggio dello squalo, che precipitandosi nella manovra finale sul banco di pesci, può così fagocitarne in gran quantità.

    Lo squalo bianco adulto, invece, ha un’alimentazione più varia, poiché si ciba anche di grossi molluschi e cefalopodi, uccelli acquatici, mammiferi marini, piccoli cetacei, persino delle dure tartarughe e di altri squali. La sua voracità non conosce limiti; all’interno del suo stomaco, sono stati rinvenuti persino oggetti smarriti dalle imbarcazioni!

    Alcune specie di squali, rincorrono la preda negli anfratti rocciosi dove si nasconde. Fanno aderire la loro bocca come una ventosa al pertugio di roccia e la risucchiano, ma la tecnica di caccia di uno squalo bianco è tutt’altra cosa. Conta molto sull’effetto “sorpresa”, soprattutto nella cattura di quegli animali, come mammiferi e uccelli acquatici, che impongono di venir fuori dall’acqua. Lo squalo si avvicina in silenzio e di soppiatto, pronto ad afferrare la vittima alle spalle, o raggiungendola dal basso verso l’alto. Catturando pesci e molluschi in acqua, lo squalo agita il capo a destra e a sinistra afferrandolo. Protende così la sua mascella superiore per contenerlo. Con un primo morso indebolisce e dissangua la preda e quando le sue forze sono al limite, sferra il morso decisivo e mortale.

    Come molte altre specie voraci, lo squalo bianco è anche un divoratore di carogne. Attacca inoltre gli esemplari più deboli tra le altre creature acquatiche, contribuendo a mantenere efficiente la loro stessa specie.

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    In alto a destra è visibile la piattaforma continentale appena sotto il livello del mare. Gli squali bianchi amano stanziarsi qui perchè c'è molta disponibilità di prede. Sul lato sinistro dell'illustrazione, il fondale precipita vertiginosamente verso la piana abissale.

     

    Gli infallibili organi di senso

    La vista ha la stessa ottima efficienza di quella umana. Tuttavia, l’occhio di uno squalo è affine a quello di un altro animale da noi ben conosciuto: il gatto. Come lui, anche lo squalo possiede una rètina elastica che si deforma per consentire una vista ottimale sia in ambiente acquatico, sia in ambiente aereo e in più, come il gatto, anche lo squalo possiede il tapetum lucidum, quella membrana oculare pigmentata che riflette i colori azzurro e giallo della luce e fa sembrare, soprattutto nelle ore notturne, che ai gatti brillino gli occhi. I carcarinidi (famiglia in cui rientrano: squalo tigre, squalo cucciolo, squalo grigio, squalo limone e la verdesca o squalo azzurro), hanno la membrana nittitante; una terza palpebra semitrasparente che si solleva dal basso verso l’alto e protegge l’occhio. Lo squalo bianco, invece, è un lamnide, non un carcarinide e quindi non la possiede. Per proteggere l’occhio, è in grado di capovolgerlo all’indietro, nascondendolo nella cavità oculare.

     

    L’udito è efficientissimo, poiché localizzato in due parti diverse del corpo. La prima, sono due pori sulla sommità del capo, che mediante un condotto uditivo, comunicano con l’orecchio situato all’interno della scatola cranica. La seconda, sono invece i vasi linfatici che percorrono la superficie laterale del tessuto epidermico e si diramano fin sotto il muso. Questi vasi linfatici captano le vibrazioni circostanti consentendo di localizzare gli oggetti: in pratica l’udito è abbinato ad una sensazione tattile. Rientra nelle capacità tattili anche quella di percepire la variazione dei campi elettrici; è il compito affidato alle ampolle di Lorenzini, chiamate così in omaggio allo scienziato che le ha scoperte. Sono piccoli pori cutanei situati su muso e naso e capaci di determinare variazioni del campo elettrico.

     

    L’olfatto è invece il senso in assoluto più sviluppato. L’animale è dotato di due narici tra la curva del muso e la bocca, particolarmente sensibili agli odori. In particolare, sanno captare la seppur minima presenza di sangue in acqua, condizione molto pericolosa per quei subacquei, che hanno l’abitudine di trascinare prede sanguinolente appese alla cintura. Quando gli squali percepiscono la presenza del sangue, vengono colti da un raptus famelico. Si agitano forsennati e addentano qualunque cosa capiti loro a tiro, pur non essendo la fonte del sangue che li attira.

    Il senso dell’olfatto è utile perché permette di distinguere esemplari della loro stessa specie, da quelli di altre, oppure consente di percepire una presenza femminile disponibile all’accoppiamento. L’uso più indispensabile dell’olfatto, tuttavia, è quello che consente agli squali di percepire le variazioni di salinità nell’acqua che li circonda. Spesso accade che l’acqua marina abbia una concentrazione di sale molto maggiore rispetto a quella contenuta nelle cellule degli squali. Quando del sale in quantità maggiore viene a contatto con una cellula che ne ha di meno, le fa cacciare acqua. Per questo motivo, quando la concentrazione di sale è piuttosto alta rispetto a quella delle loro cellule, gli squali corrono il grave rischio della disidratazione. Per fronteggiare questo pericolo compromettente, all’interno del loro sangue hanno sviluppato un meccanismo detto di osmoregolazione. I composti azotati contenuti nel sangue sono in grado di aumentare la concentrazione salina. Il sale, per effetto della funzione circolatoria del sangue, viene così trasportato a tutte le cellule del corpo, in modo tale che la concentrazione salina contenuta nelle singole cellule, aumenti fino ad equiparare quella dell’acqua in cui gli squali nuotano e vivono.

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    Gli occhi degli squali sono dotati del tapetum lucidum, quella membrana che fa baluginare gli occhi come accade nel gatto.

     

    Gli amori violenti

    Gli amori degli squali sono scontrosi e violenti. Le parate nuziali sono ben lontane da quelle giocose dei delfini che saltano e si rincorrono in acqua. Una coppia di squali da luogo a battibecchi accesi, simili ad episodi di lotta, ma che sono in realtà, preliminari del corteggiamento.

    Gli squali, pur essendo animali solitari, si aggregano spesso in piccoli gruppi per cacciare o accoppiarsi, favorendo così le occasioni d’incontro. Il maschio avvicina il naso alla cloaca di una femmina per percepire la sua predisposizione ad accoppiarsi e quando la sceglie, le si avvolge intorno con l’intento di penetrarla. Il congiungimento non è per nulla pacifico e assomiglia molto a quello violento delle razze. Le femmine di squalo ricevono numerosi morsi sul dorso e sulle pinne, (specialmente quelle pettorali) che talvolta lasciano delle gran brutte ferite eppure, pare che questo comportamento dispotico e violento, le invogli maggiormente ad accoppiarsi.

    Il maschio introduce uno dei due pterigopodi all’interno della cloaca della femmina. Lo pterigopodio, tuttavia, non ha alcuna funzione riproduttiva, perché non è in comunicazione con i testicoli. La sua, è semplicemente una funzione di aggancio. Introdotto nel corpo femminile, infatti, questo si apre, facendo uscire delle appendici uncinate cartilaginee che si agganciano alle pareti muscolari della cloaca femminile. L’emissione di sperma avviene a livello della cloaca maschile, poiché il condotto addominale che parte dalla cloaca, giunge fino ai testicoli che emettono lo sperma. Il liquido maschile che scorre  attraverso la cloaca, rischierebbe di andare disperso se non fosse per la ghiandola sifonale, una spugna situata alla base dello pterigopodio, che trattiene lo sperma e lo tiene “al caldo”, espellendolo quando entra a contatto con la cloaca di una femmina.

    Avvenuto l‘aggancio, alcune specie di squali amano stabilirsi sul fondo. Altri squali invece, completano l’amplesso continuando a nuotare congiunti. Di solito preferiscono il buio delle ore notturne o delle profondità marine.

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    In questa illustrazione, la differenza tra gli apparati genitali di una femmina gravida e di un maschio maturoImage Hosted by ImageShack.us


     

    La lunga gravidanza di mamma squalo bianco

    La durata della gravidanza dipende spesso dalle dimensioni dell’animale. Siamo abituati a concepire gli squali come predatori di dimensioni enormi, ma in realtà non è così. Solo il 17% delle specie classificate fino ad oggi, supera i due metri di lunghezza.

    La durata di una gravidanza si aggira intorno ai 5-6 mesi per le specie più piccole come lo squalo pigmeo, che è lungo appena 25 cm. Le specie di medie dimensioni portano avanti la gravidanza per un anno. Lo squalo bianco è la specie di maggiori dimensioni in assoluto, per cui la durata della gravidanza è di ben 24 mesi.

     

    Alcuni piccoli squali sono ovipari e depongono le uova sui fondali. A seconda della specie, le uova sono dotate di lunghi filamenti adesivi per rimanere ancorati alle rocce, oppure di una corazza coriacea esterna, ulteriore protezione al guscio.

    Moltissimi carcarinidi, come ad esempio tutti gli squali martello, sono vivipari e concepiscono la vita come fanno i mammiferi. Nel corpo materno si forma l’embrione che darà vita a nuovi piccoli. Durante la gestazione, gli embrioni sono custoditi in un sacco vitellino che funge da placenta e trasmette ai piccoli le sostanze nutritive.

    Le specie in maggioranza, tuttavia, sono specie ovovivipare. Proprio come lo squalo bianco. Tra i carcarinidi, l’unico ovoviviparo è lo squalo tigre. Una specie ovovivipara custodisce le uova dentro il corpo materno ed è proprio qui che esse si schiudono: all’interno della loro madre. A differenza delle specie ovipare le cui uova si schiudono sui fondali, mamma squalo bianco partorisce direttamente i piccoli vivi durante il parto.

     

    Nel corpo materno di uno squalo bianco si formano all’incirca 9 uova contenenti ciascuno un piccolo. Solo un paio al massimo, però, vengono fecondate dal liquido maschile. Quando le uova si schiudono, può capitare che i nascituri divorino le uova non fecondate. E’ un fenomeno simile, ma non tuttavia identico, al cannibalismo uterino di altri squali, quali ad esempio lo squalo toro. In queste specie, accade che uno o due embrioni tra i più robusti, divorino gli altri all’interno del grembo materno. Soltanto loro, di conseguenza, verranno al mondo dopo aver già dato prova, nel ventre della loro madre, di essere già dei predatori spregiudicati.

     

    Alla nascita, un piccolo di squalo bianco misura tra i 90 e i 150 cm e raggiunge la maturità sessuale quando raggiunge anche i 3-4 metri di lunghezza, ossia all’età di nove o dieci anni.

    Uno squalo bianco vive all’incirca 27 anni. (di Marina.celta)

    In questi due piccoli sacchi ovulari qui sotto, i due embrioni di squalo sono formati e pronti per nascere.

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    Regno: Animalia

    Phylum: Cordata

    Classe: Condrichthyes

    Ordine: Lamniformes

    Famiglia: Lamnide

    Genere: Carcharodon

    Specie: Carcharodon carcharias


     

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    October 03

    Pinguino imperatore

    Poli; che meraviglia!

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    E’ sbagliato associare il pinguino all’idea dei ghiacci. Questo strano uccello, presente soltanto nell’emisfero australe, si è adattato a diversi habitat.

    Le specie di pinguino che si sono stabilite in Antartide sulla terraferma, sono soltanto le due più comuni: il pinguino di Adelia, noto per il suo caratteristico pigmento nero col ventre bianco, e il pinguino imperatore, ormai protagonista di eventi cinematografici come  “ La Marcia dei Pinguini” ed “Happy Feet”. Il pinguino di Adelia ha una corporatura più tozza e un’altezza decisamente inferiore, mentre il pinguino imperatore può raggiungere l’altezza di un  metro e mezzo e pesare oltre 40 kg.  Stiamo parlando dell’altezza e del peso medi di un ragazzo umano appena adolescente.

    Le altre specie di pinguini che non si sono stabilite nell’entroterra antartico, popolano l’anello di isolotti ghiacciati che lo circonda. Sono le specie di pinguini dotate di cresta sul capo e la specie del pinguino reale, che assomiglia in modo quasi identico al pinguino imperatore, fatta eccezione per le sue dimensioni, leggermente inferiori.

    Di conoscenza meno comune (eppure esistono!) sono i pinguini che popolano le zone temperate. Sono specie che si sono stabilite per lo più a sud dei continenti africano e latinoamericano. A prima vista è possibile scambiarli per uccelli, eppure, come tutte le altre specie di pinguini, non volano. In compenso, però, sono nuotatori eccezionali.

     

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    Foto: il pinguino di Adelia (sopra) è il tipico pinguino comune


     

    Da un antico uccello, le sue caratteristiche fisiche

    Un pinguino è il risultato di un’evoluzione partita da un antenato che era, in origine, un uccello. Il pinguino, infatti, è dotato di una testa e di un becco in comune con questo animale. L’evoluzione del pinguino avvenne, quando i suoi antenati abbandonarono gradualmente l’aria e la terraferma, per insediarsi nell’oceano che popolano tutt’ora. Questo processo d'adattamento è stato lento, poiché il pinguino si è trasferito in un habitat diverso: quello acquatico.

    Le sue ali si sono accorciate, irrobustite e hanno assunto la caratteristica forma semiappuntita delle pinne natatorie. Le zampe, esili e prensili negli uccelli, sono diventate più robuste fin quasi ad assomigliare a un paio di piedi. Su di esse, infatti, il pinguino cammina assumendo quell’andatura dondolante simpatica. Le ossa si sono appesantite: non più cave e porose come quelle degli uccelli ma compatte, spesse e pesanti. Grazie ad esse, i pinguini traggono un valido aiuto per trattenersi sott’acqua alla ricerca di cibo, poiché questa struttura ossea più pesante e consistente, li aiuta a rimanere a fondo e a non galleggiare. Tuttavia, in parte a causa di questo peso scheletrico eccessivo, in parte a causa della superficie alare ridotta, i pinguini non possono volare.

    In compenso, però, sono dei nuotatori velocissimi e pieni di riflessi. Raggiungono una velocità persino superiore a quella di un campione sportivo umano di nuoto.

    Il pinguino imperatore è la specie che si presta alle capacità maggiori; può immergersi anche  a 30m di profondità contro i 20 al massimo, raggiunti dalle altre specie di pinguini e rimanere immerso fin quasi a sfiorare  i 20 minuti, contro i tre medi di tutte le altre specie.

     

    Strati cutanei per proteggersi dal freddo

    La copertura cutanea del pinguino imperatore è divisa in tre strati. Il primo e più esterno, è costituito da penne minuscole. Nere su dorso, capo e pinne. Bianche sul ventre. Si dispongono accavallandosi come le tegole di un tetto, per creare una barriera altamente isolante contro il freddo.

    Sotto di esse, un fitto tappeto di minuscoli ciuffi di piume, tiene il  pinguino ancora più al riparo dall’implacabile gelo polare.

    Sotto la cute, infine, uno strato di grasso molto spesso. La sua funzione è la stessa presente in altri animali che abitano territori dalle temperature gelide, come ad esempio, le beluga. Questo grasso funge in pratica, da isolante termico contro il freddo e inoltre, costituisce un’indispensabile riserva d’energia per compensare i lunghi digiuni sulla terraferma, quando un’intera colonia di migliaia (talvolta milioni) di esemplari, si raduna e si dispone “a testuggine” contro il freddo.

     

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    I pinguini imperatore si radunano a testuggine per non disperdere calore e ripararsi dal freddo


     

    L’importanza dei suoi colori

    Il pigmento del pinguino imperatore presenta forse la gamma cromatica più variegata. I piccoli sono grigi sul corpo e sul becco e presentano una colorazione bianca sull’ampia chiazza che hanno attorno agli occhi.

    L’adulto, invece, ha dorso, capo e pinne neri. Dietro il capo, una chiazza arancione scende verso il ventre bianco. Il becco di un adulto ha una leggera sfumatura arancio anch'esso. Una trasformazione davvero diversa! Chi non conoscesse i piccoli di un pinguino imperatore, difficilmente li assocerebbe ai loro genitori.

    Il pigmento ha diverse funzioni importanti. La prima è legata alla temperatura dell’animale. Per affrontare il freddo, infatti, la colonia di pinguini imperatore che popola i ghiacci, si dispone a testuggine, con la schiena nera rivolta verso l’esterno della schiera. Siccome il nero assorbe la luce solare e quindi anche il suo calore, accade che nei periodi di freddo più intenso, questo pigmento è in grado di assorbire la luce e il calore solare, tenendo il pinguino al caldo.

    I pinguini “esterni”, inoltre, di volta in volta si spostano, scalando di posizione. In tal modo, ognuno riceve la stessa quantità di sole e di calore.

    Il ventre bianco ha un’importanza vitale, quando il pinguino si trova in acqua. Una foca leopardo o un qualunque predatore che si trovi in acqua, alzando il capo non lo distinguerebbe, in quanto il bianco del suo ventre si confonde col riflesso bianco e luminoso del sole sull’acqua.

    Alcuni accenni divertenti sulla pigmentazione dei pinguini, ci giungono dal bellissimo film “La Marcia dei Pinguini”. La voce fuori campo, racconta che i pinguini imperatore affamati devono lasciare la colonia e migrare in cerca del mare per procacciarsi il cibo. Per questo è logico che le pance vuote, sono dei pinguini “neri” che se ne vanno; quelle piene sono dei pinguini “bianchi” che ritornano. I piccoli, invece, sono di colore grigio scuro sia davanti sia di dietro: vuol dire che hanno sempre fame! A bocca aperta

     

      Alimentazione differenziata

    I pinguini che popolano le zone temperate e quelle che circondano il continente antartico, si nutrono per lo più di pesce, mentre quelli che si sono stabiliti sulla terraferma ghiacciata vera e propria dell’Antartide, hanno aggiunto alla loro alimentazione anche i crostacei.

    I pinguini di Adelia si nutrono di krill: gamberetti rossi minuscoli, che costituiscono l’alimento principale anche per molte balene.

    L’alimentazione del pinguino imperatore è più varia, perché comprende anche altri crostacei, come ad esempio i granchi, oltre ad alcuni molluschi come seppie e calamari.

    Per cacciare, devono abbandonare la colonia in cerca di una fessura nel ghiaccio che gli consenta di tuffarsi in mare. In genere questo accade entro un tratto di distanza piuttosto breve dalla colonia, ma quando sopraggiunge il freddo più intenso, la coltre di ghiaccio si rinnova continuamente e il loro viaggio può durare anche diverse settimane.

     

    Da predatore a preda

    Molto spesso si verifica il rischio di una situazione inversa e cioè che, da cacciatori, si possa divenire prede. Per questo, i pinguini che abitano le zone temperate, devono prestare molta attenzione a squali, orche, otarie e leoni marini.

    I pinguini dell’Antartide, invece, hanno il loro peggior nemico nella foca leopardo, un mostro gigantesco! Prestano molta attenzione, quando stanno per tuffarsi in acqua da una fessura sul ghiaccio, perché è proprio qui che le foche leopardo si fermano ad attenderli. Ad ogni modo, in acqua, la straordinaria velocità di nuoto del pinguino gli consente di transitare vicinissimo a una foca leopardo e seminarla con una virata decisa, senza divenirne preda.

    I pinguini imperatore corrono il rischio di essere divorati anche da numerose specie di balene e dalle orche.

    Sulla terraferma, il pericolo è esteso per lo più ai piccoli ed è rappresentato da alcuni uccelli acquatici come le procellarie, da altri uccelli migratori in transito (come le aquile), dalle volpi polari, o da alcuni animali introdotti dall’uomo come ratti, cani e molti felini.

     

    La terraferma per conservare energia

    L’acqua può rappresentare un rifugio, però il nuoto richiede un ingente dispendio di energia. Per questo i pinguini non disdegnano di trascorrere sulla terraferma anche un breve istante, quel po’ che gli occorre per un respiro, o un breve spostamento che consenta un minore spreco di energia corporea.

    Non dobbiamo dimenticare che i pinguini sanno anche camminare sulle due zampe; non saltellano come molti uccelli di fama comune, ma fanno avanzare prima un piede e poi l’altro, in un meccanismo motorio che assomiglia molto al nostro.

    Quando sono stanchi, o stanno per affrontare un tragitto con una lieve pendenza in discesa, si adagiano sulla loro pancia e si lasciano scivolare, raggiungendo, così, una velocità molto maggiore a quella del loro comune passo di marcia.

     



      Corteggiamento: una pratica molto sensuale

    A primavera i pinguini imperatore si mettono in viaggio e percorrono un lungo tragitto a piedi, dal mare, verso il centro del continente antartico. Qui, in un territorio di raduno da generazioni, si riunisce una colonia immensa di pinguini: tanti gruppi provenienti da diversi tratti di mare. Radunatisi presso la colonia, i pinguini cominciano a cercare un compagno o una compagna. Questa si rivela spesso un’impresa difficile perché durante il corteggiamento, ad esempio, di un maschio, l’oggetto delle sue attenzioni si rivela spesso un altro maschio, oppure un uomo. Insomma, una vera delusione! Quando un partner dell’altro sesso scarseggia, s’ingaggiano dure lotte per conquistarlo. Si arriva addirittura a sottrarlo al suo legittimo (o legittima) partner.

    Il più delle volte è il maschio a pavoneggiarsi per farsi notare da una potenziale compagna. Gonfia il ventre, apre le ali e solleva la testa, facendo uscire dal becco un lungo richiamo simile a un canto. La femmina, sceglie per compagno chi produce il canto per lei più gradevole. Non è una scelta di poco conto, tutt’altro: d’allora in poi, questo timbro di voce non permetterà solo alla sua compagna di distinguerlo, ma anche al loro piccolo che arriverà.

    I due pinguini che si scelgono, resteranno insieme un anno intero, probabilmente anche tutta la vita. Di sicuro, per tutto l’anno corrente saranno uno compagno dell’altra. Esiste una buona eventualità che se sopravvivranno entrambi fino al ciclo riproduttivo successivo, tornando alla colonia si riproducano daccapo,  tra loro due soltanto.

    Nel rito d'accoppiamento, i due pinguini imperatore si dispongono frontalmente, cominciano ad oscillare il loro capo avanti e indietro ripetutamente e ad esplorare il corpo dell’altro, sfiorandolo con le pinne  e con il becco. E’ un passaggio molto intenso e sensuale che dà l’idea di un abbraccio passionale e termina con l’accoppiamento vero e proprio, che avviene da tergo.

    Poco più di due mesi dopo, la femmina depone un solo uovo. Raramente ne depone due, ma in questo caso, uno è destinato a morire, perché il pinguino non ha spazio sufficiente per proteggerlo covandolo col suo corpo. Stiamo parlando di un grosso uovo, la cui cova è affidata al maschio per i tre mesi più rigidi dell’inverno antartico e quando si schiude, il padre lancia in aria dei richiami sonori. E’ facile immaginare cosa accade, quando più uova si schiudono contemporaneamente: più maschi sfoggiano le loro doti canore tirando fuori un concerto molto rumoroso. La schiusa è sempre prevista in primavera-estate; essendo la temperatura più mite in questo periodo, il piccolo ha maggiori possibilità di sopravvivere.

     

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    Una sacca ventrale ripiegata all'interno, tra i piedi e l'addome, tiene al caldo dapprima l'uovo e poi, anche il piccolo.


     

      Il difficile mestiere di genitori

    I pinguini di Adelia dispongono le uova in nidi di ciottoli. Trattandosi della primavera, cominciano a sciogliersi i ghiacci e a venir fuori delle porzioni di roccia. Il maschio,  porta in dono alla femmina, i ciottoli da aggiungere al suo nido.

    Il pinguino imperatore, invece, non ne ha bisogno, perché il suo stesso corpo farà da nido. Sotto l’addome, i pinguini imperatore hanno una sacca cutanea, perfettamente in grado di bloccare e avvolgere l’uovo tra i piedi e l’addome. Così, il piccolo sarà in grado di affrontare al caldo, anche il più rigido inverno.

    La prima custode al momento della deposizione è la madre, che lo avvolge tra le zampe e l’addome, in una doppia piega cutanea. Da questo momento, anche i suoi spostamenti sono vincolati dalla necessità di trattenere quest’uovo dentro il proprio corpo, altrimenti cade e si ghiaccia, impedendo al piccolo di nascere.

    La madre, però, di corporatura più esile del maschio, possiede riserve d'energia e grasso molto minori di quest’ultimo. Per questo deve quanto prima, insegnare al suo compagno come trattenere l’uovo all’interno della sua piega cutanea e come coordinare gli arti inferiori, per evitare che l’uovo gli cada dalle zampe. Quando il maschio ha imparato la “procedura”, la femmina è pronta ad affidargli in custodia l’uovo e a lasciare, affamata, la colonia, per migrare in cerca di cibo.

    Il maschio trascorre l’inverno e la cova fermo tra gli altri individui della colonia. Disposti così “a testuggine” col capo reclinato in avanti per ripararsi a freddo, i pinguini imperatore fanno assomigliare quest' immenso raggruppamento allo schema di un guscio di tartaruga. Gli spostamenti sono per lo più compiuti dall’ultimo cerchio di pinguini, quello esposto all’esterno. La loro schiena riceve più delle altre le raffiche di vento e freddo. Per questo i pinguini più “periferici” camminano in circolo, scalando continuamente di posizione, per avere un’equa distribuzione del freddo sui loro dorsi.

    Mentre l’uovo continua  a essere lì, nascosto, protetto e scaldato a contatto con la pancia del suo papà, la compagna, partita in gruppo con altre femmine, ha raggiunto il mare. Qui ingurgita piccoli pesci e crostacei da trattenere nel tubo digerente, per poterli trasferire poi, nel becco del suo piccolo, facendo ritorno alla colonia.

    Sovente il piccolo è già nato da tempo, quando il loro ritorno ha luogo, ed è anche molto affamato. Va molto peggio per il suo papà, che oltre al gelo, ha sopportato anche lui dei lunghi mesi di digiuno ed è arrivato a perdere il 40% del suo peso corporeo.

    Appena le madri hanno raggiunto la colonia con la gola colma di cibo, numerosi piccoli si avvicinano per reclamarlo, eppure, chissà come, ogni madre è in grado di riconoscere il proprio dalla voce. Sfamatolo, il padre è pronto a migrare per cercare il cibo a sua volta. Così sfinito dalla fame  e dal freddo, tuttavia, corre un rischio altissimo di non riuscire a far ritorno, morendo per strada di stenti.

     

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    Questi piccoli sono ormai autosufficienti. Il loro pumaggio e la loro statura assomigliano sempre puiù a quelle di un adulto. Per questo sono pronti alla loro prima vera prova: affrontare il mare aperto.

     

    Piccoli pronti per il mare

    Dopo poche settimane, i piccoli imparano a camminare e si radunano insieme agli altri cuccioli. Formano un vero e proprio asilo separato dal branco, dove ogni madre tiene d’occhio a distanza il proprio piccolo che vi staziona. E’ una fase molto delicata in cui i predatori d’aria e di terra, come grandi uccelli e foche leopardo, possono attaccare i piccoli vulnerabili e isolati.

    Padre e madre continuano ad alternarsi tra le migrazioni di caccia e la custodia del piccolo presso la colonia. Dopo qualche mese, i genitori si accorgono che il loro piccolo è cresciuto e diventato indipendente. Per questo è pronto alla sua prima vera impresa da giovane: quella di affrontare il mare. I giovani pinguini, accompagnati dai genitori, raggiungono la costa e si tuffano in mare, dove vi rimarranno per quattro anni. Non si sa dove vadano e cosa facciano nel frattempo, ma trascorsi questi quattro anni, anche loro si ritroveranno sulla terraferma, presso la medesima colonia  dove i loro genitori li hanno messi al mondo.

    Padre e madre dividono anch’essi le loro strade tuffandosi in acqua. Magari l’anno dopo, anche loro si ritroveranno per dare la vita a una nuova creatura. (di Marina.celta)

     

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    Il pinguino del Capo (Spheniscus demersus, foto sopra), è una specie di pinguino che vive in Sud Africa. E' la prova che i pinguini non popolano solo i ghiacci, ma anche le zone temperate.

    Regno: Animalia

    Sottoregno: Eumetazoa Bilateria

    Superphylum: Deuterostomia

    Phylum: Chordata

    Classe: Aves (uccelli)

    Ordine: Sphenisciformes

    Famiglia: Spheniscidae

    Genere: Aptenodytes

    Specie: Aptenodytes forsteri