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March 22 Petizione contro le violenze della Cina sul Tibet (firmate, prestooo!!!)FERMATE LE VIOLENZE DELLA CINA SUL TIBET La violenza contro i protestanti, i monaci e i civili in Tibet sta avendo una progressiva escalation, mentre continua il crackdown di morte. A pochi mesi dalle Olimpiadi, gli attacchi violenti del governo cinese hanno già causato la morte di circa 100 persone, mentre a centinaia continuano ad essere sparate, percosse e detenute dalle forze di sicurezza cinesi. Le atrocità attuate per controllare queste proteste sono un promemoria di come la Cina abusi dei diritti umani. Le proteste non mineranno le Olimpiadi in Cina, ma la repressione brutale e l’uso della forza contro il popolo del Tibet, sì. Avremmo bisogno che tu firmassi questa petizione agli organizzatori dei giochi olimpici e alle Nazioni Unite, per assicurarsi che si sia sulla buona strada per aiutare i tibetani. Clicca qui per firmare March 20 7 km da Gerusalemme
Sulla strada che da Gerusalemme porta ad Emmaus, un pubblicitario del nostro mondo contemporaneo s' imbatte in una persona che ha qualcosa di sconvolgente. Sarà proprio lui, Gesù di Nazareth, o soltanto un sogno? Dedicato soprattutto a chi vede Gesù come un amico e un uomo come noi, per chi ama immaginare come potrebbe essere, anche solo per un giorno, poter condividere con lui tutta la propria vita, la proria sensibilità e magari, perchè no? un bel giro in macchina o una passeggiata. Ottimo film, profondo, reale e molto conciliante.
Assieme al mio consiglio di vedere questo bel film, vi giungano i miei più sinceri auguri per una felice Santa Pasqua. March 19 L'orca
STANDO AL SUO NOME, L’ORCA E’ UN MOSTRO I latini chiamavano questo gigantesco animale “aries marinus” (ariete marino). Le ragioni erano due. La prima era quella tipica macchia bianca allungata, posta dietro l’occhio, sulla zona delle tempie e che prende la forma, appunto, di un lungo corno. Proprio come ce l’hanno gli arieti. La seconda ragione era il fatto che questo gigantesco cetaceo attacca le prede colpendole con la testa, dal basso verso l’alto, proprio come un ariete farebbe con un’ eclatante “incornata”. L’orca è inoltre l’unico cetaceo che va a caccia di mammiferi marini; un vero predatore sanguinario e famelico come lo sono, ad esempio, gli squali. Questa sua caratteristica ha così alimentato i racconti dell’orrore di moltissimi balenieri, tanto da farle guadagnare, in inglese, il nome di killer whale: balena assassina. Non va tanto meglio con la lingua italiana. Il nome scientifico “Orcinus orca”, deriva dal termine latino che indicava la parola “sepolcro”, oppure dal greco, che significherebbe “mostro”. Anche quelli che noi comunemente conosciamo come orchi, sono infatti delle creature immaginarie che rientrano nella categoria dei mostri. Solo negli ultimi decenni, la cattività delle orche ha avvicinato questo animale al nostro mondo, suscitando quasi un rapporto di reciproca confidenza. Ma attenzione: la cattività è e rimane una pratica nociva!
IL SORRISO DI UN CONFIDENTE E LA STAZZA DI UN PREDATORE L’orca ha nell’espressione del suo viso, la stessa dolcezza e tenerezza che può suscitare qualunque delfino. Essa è, infatti, un delfinide, a cominciare dallo sfiatatoio che ha un’unica apertura circolare, per finire con la presenza di dentatura ossea. Considerando la mole enorme di questo animale ( che si aggira intorno ai 7m di lunghezza nelle femmine e quasi 10 nei maschi), non deve stupire che abbia delle fauci enormi. Al suo interno, infatti, trovano posto da 10 a 14 denti per arcata, tutti leggermente appiattiti all’indietro per distinguerli da quelli di pseudorche e capodogli. A mascella chiusa, i denti superiori e quelli inferiori s’incastrano regolarmente. Non lasciamoci però ingannare dal sorriso amichevole dell’orca: sotto la sua pelle, ci sono i muscoli di un possente predatore! Su uno sfondo cutaneo nero, spiccano tre enormi chiazze bianche. La prima è dietro l’occhio; si tratta di quella a forma di corno, che le ha procurato il suo antico nome di ariete. La seconda è dietro la pinna dorsale, grigia e a forma di sella. La terza, invece, è la più ampia e si trova in posizione ventrale; parte dalla mascella inferiore e termina a tridente nei pressi dell’addome. Questa combinazione del pigmento è molto conosciuta, ma in realtà è anche molto relativa, poiché esistono anche esemplari completamente bianchi o completamente neri. Le sue pinne sono molto particolari. Quella dorsale che s’innalza sulla sua schiena, nel maschio può raggiungere il metro e ottanta in altezza: vuol dire più dell’altezza media di un uomo. Questa stessa pinna, nel corso della vita, cambia conformazione: dapprima falcata negli esemplari più giovani, negli adulti assume la forma appuntita e slanciata di un triangolo isoscele. Ma le pinne più curiose sono indubbiamente le pinne pettorali, collocate lungo i fianchi dell’animale. Se le osserviamo, possiamo vedere che la loro estremità non è appuntita, ma arrotondata e che le loro proporzioni lunghezza-altezza, sono sempre di due a uno. La pinna pettorale nasconde al suo interno un curioso segreto: il suo scheletro, dotato di un secondo dito più lungo degli altri, assomiglia in modo incredibile allo scheletro della nostra mano.
POPOLAZIONI DISTRIBUITE AL LARGO DEI CONTNENTI Gli stanziamenti preferiti dalle orche sono generalmente a nord dei continenti, al largo dell’Antartide, lungo le coste del Pacifico e lungo tutto il Tropico del Capricorno. Un sistema termoregolatore molto efficace ha permesso alle orche di acclimatarsi un po’ dappertutto; nelle acque tropicali tiepide, come anche nelle gelide acque polari. La densità di popolazione nell’Atlantico, è via via minore quanto più si procede dal Polo Nord verso la fascia oceanica temperata, mentre l’esatto contrario accade per le popolazioni del Pacifico: molto meno concentrate al nord, al largo dell’Alaska e più numerose nella fascia intermedia del Pacifico tropicale. Si tratta, tuttavia, di una distribuzione molto irregolare, mutevole, instabile. Precisarne la collocazione, darebbe comunque luogo ad affermazioni approssimative. Soprattutto sulle prede, perché conoscendo l’ubicazione delle orche, si può conoscere anche la loro distribuzione. MIGRAZIONI ALLA RICERCA DI PREDE La scelta di un’ubicazione particolare, da parte di un gruppo di orche, dipende dalla disponibilità di prede che c’è in quel territorio. Non tutte le popolazioni sono, però, stanziali. Vi sono anche popolazioni migratorie. La differenza, ancora una volta, sta nella scelta delle prede. Le orche stanziali (cioè quelle stabilitesi in particolare al largo dell’Antartide, della costa australiana e giapponese), prediligono la caccia ai pesci in banco. Al contrario, i gruppi migratori, per potersi procacciare il cibo,devono compiere degli spostamenti. E’ il caso delle orche a nord del Pacifico, che prediligono i mammiferi marini. E’ chiaro che le foche, le otarie e gli altri mammiferi, lasciano l’entroterra per raggiungere la costa solo nel periodo riproduttivo. Di conseguenza, anche le orche lasciano il largo per raggiungere la costa e cacciarle in questo medesimo periodo. VITA QUOTIDIANA DI UN GRUPPO Le orche si radunano in branchi da 5 a 20 esemplari. Molte di loro sono mamme che accompagnano il loro piccolo, oppure maschi adulti che si allontanano in solitaria per cacciare e in quest’ultimo caso, si riconoscono dalla loro enorme e appuntita pinna dorsale, che emerge dall’acqua. In ogni caso, le orche si tengono sempre in contatto e sono dotate di un sistema vocale molto variegato, con il quale poter comunicare anche a parecchi chilometri di distanza. Grazie a quest’ampia diversificazione di suoni, ogni esemplare ha una propria voce, diversa da quella di un altro. Si tratterebbe di un vero e proprio strumento di riconoscimento, paragonabile al ruolo che ha il nostro timbro della voce. E’ un gruppo generalmente coeso e compatto, che si smembra soltanto durante le ore necessarie alla caccia. Non di rado accade che due gruppi diversi di orche s’incontrino e a questo punto, ha luogo un cerimoniale di saluti curiosissimo (oltre che rumorosissimo!), rappresentato nell’illustrazione seguente:
1) I due gruppi si fronteggiano a pochissimi metri tra loro. 2) I due gruppi s’immergono e si amalgamano tra loro. 3) Il macrogruppo creato torna in superficie e si frantuma in gruppetti più piccoli. Secondo le statistiche, un gruppo di orche presenta alcuni standard quanto al numero e al ruolo dei suoi membri: il 57% sono esemplari adulti, di cui le femmine sono più della metà, poiché nei maschi è stato riscontrato un tasso di mortalità più elevato. Il 39% è composto da esemplari giovani, mentre il restante 4% dai piccoli in fase di allattamento. Anche la giornata tipo di un’orca è in genere scandita in modo preciso. Ad un’attività di caccia, che occupa approssimativamente il 46% delle ore giornaliere, segue un periodo di riposo o sonno (12%). In seguito si svolge un’attività di perlustrazione e spostamenti (27%), nell’ambito della quale possono aver luogo i nuovi incontri. Tra una manovra e l’altra, si gioca e ci si accoppia (13%). Rimane un residuo 2% della giornata, dedicato all’interazione vera e propria con altri gruppi. CURIOSI ATTEGGIAMENTI I movimenti di un cetaceo costituiscono un vero e proprio linguaggio con cui esprimere i propri stati d’animo. Riemergere dall’acqua è un gesto naturale dovuto ad esigenze respiratorie, eppure spesso, se ci si sottopone d un’accurata e critica osservazione, si possono cogliere delle sfumature davvero particolari. Movimento di esplorazione. Spesso un’orca riemerge dall’acqua portando fuori tutta la testa, fino alle pinne pettorali, quasi sollevandosi in piedi. E’ chiaro che non sta emergendo solo per respirare; le sarebbe bastato semplicemente esporre all’aria lo sfiatatoio. Quello che un’orca si suppone faccia in questi casi, è osservare. Osservare i dintorni, controllare la propria distanza dalle imbarcazioni, scorgere prede a riva. Le orche, quindi, perlustrano e osservano mediante quest’attività che prende il nome di spyhopping. Movimento di gioco. Accade spesso che il sollevarsi in acqua si presenti come un gesto ripetuto. Le orche schiaffeggiano l’acqua con le pettorali e la coda, generando spruzzi elevati e udibili a diversi chilometri. In mezzo a questo chiasso assordante, con buona probabilità le orche stano giocando. E’ così che infatti, i giovani trascorrono buona parte del loro tempo. Non dobbiamo tuttavia trascurare che questi medesimi movimenti, sono anche un’iniziativa de maschi per mettersi in evidenza agli occhi delle femmine e da qui, accoppiarsi. Così come può accadere che l’orca li impieghi per disorientare le prede durante la caccia, oppure per spaventare un predatore. Quanto a quest’ultima eventualità, c’è però da dire che, a parte l’uomo, l’orca ha davvero poco da temere nel suo oceano. Movimento di piacere. Nello stretto di Puget, le orche hanno rivelato un comportamento davvero singolare. Amano molto accarezzarsi tra di loro, ma soprattutto, estendono quest’attività al fondale e in particolare, alle alghe. In pratica vanno a strofinarsi contro le rocce del fondale e ci restano ininterrottamente per molti minuti, talvolta anche un’ora. Un altro elemento contro cui amano strofinarsi sono le alghe, alle quali sono molto sensibili, specialmente lungo i lobi caudali. Quando un’orca strappa le alghe e la si vede riemergere con queste fronde attaccate alla coda, questa potrebbe essere la spiegazione: le sta accarezzando. Non si conosce, tuttavia, la vera natura di questo comportamento: forse per gioco, o forse, semplicemente, per trarne piacere.
LA CACCIA AI PESCI IN BANCO I pesci ossei, per lo più pesci argentini, merluzzi e aringhe, si radunano in banchi immensi, costituendo la preda preferita dalle orche. Ma non l’unica: mammiferi, uccelli e altri piccoli cetacei hanno molto da temere da questo famelico predatore. Quando sono cacciati, i mammiferi marini cercano di approssimarsi a un banco di pesci; proprio perché dirottando la caccia su quest’altro tipo di preda, possono salvarsi la vita. La caccia ai pesci in banco richiede un lavoro d’intensa perlustrazione del territorio; un compito che le orche svolgono egregiamente, dal momento che si dividono per avere la possibilità di pattugliare una zona più estesa. In questa fase che richiede grandi capacità organizzative, le orche si tengono continuamente in contatto grazie ai loro caratteristici richiami. Nel corso di questa perlustrazione, ognuna dista dall’altra un paio di chilometri e quando individua un banco di pesci, subito chiama le altre a raccolta, grazie alla propria, caratteristica ed identificativa, combinazione di suoni. E’ un sistema di cooperazione molto valido, perché pattugliando contemporaneamente diversi chilometri, sono maggiori anche le possibilità di rintracciare banchi di pesci. LA CACCIA AI MAMMIFERI MARINI E AGLI UCCELLI Le orche preferiscono cacciare nelle acque più fredde, probabilmente perché la fauna marina qui è molto rigogliosa. Basti pensare all’Oceano Antartico; una vera manna per le orche! Avvicinandosi a queste coste, hanno anche imparato a sopravvivere nutrendosi dei mammiferi marini e degli uccelli che ci abitano e quanto più essi risiedono in zone polari, tanto più aumenta la minaccia di essere cacciati dalle orche. In Antartide sono a rischio, ad esempio, i pinguini per quanto concerne gli uccelli, mentre per quanto riguarda i mammiferi, sono gli elefanti marini a dover stare all’erta. Soprattutto perché in seguito allo scarseggiare delle balene, le orche stano rivolgendo la caccia sempre più verso di loro. Anche per cacciare altri mammiferi marini, come foche e otarie, le orche riescono a spingersi fin quasi sulla terraferma. Le incognite sulla riuscita sono, tuttavia, molte. C’è innanzitutto, un grosso lavoro di acquisizione. Sembra eccessivo, ma sta di fatto che le orche studiano dove i mammiferi marini vanno a radunarsi per riprodursi. C’è inoltre da considerare la pericolosità di questo loro precipitarsi a riva, che potrebbe potarle alla morte per spiaggiamento. Le orche sopportano dei lunghi digiuni e per fame si espongono a questi gravosi rischi. Il loro approccio con la preda è lento e silenzioso, proprio perché un delfino potrebbe sentirle e un mammifero a riva vederle, ma in genere riescono nell’impresa. Lo stomaco di un’orca ha una capienza davvero straordinaria; può contenere fino a una ventina di mammiferi marini! E’indispensabile per far fronte alla loro smania di cibo. Alle volte, tuttavia, questa eccessiva ingordigia si è rivelata fatale: una preda rimasta incastrata in gola , ha più volte determinato la morte per soffocamento. Nel film “Profondo Blu”, assistiamo a una colonia di leoni marini, stanziatasi sulla costa per riprodursi. I piccoli sono ancora sprovveduti e si avvicinano troppo alla riva. Le orche colgono al volo questa possibilità e ne catturano uno, aiutate anche dal panico creato negli adulti dal loro inaspettato arrivo. Quando l’orca si allontana e prende il largo, gioca con la preda, facendole compiere ogni sorta di evoluzioni lanciandola per aria. Uno spettacolo tanto bizzarro, quanto inquietante. LA CACCIA ALLE BALENE E AI PICCOLI CETACEI E’ davvero il caso di dirlo: nessun animale può ritenersi al sicuro dalla presenza delle orche. Queste ultime predano anche loro simili e stiamo parlando di balene e delfini, che sono cetacei proprio come loro. Per non parlare del fatto che è stato persino riscontrato un caso di cannibalismo…. Anche nell’avvicinarsi a una cetaceo (sia esso un balenotto o un delfino), le orche devono fare assoluto silenzio. Ricordiamo che con il loro sistema uditivo efficientissimo, i cetacei potrebbero sentirle e fuggire. Le orche hanno un ulteriore punto debole: non possono raggiungere profondità troppo elevate. Non hanno mai sviluppato questo adattamento evolutivo, in quanto le loro prede (siano esse pesci o mammiferi), sono concentrate per lo più in acque superficiali o a riva. Le prede capaci di raggiungere profondità maggiori, come gli zifii, le foche, i capodogli, giocano proprio questa carta per mettersi al riparo dalle orche e si rintanano quanto più a fondo possibile. Le balene adulte non corrono pericoli grazie alla loro mole e alla potenza dei loro colpi di coda, sufficienti a stordire qualunque predatore, orche comprese. Non è così, purtroppo per i cuccioli di balena, che essendo più piccoli, spesso vengono attaccati anche da un intero branco di orche. Chi ha visto il film “Profondo Blu”, si è imbattuto in una scena mozzafiato e terrificante, che ha avuto come protagonista un branco di orche e per vittima, un balenotto di balena grigia. Alla fine, dopo l’uccisione, le orche ne hanno mangiato solo la lingua e la mascella inferiore. Non si tratta di uno spreco; la verità è che le balene, essendo animali di grossa mole, non possono essere divorati in poco tempo perchè subito dopo il decesso, iniziando il processo di decomposizione, la carcassa già comincia ad affondare. In pratica, le orche non fanno in tempo a finire il pasto. La bocca è inoltre il punto che le orche attaccano con priorità assoluta, perché così facendo il balenotto la apre e possono azzannare la lingua, che è un vero tallone di Achille per le balene e le rende più esposte al cedimento e alla resa. Ci si è chiesti spesso perché le orche divorino soltanto parti di balena. Ora sappiamo che è una scelta di tempo: tra il morso letale e l’affondamento della carcassa, ne rimane, in pratica, pochissimo. Avvicinarsi alla costa è forse l’unica maniera, che ha una madre col suo piccolo, di mettersi in salvo dalle orche. Spesso, tuttavia, la marcia non lo consente ed ecco quindi scattare l’implacabile trappola. ACCOPPIAMENTO E INTERRUZIONE MIGRATORIA Le orche praticano la poliginia; vuol dire che i maschi possono accoppiarsi con più femmine, mentre queste ultime possono farlo con un solo partner. I preliminari del corteggiamento sono fatti di carezze e buffetti sulle pinne, mentre l’accoppiamento vero e proprio avviene ventre-ventre, sia in posizione orizzontale, sia in verticale e può durare al massimo una trentina di secondi. Durante il periodo riproduttivo le migrazioni cessano e le orche si fermano per accudire i piccoli. Per gli esemplari del Pacifico, questa interruzione ha luogo da maggio a luglio, poiché qui s’insedia un numero maggiore di prede proprio in questo periodo dell’anno. Al contrario, gli esemplari dell’Atlantico prediligono come periodo riproduttivo (con conseguente interruzione migratoria) ottobre e novembre, i mesi immediatamente precedenti il grande freddo. E’ nelle acque fredde, infatti, che le orche preferiscono allevare i piccoli, proprio come fanno anche beluga e narvali. La ragione sta pure qui nella disponibilità delle prede: pare che l’oceano Antartico sia molto florido di plancton n questa stagione, mentre l’estremo nord è particolarmente ricco di pesci in banco, come i merluzzi. INFANZIA E CURE PARENTALI Un piccolo viene al mondo dopo una gestazione di 15 o 16 mesi. La madre partorisce in genere un solo cucciolo per parto e aiutata da un’altra femmina del branco, porta immediatamente il piccolo in superficie, per farlo respirare la sua prima volta. Nel periodo di allattamento, le mammelle materne, dapprima rientranti e nascoste, sporgono per agevolare la nutrizione. Ricordiamo, però, che anche nell’orca, come negli altri cetacei, è la madre a comprimere le mammelle con un movimento volontario. I piccoli di cetacei, infatti, non sono idonei alla suzione, per questo è la madre a introdurlo nella loro bocca con un getto sotto pressione. Il piccolo dipende dalla madre per moltissimi mesi. Mentre la madre nuota, lui si dispone sopra il suo dorso e leggermente di fianco. Assumendo questa postazione, si lascia “accompagnare” da lei, che lo sospinge per non affaticarlo troppo durante il nuoto. Spesso gli orcini si dissociano dalle madri per andare a mescolarsi in un gruppo di giovani, ma non c’è da temere: nelle vicinanze c’è sempre un adulto. I giovani più intraprendenti, a volte, si mettono a cavalcare l’onda di prua delle imbarcazioni come fanno i delfini e possono così offrire all’uomo un’esperienza unica e coinvolgente.
STATISTICHE SULLA CRESCITA L’orca ha un ritmo di crescita molto rapido. Lo sviluppo, di norma, è completo a 10 anni di età. Questa è la soglia che trasforma il giovane in un adulto, maturo sessualmente. A quest’età, le femmine hanno raggiunto i 7m di lunghezza e le 4 tonnellate di peso. La durata della vita di un’orca si stima dagli strati di avorio che ne compongono i denti e pare che le femmine siano più longeve e possano vivere anche fino a 50 anni. I maschi, al contrario, pur essendo meno longevi (parliamo di una durata media che oscilla dai 30 ai 35 anni), raggiungono dimensioni molto maggiori. Sfiorano infatti i 10m di lunghezza e le 8 tonnellate di peso. Il doppio, in pratica, del peso delle femmine. Un neonato misura, alla nascita, tra i 2,20 e i 2,90 metri, ma a due anni si è sviluppato così rapidamente da sfiorare i 4. La durata media della vita di un’orca, si aggira, tutto sommato, intorno ai 35 anni. IL PERICOLO UOMO L’uomo è l’unico vero nemico incontrastato di questo temibile predatore. L’orca però non viene cacciata per necessità, come sarebbe invece se ci procurasse del cibo. L’unico cibo che l’uomo ricava da questo animale diventa mangime per altri animali, tutto qui. C’era un tempo in cui il derma dell’orca veniva impiegato per fabbricare suole da scarpe, come se la vita di un animale valesse quanto quello che calpestiamo… L. Le cose non sono cambiate poi molto. Dal 1981 la Commissione Baleniera Internazionale ha vietato la caccia alle orche, eppure ancora oggi paesi come Islanda, Norvegia e Giappone continuano a massacrarle, col pretesto che sottraggono troppo pesce. Vero, ma senza troppi allarmismi, per i paesi del nord Europa. Del tutto ingiustificato, invece, per il Giappone e per quel tratto di oceano. Insomma, in ogni caso, un pretesto inutile e pieno di esagerazione, senza contare che a tutto ciò si unisce un’attività illegale e contrabbandiera di caccia alle orche, per estrarre l’olio e la pelle. (Marina.celta)
Per la stesura di questo dossier ho consultato: "Mari e oceani" (Reader's Digest) e "Balene e delfini" (De Agostini). Le immagini contengono miei interventi grafici, ma non mi appartengono; le originali si trovano nei libri che ho citato e nel web. Regno: Animali Phylum: Cordati Classe: Mammiferi Ordine: Cetacei Famiglia: Delfinidi Genere: Orcinus Specie: Orcinus orca March 10 Adozioni a distanza per cetacei
Sul sito "Dolphins Orchas Lovers", sono venuta a conoscenza di una cosa molto bella. Anche i cetacei sono adottabili a distanza ! Sono disponibili diversi programmi molto elastici, a cui consiglio vivamente di dare un'occhiata. Se potete, diffondete a vostra volta. Per adottare a distanza un cetaceo, cliccate qui.
March 03 Il dramma inesplicabile degli spiaggiamenti di massaIl fenomeno che porta un cetaceo ad arenarsi a riva, prende il nome di spiaggiamento. Una vera e propria trappola per lui, se non riesce più a tornare in acqua, perchè dopo poco tempo, va incontro a morte per disidratazione. Quando il problema coinvolge un solo esemplare, oppure una madre che accompagna il suo piccolo, è più semplice capire da cosa può essere dipeso. Con ogni probabilità si è trattato di un esemplare malato, il cui sistema ecolocalizzatore, uditivo, o cognitivo è stato compromesso e lo ha portato a riva per sbaglio. Oppure si è trattato di un’orca, che per cacciare mammiferi marini come elefanti di mare, foche o otarie, si è avvicinata troppo a riva. Ciò che non si riesce a capire sono, invece, gli spiaggiamenti di massa, cioè l’arenarsi a riva di due o più esemplari contemporaneamente. Le cause possono essere diverse, eppure nessuna, dalla più fragile alla più credibile, si è rivelata convincente fino in fondo. Alcune si verificano solo in date situazioni; altre presuppongono informazioni non ancora accertate; altre ancora sembrano persino assurde. Leggiamole nei dettagli. Patologia del capobranco. Sappiamo che moltissimi cetacei, soprattutto i delfini, sono animali gregari. Hanno cioè, la tendenza a svolgere vita di gruppo. Quando il capobranco è malato, il suo sistema uditivo non funziona correttamente. Di conseguenza, se il capobranco si spiaggia, anche gli altri membri del gruppo lo seguono. Gli addetti al salvataggio di questi animali, affinché il salvataggio stesso abbia effetto, devono adoperarsi quanto più possibile, a reintrodurre in acqua non uno alla volta, ma bensì tutti gli esemplari spiaggiati contemporaneamente. In caso contrario, può accadere che un esemplare rimesso in mare, faccia comunque ritorno a riva per ricongiungersi ai compagni, vanificando così ogni precedente sforzo di restituirlo alla libertà. Questa teoria è perfetta e sensata. Ma allora perché si spiaggiano anche esemplari sani? Disattenzione. Chi conosce i cetacei, sa che il loro sistema ecolocalizzatore opera su due livelli: o indaga l’ambiente circostante ( e in questo caso ricorre ai click di bassa frequenza, che hanno una propagazione più ampia e sono in grado di giungere più lontano), oppure si concentra su un oggetto specifico che ha catturato la sua attenzione, come ad esempio, una preda (e in questo caso ricorre alle alte frequenze, che hanno gittata ridotta, ma quanto a concentrarsi su un obiettivo sono più precise). Quando un cetaceo è intento a cacciare un banco di pesci, emette click ad alta frequenza e perde così, la cognizione spaziale di ciò che ha intorno. Quando un banco di pesci vuole evitare la minaccia di un cetaceo, sa che la prima cosa da fare è portarsi verso riva e nel frattempo, il cetaceo, poiché impegnato nella caccia e concentrato sui pesci, non si accorge di quanto la terraferma si sia pericolosamente avvicinata. Un istintivo controllo delle nascite. Alcuni cetacei, soprattutto le orche, sanno “monitorare” il numero di esemplari presenti nel loro gruppo. Non si sa come, ma pare che riescano persino a contenere le nascite, per far sì che il numero di esemplari all’interno del branco si mantenga sempre costante. Quando però diventa troppo numeroso, i soggetti più deboli mettono fuori una triste tendenza suicida e si spiaggiano volontariamente. Coste ad alta densità demografica. Al largo delle coste maggiormente urbanizzate, dove la presenza dell’uomo è più evidente e ha messo radici più solide, si è scoperto che alcune orche vengono a spiaggiarsi di propria iniziativa. E’ venuto a galla che queste orche hanno tutte una cosa in comune: sono del gruppo, quelle dalla personalità più fragile, dimessa e arrendevole. Subito si è individuata la causa nella presenza invadente dell’uomo, lungo quel tratto di costa. Ma non si esclude affatto che il motivo possa essere un altro: l’istinto detto in precedenza, a mantenere costante il numero di membri del gruppo. Di fronte ad un aumento incontrollato, è molto probabile che il gruppo abbia individuato proprio in loro, dal temperamento così rassegnato e passivo, l’anello debole che andava eliminato per far posto ad altri membri più “forti”. L’orientamento dei poli magnetici terrestri. I poli della Terra non costituiscono un campo magnetico stabile; tutt’altro. Si spostano e si ridefiniscono in continuazione, descrivendo un orientamento, di volta in volta, differente. Le carte geografiche che riportano il campo magnetico terrestre, recano impressa una linea curva, detta isomagnetica, che descrive proprio l’orientamento di questa traiettoria magnetica (sempre diversa), generata dai due poli della Terra. Essendo il campo magnetico così mutevole, anche quella linea sulla carta va rappresentata in modo sempre diverso, proprio perché cambia, di volta in volta, il suo orientamento. Le orche, dotate evidentemente di una capacità, ancora a noi sconosciuta, di riconoscere l’orientamento magnetico terrestre, compiono spostamenti che corrispondono proprio alla direzione di questa linea isomagnetica. E quando accade che il campo magnetico della Terra , mutando, porti questa linea in direzione perpendicolare a quella di riva, è inevitabile che le orche si spiaggino. Tuttavia, poiché non si ha ancora sufficiente consapevolezza dell’esistenza di questa capacità magnetica delle orche, non si possono ricondurre ad essa nemmeno gli spiaggiamenti. Pertanto, questa teoria è ancora tutta da verificare. Fondale scosceso. Quando il fondale è un tratto di costa gradualmente scosceso, pare che i segnali di ecolocalizzazione diventino confusi. Confusi perché gli echi di ritorno dei click emessi, hanno intervalli di tempo differenti. Il cetaceo non è più in grado di distinguere la direzione dell’oceano da quella di riva e in questa situazione, di già totale indecisione, subentra il panico. Il cetaceo sceglie a casaccio l’una o l’altra direzione, credendo di raggiungere il largo. Se però si è sbagliato, finisce a riva spiaggiato. (Marina.celta)
Per questo articolo ho consultato: Il Grande Libro della Natura -Mari e Oceani- (Selezione dal Reader’s Digest) |
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