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May 31 Il polpo comune
C'era una volta un cefalopode.... Il primo antenato del polpo apparve nel Cambriano, parecchie centinaia di milioni di anni fa ed era dotato di conchiglia. Si trattava di un cefalopode (che significa “testa e piedi”) ed era il primo di una lunga evoluzione. Quando apparve il primo cefalopode non esistevano ancora i vertebrati, per cui questi organismi avevano una struttura corporea e delle funzioni biologiche molto semplici. Solo in seguito, quando i loro nemici vertebrati fecero la loro comparsa sul nostro pianeta, i cefalopodi sono entrati in competizione con loro, evolvendosi in modo da proteggersi ed evitare di essere cacciati. Ecco quindi che la loro trasformazione ha dato vita a 3 gruppi distinti, in base alla loro profondità di collocazione. Il primo gruppo è costituito dai calamari, che nuotano in mare aperto, spingendosi fin quasi verso le acque superficiali. Il secondo gruppo è rappresentato dalle seppie, che nuotano e si stabiliscono in una fascia mediana, appena al di sopra del fondale. Il terzo gruppo, invece, sono i polipi. Loro sono prettamente bentonici, cioè vivono sul fondo e di rado se ne allontanano. Esistono ancora cefalopodi dotati di conchiglia: uno di questi è il nautilo, che è rimasto un organismo semplice, mentre il polpo ha elaborato un sistema cerebrale molto più complesso. Sapevate che se gli proponete un contenitore con del cibo, il polipo è in grado di svitare il coperchio? Beh, questo è soltanto uno dei tanti esempi della sua intelligenza. Il polpo, così giovane nella storia dell’evoluzione, è in realtà una creatura molto antica se confrontato con la storia dell’uomo. Già Aristotele e Plinio il Vecchio ne raccontavano la presenza nel Mediterraneo orientale, mentre nel tardo Medioevo sono comparse anche le prime leggende.
Testa e piedi: ecco com'è fatto un polpo
Se osserviamo un polpo ci accorgiamo che è composto soltanto da una testa e lunghissimi piedi. In realtà, queste due parti del suo corpo sono in grado di provvedere anche a funzioni ulteriori. La testa è molto grande e se al suo esterno osserviamo solo un paio d’occhi ai lati, al suo interno hanno sede tutti gli apparati, in particolare digerente, genitale e respiratorio. La circolazione funziona grazie a un cuore principale che consta di due atri e un ventricolo. Per mezzo di essa, il sangue raggiunge le branchie. Per imprimere un’ulteriore pressione sanguigna e migliorare l’ossigenazione dei tessuti, intervengono anche due piccoli cuori branchiali. L’occhio di un polpo è molto simile a quello umano, ossia composto da cornea, retina, iride e cristallino. Non è in grado di distinguere né la luce, né i colori, eppure ha una nitidezza e messa a fuoco impeccabili, sia da vicino, sia da lontano. Il nautilo, ad esempio, che è imparentato con il polpo, non possiede il cristallino con la conseguenza che la sua efficienza visiva è inferiore. Sotto la testa, si apre a imbuto una zona del corpo chiamata mantello. Qui hanno sede i suoi otto tentacoli. Sono quasi dei veri e propri piedi; non a caso il polpo appartiene agli ottopodidi, che vuol dire dotati di otto piedi. Lungo i tentacoli si aprono numerose piccole ventose circolari, ognuna delle quali termina in un anello adesivo. Oltre a una funzione di aderenza a rocce e fondali, pare proprio che le ventose si comportino anche come arma di difesa, rappresentando una minaccia per gli eventuali predatori. Nel maschio, se lo osserviamo frontalmente, il terzo tentacolo a destra costituisce il suo organo genitale. Tutti i tentacoli sono mobili e prensili e se mozzati, ricrescono. Sotto il corpo, nel punto in cui i tentacoli si congiungono alla testa, si apre una fessura, chiamata “cavità palleale”, che funge da organo multifunzionale. Essa fa da bocca per nutrirsi, da organo escretore e nelle femmine, anche da organo riproduttivo che riceve il tentacolo sessuale maschile. Sull’apertura della cavità palleale, si notano due piccole sezioni coriacee: rappresentano le due mascelle e si occupano della masticazione delle prede. Prendono il nome: “becco di pappagallo” per la somiglianza che hanno con quest’ultimo.
L'habitat di un inquilino oceanico esigente Per individuare dove un polpo comune (Octopus vulgaris) ha scelto di stabilirsi, bisogna considerare la temperatura ideale: il polpo vive ottimamente in acque piuttosto calde, tra i 10° e i 30°. Significa che preferisce le acque temperate o tropical-temperate. Non sopporta, invece, le gelide acque polari. Per quanto concerne la profondità, preferisce stabilirsi sui fondali bassi che costituiscono la piattaforma continentale; stiamo parlando di una profondità che può toccare al massimo i 100 o 150 metri. La piattaforma continentale, in effetti, rappresenta il primissimo tratto di fondale che si estende subito dopo la costa e che può toccare al massimo un migliaio di metri. Oltre questo valore, il fondale diventa scarpata oceanica, tocca diverse migliaia di metri e la luce del sole non arriva più. Il polpo, nutrendosi di plancton, non può avventurarsi dove il sole non arriva, questo perché dove non c’è luce solare, le alghe non possono svolgere la fotosintesi e il plancton di cui nutrirsi non può proliferare in abbondanza. La piattaforma oceanica in cui si è stabilito, invece, è un tratto la cui profondità intermedia permette la fotosintesi delle alghe e richiama a raccolta tutti gli organismi planctonici che possono sfamare il polpo. Sappiamo che il polpo è un animale bentonico: vive sul fondale. Normalmente preferisce fondali rocciosi o corallini, ma può anche adattarsi a fondali fangosi o sabbiosi. Il dato più importante rimane comunque la profondità; il polpo non la ama particolarmente e quanto più si scende verso il fondo, tanto più la popolazione di polpi diminuisce di densità.
Molteplicità della propulsione Il sistema di locomozione del polpo, cioè il modo in cui si sposta e cammina, varia in relazione alla velocità con cui intende spostarsi. Quando si muove in maniera distesa e tranquilla, lo si vede puntare i tentacoli a contatto con il fondo. Questo movimento fa leva su di essi e li usa per spostarsi. Diversa è la situazione se invece, il polpo deve ricorrere a spostamenti repentini, come quando, ad esempio, fugge da un predatore. In questo caso, il polpo esibisce un vero e proprio meccanismo a reazione: la cavità palleale incamera ed espelle acqua a intervalli, dando al polpo la forza propulsiva che gli serve. Ovviamente, quanto più sono rapidi questi getti d’acqua, forti queste contrazioni e rapidi questi intervalli, tanto più il polpo potrà muoversi velocemente. Quando un polpo retrocede, allarga i tentacoli e li ondeggia verso di sé, strisciando. Il mantello, con la sua forma a imbuto fa da timone; il polpo l’orienta davanti a sé se vuole retrocedere, dietro di sé se invece, vuole avanzare. Nel caso in cui qualcosa lo costringa a fermarsi, ecco che allarga tutti i suoi tentacoli come un ombrello, per frenare la velocità residua. Il movimento di un polpo è una caratteristica indispensabile, quasi vitale: con il movimento, infatti, può filtrare tutta l’acqua che gli occorre per l’ossigenazione delle branchie.
Il polpo: un cacciatore crepuscolare Il polpo si ciba di altri cefalopodi più piccoli, crostacei come granchi o aragoste, molluschi bivalvi e raramente, anche di pesci. Nella foto in chiusura, in fondo a questo intervento, possiamo oservare un polpo comune che divora un granchio. Pare che il quantitativo maggiore del pasto giornaliero, venga assunto nell’arco di tempo crepuscolare che va dalle 16 alle 22, ma anche al primo albeggiare. Quando decide di attaccare si mette di fronte alla preda, sollevando la testa e preparando la bocca. Negli istanti successivi cambia colore e si avventa. Con le ventose tiene ferma la preda, mentre con le braccia la sospinge verso la tasca che ha sotto la testa. La divorerà in un secondo momento, quando l’avrà portata nella sua tana. La tana di un polpo è facilmente riconoscibile dai detriti sparsi tutt’intorno, che sono i resti coriacei di tutte le sue prede divorate e sono quindi costituiti da frammenti di conchiglie o di carapace, che il polpo ha sputato via dalla bocca. La prima fase della digestione avviene a livello della bocca. La saliva del polpo secerne un veleno paralizzante che annienta la resistenza della preda. Secerne anche degli enzimi predigestivi che decompongono il pasto, soprattutto quando il polpo deve perforare un guscio o una conchiglia, per arrivare alla carne che c’è all’interno e quindi, nutrirsi. In questo caso, oltre all’azione corrosiva enzimatica, interviene anche un processo di raschiamento ad opera di quei piccoli denti duri, che si trovano in corrispondenza della bocca e che prendono il nome: becco di pappagallo.
Il vero e proprio processo digestivo, avviene però negli organi interni. Il boccone predigerito passa nel gozzo e successivamente, nello stomaco, dove viene sottoposto a triturazione e dissoluzione. Da qui comincia il tratto intestinale: dal cieco spiralato, passando per la ghiandola digestiva che assorbe le sostanze, fino all’ultimo tratto che è l’intestino vero e proprio. Questo lungo processo digestivo può durare anche dodici ore, tuttavia, il polpo torna ad avvertire la fame già allo svuotamento del gozzo. Per questo deve tornare a nutrirsi, anche se la digestione precedente non è del tutto completa.
Stratagemmi di difesa: mimetizzazione e sacca del nero I primi nemici da cui un polpo deve riguardarsi sono i capodogli, i pinnipedi come le foche e gli uccelli d’acqua. Ma soprattutto deve mettersi in salvo da gronghi e murene, perché mentre i primi cacciano in acque superficiali e il polpo può sfuggirli rintanandosi nei fondali più profondi, i gronghi e le murene cacciano sul fondo anche loro. E che dire del pessimo rapporto che vige tra polpo, aragosta e murena? Secondo Jacques Cousteau, questi tre animali si odiano a vicenda come cani e gatti. Il primo e più conosciuto stratagemma di difesa del polpo, come sappiamo, è il getto del nero. Il nero è una sostanza di melanina mista a muco, che ha sede in una sacca comunicante con l’intestino. La sacca del nero, a sua volta, è ripartita in due cavità: nella prima viene prodotta la melanina, mentre la seconda funge da serbatoio di raccolta, pronta per l’espulsione. Attraverso l’intestino, la melanina si mescola ai muchi e viene gettata in faccia al predatore in caso di minaccia. La sua nube è densa e resistente, simula la forma del polpo per consentirgli di andarsi a nascondere e può durare anche dieci minuti, prima di dissolversi completamente. Il polpo, però, ha a disposizione anche un’altra importante strategia di difesa che è la mimetizzazione, cioè la capacità di mutare forma e colore per confondersi con l’ambiente. Spesso raggomitola attorno a sé i tentacoli e mette fuori papille epidermiche, per imitare la scabrosità delle rocce, ma la forma di mimetizzazione più straordinaria, sta nella sua capacità di cambiare colore. Le cellule pigmentate del polpo prendono il nome di cromatòfori, sono sparse lungo tutta l’epidermide e ognuna di esse è composta da un nucleo centrale circolare, circondato da raggi dello stesso tessuto epidermico. Quando occorre che il polpo intensifichi il suo colore, contrae i raggi e il pigmento si riversa tutto nella zona centrale del cromatòforo, diventando così più intenso. Al contrario, per un colore più fluido, distende i cromatofori e il pigmento torna a disporsi lungo i raggi. Il polpo ha a disposizione da 4 a 5 gradazioni del pigmento: si parte dal più chiaro che è il giallo, a seguire con l’arancio, il rosso, il marrone scuro e negli esemplari di età più avanzata, persino il nero. Gli esemplari più giovani hanno una capacità mimetico-cromatica ridotta, che tocca al massimo il livello rosso scarlatto, mente la colorazione più scura, come abbiamo visto, è caratteristica dei più anziani. Questo accade perché il numero dei cromatofori varia con l’età: da 65 del primissimo stadio giovanile, diventano 1 o 2 milioni allo stadio adulto avanzato.
Accoppiamento a distanza Un polpo è un animale solitario e sedentario, ma per accoppiarsi, deve scendere a compromessi con questa sua condizione e spostarsi per cercarsi una compagna. Nelle acque tropicali, i polpi possono accoppiarsi in ogni stagione dell’anno, ma nelle acque temperate l’accoppiamento è stagionale, avviene solo a fine estate e spesso i polpi devono compiere un breve tragitto migratorio, lasciando la costa e trasferendosi sul fondale. Il maschio è maturo quando ha raggiunto i 200gr. La femmina deve invece raggiungere i 500, eppure accetta l’accoppiamento anche quando non è ancora matura, con lo stesso o con diversi partner. Il maschio si mette in mostra con colori più vivaci, ma la parte terminale delle braccia rimane scura come di consueto. L’accoppiamento avviene sul fondale e i due polpi si collocano a distanza l’uno dall’altra. Il maschio allunga il braccio chiamato ectocòtile, che funge da organo sessuale e lo introduce nell’ovidotto della femmina. Avvenuta la penetrazione, dall’ectocotile vengono liberate delle piccole strutture tubolari, chiamate spermatòfori, che a loro volta si rompono e liberano gli spermatozoi. Contemporaneamente, l’ovidotto femminile libera le uova, mentre gli spermatozoi del maschio vanno a fecondarle. Ora la femmina è pronta per la deposizione e torna a isolarsi dal maschio. Se non ha ancora un rifugio, se lo ricava dai sassi e vi depone uova a migliaia, della lunghezza di 2 o 3 mm, tutte aderenti a un nastro. La loro incubazione dura circa 25 giorni se si trovano in acque più calde, ma questo tempo si allunga per le acque più fredde, arrivando a circa 4 mesi. Durante la custodia, la madre protegge le uova ossigenandole continuamente con dell’acqua più fresca e vegliando su di esse. Questa occupazione la induce al digiuno, riducendosi così a un terzo del suo peso originario. Dopo la schiusa è quasi certa la sua morte. Lo stadio giovanile dei nuovi nati dura da 1 a 3 mesi, durante i quali conducono vita pelagica, spostandosi liberamente in acqua e nutrendosi di plancton. Poi si trasferiscono sul fondo, come tutti gli adulti della loro specie. Il polpo comune raggiunge l’altezza di 1,20 m nelle femmine e di 1,30 m nei maschi. Il peso va dai 3 ai 10 kg. Una femmina di polpo comune può vivere da uno a due anni, ma i maschi sono più longevi. (Marina.celta) Informazioni e illustrazioni tratte da: "Mari e oceani" (Reader's Digest) foto sotto: un polpo divora un granchio Regno: Animali
Phylum: Molluschi
Classe: Cefalopodi
Ordine: Ottopodi
Famiglia: Ottopodidi
Genere: Octopus
Specie: Octopus vulgaris
May 27 Ancora una firma contro la caccia alle balene
dal blog di Laura, per favore, partecipiamo numerosi a questa petizione: ancora una firma contro la caccia alle balene clicca qui per firmare May 13 L'Antartide sulla mappa di Piri Reis
Nel 1929 fu rinvenuta, nel Palazzo Imperiale di Costantinopoli, una mappa su pelle di gazzella. L’aveva realizzata, nel 1513 Piri Reis, nativo delle mie parti, di Gallipoli, per la precisione. Successivamente Piri Reis seguì suo zio che era un ammiraglio turco, diventando ammiraglio a sua volta, oltre a un dotato oceanografo. La mappa ritrae le coste dell’Africa occidentale e dell’America orientale, in mezzo alle quali figura perfettamente la costa settentrionale dell’Antartide (udite, udite!) non ancora ghiacciata. Ma in fondo, l’Antartide non è stato scoperto solo nel 1818? Come può comparire su una mappa datata 1513? Effettivamente è una giusta considerazione, ma non basta. Einstein affermava che la forza centrifuga derivante dalla rotazione terrestre, avrebbe avuto un ruolo dominante sull’assetto del nostro pianeta. Il ghiaccio, infatti, non è distribuito in modo omogeneo perché la forza centrifuga tende ad accumularlo in alcune zone, piuttosto che in altre. Oltre un certo limite, la forza centrifuga, oltre al ghiaccio, fa staccare e trascina via anche alcuni frammenti di crosta terrestre, in un processo che pur assomigliandole, non ha però nulla a che vedere con la celeberrima deriva dei continenti. Per farla breve, la crosta terrestre antartica si sarebbe staccata e sarebbe migrata verso sud. Solo da questo momento in poi, sarebbe sopraggiunta la glaciazione. Insomma, non c’è alcun dubbio: stando a questa teoria, la costa che vediamo a sud della mappa di Piri Reis, è plausibilissimo che sia quella antartica. Ora però, stiamo per fare una constatazione incredibile. Per tirare fuori quella mappa, Piri Reis aveva fatto un lungo lavoro di catalogazione, radunando varie fonti cartografiche ancora più remote. Queste antiche mappe, che a loro volta avevano dato vita alla mappa di Piri Reis, erano partite da Alessandria d’Egitto e passando per Costantinopoli, giunsero anche in Europa a seguito della Quarta Crociata, nel 1204. Alla luce di tutto questo sorge una serie di domande. Siamo davvero sicuri che l’Antartide sia stato scoperto soltanto nel 1818? La glaciazione antartica risale al 4000 a.C. Ma non si ha traccia di alcuna forma di civiltà prima di allora. Chi erano quegli ignoti esploratori che hanno potuto documentare l’esistenza del sesto continente ancor prima della glaciazione? (Marina.celta) May 12 Fasano ricorda la strage di via Fani
A trent’anni dall’assassinio dell’onorevole Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, la mia città ha voluto ricordare quel tragico evento in una mostra di periodici. Solo 55 giorni prima, nella strage di via Fani, erano morti anche i suoi cinque agenti di scorta. La mia città non può dimenticare quel giorno terribile, tanto più perché uno di quei cinque agenti si chiamava Franco Zizzi ed era un nostro concittadino. Aveva la mia età, mentre io sarei venuta al mondo solo otto mesi dopo questa feroce esecuzione… Ancora oggi, dopo tanti anni, non c’è nessun fasanese, che viandante nel cimitero del mio paese, non si sia mai fermato a portare un omaggio, o anche solo un pensiero, sulla tomba di questo sfortunato e giovane eroe.
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