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    July 31

    Palla di neve

     Palla di neve

     

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    Questo film ha una delicata trama, quasi puerile. Infatti, si adatta benissimo a un audience molto giovane. Non dimentichiamo però,  che al di là di una struttura cinematografica spicciola ed essenziale, nata proprio per garantire quest’adattabilità a un pubblico di minori, Palla di Neve è tratto da un romanzo e porta quindi, dentro di sé, tutta quella forza umana che si legge nei libri, dove non c’è l’esigenza di condensare tanti particolari in un paio d’ore come nei film.

     

    La storia è molto profonda. Palla di Neve è il nome che un bambino ha dato a un maschio di beluga, catturato da un cattivo riccone (Alessandro Haber) che lo tiene prigioniero in attesa di piazzarlo sul mercato nero. O almeno questo è ciò che vuol far credere a chi collabora con lui, ma nei suoi veri piani, Palla è destinato a una ben più triste sorte. In questa prigionia, la sua unica gioia è una cara e buona dottoressa esperta di cetacei (Anna Falchi). Un giorno, però, Palla riesce a scappare e la sua storia s’intreccia con quella di Billy Bolla (Paolo Villaggio), che sta lavorando come animatore su una nave da crociera. Purtroppo, gli inizi non sono facili, ma il beluga viene illuminato dal lampo di luce del suo sesto senso. Billy, infatti, non ama mangiare pesce e non sopporta nemmeno l’idea che venga catturato. Palla non sa questo, eppure si affeziona a Billy in maniera tanto inspiegabile, quanto eclatante e accetta che solo lui gli dia da mangiare. Ma le nubi incombono all’orizzonte; il suo carceriere non è stato a guardare  e lo ha reimprigionato. Toccherà a Billy, insieme al suo amico bambino Teo e alla sua mamma (Monica Bellucci), escogitare un piano per liberarlo. Verranno aiutati da un personaggio davvero divertente e truffaldino; un cittadino greco di nome Sidìk (interpretato con magistrale senso imitativo da Leo Gullotta) e dall’immancabile dottoressa, che per tanto tempo lo aveva assistito durante la prigionia (Anna Falchi). Tutti insieme, aiuteranno Palla a ritrovare la libertà del mare aperto.

     

    In questo vecchio film, troviamo un cast di attori eccezionali, dai ruoli davvero caratteristici. Il primo di tutti è, ovviamente, Paolo Villaggio, che già in questo film, ancor prima di “Io speriamo che me la cavo”, si cala in un impeccabile ruolo drammatico per la prima volta e nel suo rapporto col piccolo Teo, già suscita quella particolare tenerezza che ricomparirà nel futuro maestro Sperelli.

    Bravissimo e impeccabile anche Alessando Haber nel ruolo del “cattivo” signor Marco. E’ davvero incredibile come dal tono della voce e dai suoi secchi gesti prepotenti, la bravura di un attore si veda anche nei ruoli che non gli appartengono affatto.

    Dolcissima la figura di Anna Falchi, anche se la sua recitazione ha subìto molto l’influenza di una cadenza colloquiale. Troviamo anche una principiante Monica Bellucci, dalle doti interpretative non proprio eccezionali, ma contraddistinta da un enorme pathos corporeo, capace d’impersonare il fascino davvero come nessuna. Siamo ben lontani dall’interpretazione ad alto livello di Malèna, ma anche in Palla di Neve si nota che questa brava modella-attrice è davvero nata con la sensualità nel sangue. Peccato per il ruolo assegnato a Dong Mei; il copione avrebbe potuto mettere più in risalto le doti di questa ragazza esotica che con il suo essere carezzevole, cerca di calmare le inutili arrabbiature del suo “sostenitore” e amante che è il terribile Marco.

    E infine lo spumeggiantissimo Leo Gullotta, che sin dalla sua prima comparsa, mette fine ai toni sdolcinati delle scene, per dirottarle in una connotazione comica. E’ proprio da Leo Gullotta infatti, che proverranno le vostre risate, soprattutto nella sua interazione con il ruolo di Paolo Villaggio. Una miscela davvero esplosiva! E non dimentichiamo le sue doti di formidabile imitatore, dato che parla benissimo l’italiano stentato, proprio come lo parlerebbe un vero straniero!

     

    Ma la grande protagonista è sempre e comunque lei: la storia. La storia di questo tenero beluga, in grado di far capire proprio a tutti, anche ai bambini, un problema di difficile spiegazione e che rompe il mondo delle favole di tutti noi: il bracconaggio. (By Marina.celta)

     


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    July 30

    Il Regno degli Idioti

     
    Un carabiniere sta osservando un fruttivendolo davanti al suo esercizio. Appoggiato a un tavolino, il fruttivendolo, con un coltello sta separando i semi di una mela dalla polpa. Il carabiniere si avvicina incuriosito e gli domanda: "Ma che fai; conservi i semi?" -Sì-  risponde il fruttivendolo. -Questi fanno crescere l'intelligenza!-  "Ah sì? E quanto costano?" -5 euro.-  "5 EURO?!!!!! A seme?" -Sì. 5 euro a seme! Però funziona!-  Allora il carabiniere ci pensa un po' e gli dice: "Me ne dai tre?" -Ecco qua. Fanno quindici euro!- Il carabiniere paga le 15 euro e si mangia uno per uno i tre semini. Mentre sta ancora frantumando l'ultimo semino dice al fruttivendolo: "Ma lo sai con 15 euro quante mele potevo comprare?" - Lo vedi  che funziona?-   " Per la miseria! Senti vah; tieni dieci euro e dammene altri due!"
     

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    July 24

    Evoluzione in un ambiente ostile

    I pesci si sono adattati al loro habitat marino con grande precisione. Per evolversi, hanno lottato contro la pressione dell’acqua, che come sappiamo, aumenta di un’atmosfera ogni 10 metri di profondità. Questa grande forza, esercita la sua compressione su un corpo da tutte le direzioni, quasi a schiacciarlo. Ma i pesci, soprattutto le specie che popolano le scarpate oceaniche e le piane abissali, si sono evoluti in modo tale da sostenere, con la loro struttura resistente (talvolta persino dura e coriacea), questa spinta altrimenti logorante. Ricordiamo che tra la scarpata oceanica e la piana abissale, la profondità scende da poche centinaia di metri fino addirittura a poche migliaia, per cui pesci, squali e cetacei che abitano queste profondità, devono sostenere e resistere a una forza che raggiunge diverse centinaia di atmosfere!

     

    In profondità l’acqua è fredda, torbida di plancton e fanghiglia fin quasi a impedire la visibilità. Per questo i pesci hanno sviluppato molto bene il senso dell’udito e dell’olfatto, per compensare l’esiguità della vista. Anche l’apparato respiratorio si è sviluppato in maniera incredibile; a quelle profondità, ci si allontana dalla superficie e quindi, anche da una maggiore presenza di aria. Procedendo verso il basso l’ossigeno cala; cala vertiginosamente e le branchie si sono attrezzate per questa carenza.

     

     

    L’acqua del mare, inoltre, con il suo cospicuo contenuto di sale, tende a privare i pesci dell’acqua trattenuta dai loro tessuti. Per fronteggiare questo rischio di disidratazione, si sono rafforzati, perciò, tutti i sistemi d’isolamento epidermico. (By Marina.celta)

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    Sono squali, non pesci!

     

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    Tutti gli esemplari che rientrano nella categoria di squali o razze, non sono pesci, ma selaci. Si chiamano così, proprio perché sono feroci predatori carnivori, che hanno in comune la struttura ossea e delle pinne. Per moltissimi motivi, i selaci non possono e non devono essere considerati pesci. Ecco, infatti, alcune differenze.

    La prima e più lampante è rappresentata dal tessuto epidermico. Mentre il pesce ha la pelle ricoperta di squame piatte e levigate, lo squalo invece, ha dei piccoli dentelli dermici (così si chiamano!), ossia piccole protuberanze appuntite e dure come la sua pelle, che non aumentano di dimensioni con l’andamento dell’età.

     

    E che dire dello scheletro? I pesci comuni sono pesci ossei, hanno, cioè uno scheletro osseo. Gli squali, invece, sono detti elàsmobranchi; hanno cioè , uno scheletro di cartilagine, più malleabile e con un peso specifico minore. La dentatura di un pesce osseo, ha radici nella struttura epidermica del palato, mentre la dentatura degli squali, spunta direttamente dalla cartilagine del palato. La mascella superiore nei pesci non si protrae in avanti, come invece accade per gli squali, che nutrendosi di grosse prede e aiutati dall’elasticità del loro scheletro cartilagineo, possono spalancare la bocca protraendo in avanti la mascella superiore. Un grande aiuto in questa caratteristica fisica, arriva anche dalle articolazioni che uniscono la mascella superiore alla base del cranio; si tratta infatti di legami deboli ed elastici, che non hanno i comuni pesci. La mascella inferiore, nei pesci, si unisce a quella superiore formando la bocca, esattamente dove la testa si curva ad angolo. Negli squali, invece, la mascella inferiore non è simmetrica a quella superiore, ma è notevolmente retrocessa. Come anche la bocca.

     

    Ai lati della testa di uno squalo, si aprono, ben visibili, le branchie. Le branchie tagliano la pelle in senso longitudinale e si susseguono, una dietro l'altra, in gruppo di cinque (ma alcuni squali ne hanno anche sei o sette per lato e perciò sono detti esanchiformi). Le branchie del pesce, invece, non sono visibili, ma coperti da una placca chiamata opercolo, che ricorda la copertura dei crostacei.

     

    Si differenziano anche per la disposizione e il numero delle pinne. Lo squalo ha tre pinne impari, ossia non a coppie simmetriche, che sono le due dorsali, l'anale e la caudale. Pinne pari sono, al contrario, le pettorali e le ventrali posteriori.

    Manca, negli squali, la vescica natatoria. Si tratta di un organo vacante che permette il galleggiamento. I pesci, che ne sono provvisti, devono nuotare freneticamente per non raggiungere la superficie, mentre gli squali, non avendola, tendono a rimanere sul fondo e si muovono a ritmo disteso, oscillando soltanto la coda, perchè le pinne sono dure e fisse. Il loro movimento è anche agevolato dal minore peso della loro struttura scheletrica, che come abbiamo detto, non è ossea, ma di cartilagine. (By Marina.celta)

     

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    Squalo tigre

    Lo squalo tigre 

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    Lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier) deve il suo nome alle striature brunastre sul dorso che ricordano, appunto, quelle di una tigre. Queste striature si riscontrano solo negli squali giovani e tendono a scomparire con l’età. La sua lunghezza media è di 5 metri, ma alcuni esemplari hanno raggiunto anche i 7.

     

    La prima pinna dorsale è di dimensioni modeste, come anche la seconda, ancora più piccola e situata in prossimità della coda. Anche le pinne ventrali hanno estensione limitata. Non è lo stesso per le pettorali e la caudale; le pettorali sono molto ampie e si spingono persino all’altezza delle cinque branchie, mentre la pinna caudale ha un enorme lobo superiore, con cui tagliare un elevato volume d’acqua.

     

    La dentatura, rada e tozza, presenta denti seghettati per masticare meglio le prede dure ed enormi di cui si nutre: grandi pesci, grandi molluschi, alcuni piccoli cetacei, crostacei, persino uccelli, tartarughe di mare e meduse velenose! I suoi denti sono seghettati e hanno la punta curvata vero l’interno della bocca, ma l’asse sporge verso l’esterno.

     

    E’ uno squalo molto pericoloso; tra i più pericolosi per l’uomo, insieme alla verdesca (o squalo azzurro), allo squalo martello e al famigerato squalo bianco. Lo squalo tigre ha attaccato di tutto: sia l’uomo, sia gli animali di allevamento sulla terraferma (bovini, ovini, ecc.) in transito sulle navi e accidentalmente caduti in acqua. Gli stessi pescatori hanno grossi problemi a gestire la pesca, perché gli squali tigre, come anche altre specie di squali, sensibilissimi all’odore del sangue, si avventano sui pesci catturati nel tentativo di sottrarli all’uomo.

    Hanno un’indole davvero impavida! Di notte, in branco, gli squali tigre, che vivono al largo e a una profondità tra i 150 e i 200 metri, si avvicinano alle scogliere per cacciare. Le prede non hanno scampo, perché pur di addentarle tra le fauci, gli squali di molte specie si attaccano anche tra di loro e lo stesso vale per lo squalo tigre. Inoltre, gli squali, attaccano i pesci più deboli, addirittura le carogne e con quest’opera di “spazzini marini”, mantengono sempre efficienti le caratteristiche genetiche degli altri pesci.

     

    Di tutta la famiglia dei carcarinidi (squalo grigio, squalo coda grigia, squalo pinna argento, pinna nera, pinna bianca, squalo bronzo, squalo seta, squalo cucciolo e carcarino delle Galapagos), lo squalo tigre è l’unico carcarinide ovoviviparo, ossia le uova si schiudono nel grembo materno  e partorisce direttamente piccoli vivi, in numero di 30-50 per parto. I piccoli, alla nascita, sono lunghi mezzo metro e a 4-6 anni, raggiungono la maturità e sono pronti per la riproduzione. Uno squalo tigre vive in media 12 anni.

     

    Ricordiamo, infine, che questo squalo popola le acque tropicali un po’ ovunque, eppure i suoi avvistamenti sono molto rari. Dal suo fegato l’uomo estrae un olio dalle proprietà molto simili a quello del merluzzo, dalla sua pelle un ottimo cuoio e dalle pinne una prelibatezza culinaria, tipica dei paesi del sudovest asiatico. Anche su questo spietato carnivoro, l’uomo è riuscito a infliggere la sua crudeltà, ma nonostante questo, lo squalo tigre, forse aiutato dalle sue doti di grande predatore, non è un animale a rischio estinzione.  (By Marina.celta)

     

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     Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Subphylum: Vertebrata

    Classe: Chondrichthyes

    Sottoclasse: Elasmobranchii

    Superordine: Euselachii

    Ordine. Carcharhiniformes

    Famiglia: Carcharhinidae

    Genere: Galeocerdo

    Specie: Galeocerdo cuvier

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     Uno squalo tigre e un'illustrazione dei suoi denti seghettati e ricurvi all'interno.

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    July 23

    Squalo toro

    Lo squalo toro

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    Siamo tutti abituati a vedere lo squalo come un animale dotato di enorme ferocia a ritmo frenetico. In realtà lo squalo toro (Eugomphodus taurus) ha un’indole composta; si muove placido e lento nelle acque costiere che ha scelto come suo habitat. Come tutti gli squali, ha una forma allungata, robusta, poco flessibile. Si chiama squalo toro perchè la prima pinna dorsale, quella visibile che spunta dall'acqua, si trova molto lontana rispetto alla testa, per questo sembra quasi avere una lunga schiena come quella, appunto, di un toro.  Può raggiungere i 3 metri e mezzo; una lunghezza media, tra quelle raggiunte dai comuni squali.

    Il suo corpo taglia l’acqua con l’aiuto imprescindibile di numerose pinne. Due sono dorsali, di cui quella più vicina al capo è più estesa, ma nello squalo toro sono entrambe di uguali dimensioni. Due sono laterali e perfettamente simmetriche; altre due sono ventrali e posteriori. L’ultima, la pinna caudale, è composta da due estremità: quella superiore ha dimensioni maggiori di quella inferiore. La testa, caratterizzata da due occhi fortemente penetranti, sporge formando il muso e sotto di esso, solo al di sotto di esso, si apre minacciosa la bocca, la cui trappola non da scampo. La pelle ha un tipo di squama molto duro e appuntito percepibile al tatto, ma che non aumenta di volume seguendo la crescita dell’animale. La pelle degli squali è spesso di colore grigio-azzurro nella parte del corpo rivolta verso l’alto (testa e dorso), mentre è bianca nella parte ventrale. Lo squalo toro possiede anche lievi chiazze maculate, che tendono a svanoire con l'età.

     

    Ai lati della testa si aprono cinque scanalature branchiali. Servono per la respirazione e, in alcune specie, anche per l’alimentazione, poiché vi filtrano attraverso i minuscoli crostacei e il plancton di cui gli squali si nutrono. Vi sono ancora altri squali il cui nome richiama quello dei bovini terrestri e in particolare, il pesce vacca e lo squalo manzo sono dotati di sei aperture branchiali e non cinque, per la cui ragione sono anche detti esanchiformi. Privi della vescica natatoria che regola il galleggiamento degli altri pesci, gli squali tendono ad andare a fondo.

     

    Lo squalo non è un pesce osseo; il suo scheletro non è fatto di ossa, ma di cartilagine. Forse questo accade perché la cartilagine è più elastica dello scheletro osseo e magari va a compensare la durezza del tessuto della pelle. Anche la dentatura dipende dalla struttura ossea; nemmeno i denti, infatti, sono di ossa. Il loro è un particolare tessuto epidermico, più elastico, ma in compenso meno duraturo. I denti dello squalo, a contatto con le prede si consumano più facilmente e non crescono in senso longitudinale, come per molti altri animali. All’interno della bocca, varie arcate dentarie in schema concentrico tendono a espandersi verso l’esterno, sostituendo così, di volta in volta, quelle già consumate.

     

    Dalla tipologia della dentatura, si può anche dedurre la preda che lo squalo predilige. Ad esempio lo squalo tigre, si ciba preferibilmente di gamberi e crostacei, per cui i suoi denti hanno una disposizione diradata lungo l’arcata dentaria e sono più tozzi e spessi. Al contrario, lo squalo toro cattura prede più morbide come piccoli pesci, per cui i suoi denti si dispongono nella bocca in modo ravvicinato e in più, sono allungati e appuntiti.

     

    Al raggiungimento ei due metri, il maschio in genere è pronto per la riproduzione. Una piccola sporgenza posteriore simile a una pinna, costituisce il suo organo sessuale. Il periodo di accoppiamento è anche un periodo di duro digiuno e lo squalo si sostiene attingendo alle riserve di grasso precedentemente accumulate nel fegato. Lo squalo toro, come molte altre specie di squali, è ovoviviparo. Le uova non vengono deposte, ma custodite nel grembo materno durante tutta la gestazione. Quando si schiudono, la madre partorisce direttamente i piccoli vivi, i quali, se appartenenti a una specie di grosse dimensioni, sono già dei perfetti nuotatori e predatori autonomi. Altre specie sono invece ovipare e depongono le uova. Quando questo avviene, le uova sono dotate di filamenti aderenti che s’incollano alle rocce e fungono da protezione. Altre specie ancora sono mammiferi, perché l’uovo nel grembo materno è un morbido tuorlo protettivo e nutriente, che fa da placenta e trasmette al piccolo sostentamento. Anche lo squalo toro è ovoviviparo, ma con una curiosa peculiarità: il primo embrione che si schiude dentro le due camere uterine, quando raggiunge i 17cm, uccide e divora gli altri. Solo due di loro, infatti, vedranno la luce.

     

    Lo squalo toro, forse in analogia col mammifero terrestre di cui porta il nome, ha un profondo senso del branco; quando si distanzia in cerca di cibo, non si allontana per più di un chilometro. Di giorno rimane nascosto tra gli scogli, mentre di notte, protetto dall’oscurità, esce per cacciare, aiutato dal senso dell’olfatto acuminato, dall’udito fortemente direzionale e capace di captare suoni a bassa frequenza, e da alcune cellule disposte lungo la mascella, sensibili agli stimoli elettrici provenienti da altri animali acquatici. Popola le acque costiere e poco profonde, raramente si inabissa per più di mezzo metro, eppure ha una presenza diffusa in tutti gli oceani: Atlantico, Indiano e Pacifico.

     

    Lo squalo toro sembra quasi appartenere a una specie ”pantofolaia”; abita le acque costiere, si muove con tranquillità, raramente si scosta dai luoghi di raduno e dal branco e s’immerge a bassa profondità, limitando il contrario a poche, limitate eccezioni. Eppure, nonostante questo suo spirito di adattabilità è una specie vulnerabile e rischia l’estinzione, soprattutto al largo delle coste australiane, a causa del consumo alimentare e di olio di fegato. (By Marina.celta)

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    Regno: Animalia

    Phylum: Cordata

    Classe: Chondrichthyes (grandi predatori acquatici dotati di scheletro cartilagineo)

    Sottoclasse: Elasmobranchii

    Ordine: Lamniformes (assenza di solchi nasali e membrana nittitante)

    Famiglia: Odontaspididae (muso conico e zanne sporgenti)

    Genere: Eugomphodus (pinne dorsali di uguale forma)

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    Sotto: uno squalo toro con la sua caratteristica dentatura appuntita e allungata

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    July 22

    Sentieri Armonici

     

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    Anche quest’anno l’associazione culturale di musica antica “Sentieri Armonici”, ci ripropone, dopo il successo dell’anno scorso, il suo festival itinerante avente luogo in quella che, un tempo, era chiamata “terra di Bari”. Questa stagione, anch’essa all’insegna di profonde melodie comunicative, tratte dalle opere di magnifici autori ed eseguite da impeccabili maestri, ha il calendario seguente:

     

    IL SEICENTO ITALIANO TRA CANZONI E SONATE

    Domenica, 8 luglio ore 21:30

    Chiesa San Francesco d’Assisi

    Monopoli (BA)

     

    L’ARCO, IL FAGOTTO E L’EUROPA BAROCCA

    Domenica 8 luglio ore 21:00

    Chiesa del Purgatorio

    Palo del Colle (BA)

     

    L’ELOGIO DEL CLAVICEMBALO

    Domenica 15 luglio ore 21:00

    Chiesa Maria SS. Addolorata

    Locorotondo (BA)

     

    IN LENGUA NAPOLETANA

    Venerdì 20 luglio, ore 21:00

    Chiesa S. Maria del Barsento

    Noci (BA)

     

    IL FLAUTO VIRTUOSO

    Mercoledì 25 luglio ore 20:30

    Chiesa dei Santi Medici

    Conversano (BA)

     

    MESSA “MORT ET FORTUNE” DI J. BERCHEM

    Mercoledì 1 agosto ore 20:30

    Basilica Cattedrale

    Monopoli (BA)

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    Per ulteriori informazioni, cliccare il  bannerino di Sentieri Armonici, situato in fondo alla home del mio Profondo Blu, oppure qui.

     

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    Il mio nome

    Mi chiamo Marina.
     
    Deriva dal latino Marinus/a e significa figlio del mare.
     
    Da piccola odiavo questo nome perchè mi schernivano con quella canzone imbecille.
    Oggi quella canzone rimane tale, ma il mio atteggiamento nei confronti del mio nome è cambiato e ci vivo in perfetta armonia, quasi fosse una parte del mio codice genetico.
     
    Io amo il mare come elemento naturale, prima di tutto. Per me è difficile associarlo agli schiamazzi estivi, ai ritrovi e ai divertimenti delle vacanze; per me è mare dodici mesi l'anno.
    Non è il mare il cui rumore si mescola agli schiamazzi della gente sotto il sole che scotta; è il mare che tocchi con la pelle, che ti riempie col suo suono fluttuante fin dentro di te; è il mare dei pesci e di tutte le creature acquatiche che lo abitano.
     
    E' il mare, così come la Natura ce lo ha dato....

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    Tonno

     

    Il tonno

     

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    Questo pesce ha una conformazione idrodinamica slanciata ed elastica, una muscolatura caudale molto potente che lo aiuta a muoversi in velocità. Eh, sì; la velocità per un tonno è una questione di vita o di morte. Le sue branchie non filtrano autonomamente l’ossigeno dell’acqua, poiché hanno bisogno che all’interno di esse, si sviluppi una corrente motoria data dal movimento del pesce. Per questo il tonno nuota, nuota sempre. Perché se non nuota, l’ossigeno non filtra. E muore. Tutto il suo organismo è congegnato per obbedire a questa indispensabile necessità; la sua struttura si restringe fortemente in corrispondenza della coda, dalla forma spiccatamente acuta e allungata e gli permette forti slanci in rapidità. L’efficienza muscolare che ha dentro il suo corpo è fenomenale; il sangue circola a velocità straordinaria, sviluppando un calore tale da raggiungere una temperatura corporea sempre superiore a quella dell’acqua in cui nuota. Anche il sistema di trasmissione degli impulsi nervosi è impeccabilmente efficiente. Gli esemplari di alcune specie, come la palamita, sono addirittura sprovviste della vescica natatoria che impedisce il galleggiamento. Di conseguenza, riescono a trattenersi in profondità.

     

    Le pinne sono suddivise in vari raggi. I primi sono duri, i successivi molli, in una sequenza variabile da una pinna all’altra. Dietro le due pinne dorsali e la posteriore ventrale, compaiono numerose pinnule più piccole (generalmente otto dorsali posteriori e otto ventrali posteriori), che assomigliano a piccole sporgenze dentellate, visibili quindi, sia nella sua parte superiore, sia in quella inferiore. Le ultime sono ossee e dure, poiché sono il prolungamento della spina dorsale nel tratto caudale. Questa struttura è comune a tutte le specie di tonno, insieme anche ai suoi vivaci colori: azzurro con striature nere nella parte dorsale; bianco argenteo in quella ventrale.

     

    I tonni, però, non hanno tutti la stessa grandezza. La specie più grande in assoluto è anche la più comune e conosciuta: il tonno rosso (Thunnus thynnus). La sua lunghezza media va dal metro e mezzo ai tre metri ed oltre; il suo peso può aggirarsi tra gli 80 e i 90 kg. Molti esemplari vivono nell’Atlantico, dove vengono pescati con ami calati in profondità, ma la sua diffusione più densa è nel Mediterraneo, dove viene pescato con ampie e fitte reti dette tonnare.

    Al secondo posto per dimensioni, il tonno alalunga (Thunnus alalunga), viene così chiamato perché la conformazione della pinna ventrale è allungata rispetto al resto del corpo, proprio come accade, ad esempio, nei pinguini. Non supera, in genere il metro di lunghezza e i 30kg di peso. Anche questa specie è molto diffusa nel Mediterraneo, ma la sua carne, rispetto a quella del tonno rosso, è più compatta e meno grassa.

    Anche l’albacora o tonno monaco (Thunnus albacares) assomiglia a queste due specie, ma come dice il suo nome, ha un corpo e una carne molto chiara. Vive per lo più nell’Atlantico e nel Pacifico, mentre è rarissimo nei nostri mari.

    La pelamide, o tonnetto striato (Euthynnus pelamis), possiede striature nere verticali sulla zona dorsale. Diffuso nel Pacifico,  può raggiungere i 23 kg di peso.

    Il più piccolo è la palamita (Sarda sarda). Pesa 2,5 kg ed è diffuso nel tratto di Atlantico che, da nord, scende fino al Brasile.

     

    I tonni non sono pesci solitari; procedono sempre in banchi. Erroneamente si pensa che seguano delle rotte migratorie, ma in realtà, questi passaggi obbligati, non sono che vallate sottomarine da loro predilette e che non hanno alcun legame con eventuali zone di destinazione.

    E’ pur vero, però, che i tonni si spostano per cacciare sardelle, acciughe e pesci volanti di cui si nutrono. Questi movimenti possono addirittura accadere da una sponda all’altra dell’oceano nel giro di poche settimane. I tonni sono, a loro volta, prede di delfini e squali, ma vivono in perfetta armonia con i pesci spada.

    Pronti fin da subito alla riproduzione, i tonni lasciano il largo per avvicinarsi a riva dove le acque sono più superficiali. Qui la femmina depone le uova fra le alghe tra maggio e giugno e i maschi vanno a fecondarle. A luglio nascono i primi tonni, che pesano 50 gr alla nascita, mentre in autunno, già raggiungeranno il chilogrammo.

     

    Il tonno non è solo apprezzato come risorsa culinaria, ma pare che se ne ricavi anche un olio di fegato usato per la lavorazione delle pelli. Il tonno è, per entrambe le cose, un animale poco tutelato. Il WWF si sta battendo contro le norme troppo elastiche stabilite dalla Comunità Europea nei confronti degli allevamenti. Vedi articolo.

     

    In questa foto sono ben visibili la struttura del tonno e le sue pinnule.

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    Tonno rosso (Thunnus thynnus)

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    Tonno alalunga (Thunnus alalunga)

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    Tonno monaco (Thunnus albacares)

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    Tonnetto striato o pelàmide ( Euthynnus pelamis)

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    Due fratelli

    Due fratelli
    (La storia dei piccoli Sangha e Kumal)
     

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    Si chiama "Due fratelli", questo film capolavoro di Jean Jacques Annaud, che si è spinto a dimostrare che la tigre non è soltanto l'animale feroce e spietato del nostro immaginario collettivo, ma un essere placido e senziente, legato ai propri affetti. Proprio come noi.
    All' interno di un tempio abbandonato nella giungla del sud est asiatico, una tigre maschio e una tigre femmina si corteggiano e concepiscono due piccoli fratellini ai quali tocca, purtroppo, un destino molto triste. Causa di esso è, come prevedibile, l'uomo. La sua mano assassina interverrà su di loro e sui loro affetti con tutta la sua indecrivibile violenza, sia fisica, sia psicologica.
     
    Sangha riesce a sfuggire con sua madre ai fucili degli uomini, ma durante una battuta di caccia alla tigre, sua madre fugge ferita, mentre lui viene catturato da una famiglia facoltosa, dove stringe un'amicizia fraterna con un bambino. Dopo essersi difeso dagli attacchi del cane di casa uccidendolo, Sangha viene cacciato via nonostante le urla disperate del bambino, che lo voleva  ancora con sè e condotto presso un luogo di prigionia. Si tratta di una prigione sotterranea di proprietà del sovrano, dove anche a molti altri animali esotici è toccata la sorte di Sangha.
     
    Il piccolo Kumal, invece, porta i segni di una storia più triste. Davanti ai suoi occhi vede morire il suo papà, ucciso dal fucile di un cacciatore esperto, che poi, però, sceglie di prendersi cura del piccolo Kumal. Purtroppo si separano dopo pochissime ore e Kumal, finisce sbattuto come attrazione in un circo, dove subirà ogni sorta di violenze; dalle percosse alle frustate e il suo unico amico è una tigre adulta di nome Cesare. Anche Cesare gli viene tolto; anche Cesare, per mano di un fucile. Proprio come il suo papà. Ma Kumal ignora che la morte di Cesare fa parte di un disegno del destino che andrà a suo favore.
     
    Così, i due fratelli diventano delle giovani tigri. Un anno dopo, addestrato al pericolo uomo, Sangha ha la fama di un potente sanguinario, mentre Kumal, segnato dalla perdita del suo papà e del povero Cesare, è cresciuto in uno stato di depressione e abbattimento; i suoi occhi sono tristi; non mangia, se ne sta solo e disteso nella sua enorme gabbia. Un giorno, qualcuno si presenta in questo circo cercando una tigre per un combattimento indetto dal sovrano. Toccherà al povero e debilitato Kumal, sfidare la tigre sanguinaria del sovrano, affinchè quelli del circo possano intascare un lauto compenso in denaro....
     
    Beh; avrete capito che ci stiamo avvicinando al finale, sul quale ho l'obbligo morale di tacere.
    In un film dove la parola spetta solo ai personaggi umani, queste due tigri metteranno fuori i loro sentimenti con tutta la forza del loro sguardo e con tutta l'espressività dei loro versi. Dimostreranno che la tigre non è solo un feroce animale sanguinario, ma può provare affetto per la sua famiglia, per la sua casa, per i suoi amici, per la sua intimità. E per i suoi fratelli.

    Profondo Blu

     

    Profondo Blu (Deep Blue)

     

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    Vista dall’oscurità dello spazio extra-atmosferico, ‘Terra’ è chiaramente un termine improprio. Con il 70% della sua superficie coperta dall’acqua, il nostro pianeta visto da lontano ha un caratteristico colore turchese brillante. L’acqua, e i vasti oceani in particolare, rendono la Terra unica.

     

    Gli oceani sono la culla della vita nel mondo, il motore che governa il nostro clima, il ricettacolo di una flora e una fauna vaste e diverse. Sono parte integrante di tutta la nostra vita e proteggerle e preservarle è il nostro compito più grande.

     

    Eppure, nonostante il fatto che il mare costituisca i due terzi del nostro pianeta, conosciamo molto di più la superficie della luna di quanto non conosciamo la profondità degli oceani.

    Ora, per la prima volta in assoluto, è possibile esplorare un  mondo che solo pochi sono riusciti a vedere, l’ultima frontiera del nostro paese; gli oceani e l’infinita varietà di forme di vita che prosperano in essi, sopra di essi e lungo le loro linee costiere. Dal familiare allo sconosciuto, PROFONDO BLU ci rivela il mare e i suoi mondi nei suoi aspetti più affascinanti, seducenti e selvaggi. Un viaggio che va dalle più basse barriere coralline alle scogliere della costa antartica, dai vasti spazi dell’oceano aperto ai paesaggi notturni dei più profondi abissi oceanici

    PROFONDO BLU  è stato girato dalla BBC Natural History Unit, dalla stessa troupe che, insieme a Discovery, ha prodotto la serie televisiva per la BBC “The Blu Planet”, una delle serie sulla natura di maggiore successo internazionale che sia mai stata fatta.

    PROFONDO BLU è un singolare evento visuale e musicale, abbinato a una nuova partitura per orchestra composta specificatamente per il film da George Fenton, nominato  cinque volte all’Oscar (Gandhi, Cry Freedom – Grido di Libertà), e registrata dall’Orchestra Filarmonica di Berlino – che ha inciso per la primissima volta una colonna sonora cinematografica.

    “Vi portiamo in un  mondo che non avete mai visto prima, verso quella che credo sia veramente l’ultima frontiera del nostro pianeta.”

    Alastair Fothergill, regista.

    “Da diversi anni, sognavamo di catturare in un film la bellezza del nostro pianeta, ed in modo particolare quella dei suoi profondi oceani blu, e presentarlo alla gente di tutto il mondo sul grande schermo. Oggi questo sogno è diventato realtà,”

    André Sikojev, Greenlight Media.

    SINOSSI

    Emergiamo dalle nuvole bianche per vedere il vasto oceano aperto stendersi davanti a noi – una distesa infinita di acqua blu. C’è un silenzio assoluto.

    Improvvisamente il silenzio viene rotto dal suono di un delfino che affiora per respirare. La pinna dorsale del delfino taglia lo schermo. Piano piano il numero dei delfini aumenta e ci uniamo a loro mentre giocano a fare surf su enormi cavalloni che si infrangono. 

     

     

    ALBATROS NEI MARI DEL SUD

    Un albatros solitario lotta contro il burrascoso Oceano del Sud. Lentamente altri raggiungono l’albatros e il loro numero aumenta e aumenta ancora. Li seguiamo mentre fanno ritorno al loro terreno di cova, dove mezzo milione di uccelli si affolla in una remota isola battuta dal vento al largo delle Falklands, circondati dalle forze estreme della natura.

     

    DELFINI E SQUALI ATTACCANO UN BRANCO DI SARDINE

    Ci troviamo improvvisamente accanto un branco di delfini provenienti dal mare aperto; avanzano per attaccare un gigantesco branco di sardine che sta migrando verso nord seguendo la costa di Natal in Sud Africa. Presto alla caccia si uniscono migliaia di squali balena color bronzo e delle sule che scendono in picchiata dal cielo.

    Alla fine arriva uno squalo che prende un immenso boccone di sardine.  

     
     
    ORCHE ASSASSINE E LEONI MARINI

    Costa della Patagonia – i leoni marini del sud sono tornati alla loro vita marina per riprodursi. Seguiamo una famiglia di animali la cui madre si sta divertendo con i suoi cuccioli che ovviamente si gustano le sue attenzioni. Pronti a conquistare il mondo, la giovane “banda” lascia la sicurezza del branco e si avvia verso la spiaggia vicina. Il divertimento continua e la spaventosa pinna dorsale di un “enorme pesce” passa inosservata. Improvvisamente da quelle che sembrano delle acque sicure emerge la figura di un’orca gigantesca. Avvicinandosi alla spiaggia, sottrae i cuccioli di leone marino. Trascinando i piccoli in mare aperto, le orche insegnano ai loro piccoli come cacciare, mentre i piccoli leoni di mare sono ancora vivi.

     

    LA COSTA – UN CONFINE DINAMICO TRA TERRA E MARE

    Voliamo basso con un elicottero sopra una costa battuta da enormi balene. Questo straordinario montaggio di immagini testimonia l’incredibile forza e potenza degli oceani sopra e sotto il livello del mare.  

     
     
    UN ESERCITO DI GRANCHI SOLDATO

    Un granchio minuscolo irrompe nell’inquadratura mentre emerge dal suo buco nella sabbia.  Appaiono sempre più granchi e improvvisamente tutta la spiaggia è piena di centinaia di migliaia di questi piccoli animaletti che corrono sulla sabbia. Un enorme esercito di granchi soldato blu si muove ad incredibile velocità lungo la linea costiera con una tale precisione militare da sembrare un invasione extraterrestre.

     

    UN PARADISO TROPICALE DI CORALLO

    Seguendo una barriera corallina che si allunga verso l’orizzonte, la telecamera si immerge sotto un’onda che si infrange e ci ritroviamo immersi in un incantevole giardino tropicale pieno di coralli e pesci di scoglio. Attraversiamo un macro mondo di enorme bellezza quando un gigantesco squalo balena – il pesce più grande del mare – viene a nuotare proprio accanto a noi.  

     
     
    BARRIERA CORALLINA DI NOTTE

    Al tramonto la barriera corallina si trasforma in un nuovo mondo, frequentato da una varietà di creature completamente differenti.  Questo è un turno di notte e la barriera diventa un posto molto pericoloso. Scopriamo lentamente “il cespuglio che cammina”: una varietà di stella marina – uno degli animali più strani del nostro pianeta - creatura che assomiglia ad un albero e che si fa vedere solo di notte. Questa non è l’unica creatura della barriera che va a caccia di notte.  Assistiamo alla guerra tra due colonie di corallo che si attaccano a vicenda in quella che potrebbe essere la scena di un film di fantascienza, infatti vediamo una delle colonie mangiare  vivo l’avversario in una guerra biochimica.  I professionisti della morte, gli squali bianchi maculati delle barriere, si radunano in numero copioso per cacciare pesce tra i coralli in un impeto alimentare frenetico.  

     
     
    RICCHEZZE DEL MARE TEMPERATO

    Viaggiamo attraverso un microscopico mondo di plankton; miriadi di piccole e intricate strutture attraversano la telecamera. In una scena spettacolare, migliaia di meduse fluttuano davanti all’obiettivo. La natura diventa una misteriosa foresta sottomarina. Perfettamente camuffato e nascosto alla nostra vista da un letto di alghe, il frondoso drago marino fa improvvisamente mostra di sé.

     

    LE ORCHE CATTURANO UN PICCOLO DI BALENA GRIGIA

    Nei mari temperati si consuma una tragedia. Una madre di balena grigia con il suo piccolo stanno migrando verso nord dai terreni di cova al largo del Messico verso i terreni estivi alimentari al largo dell’Alaska. In una scena drammatica vengono attaccati da un branco di orche decise a separare la madre dal piccolo – dopo sei ore finalmente riescono nel loro intento e il cucciolo annega. La madre non ha altra scelta che continuare la migrazione verso nord da sola.  

     
     
    GLI OCEANI DI GHIACCIO

    Seguendo la balena grigia madre, arriviamo molto vicino ai poli. Tutto intorno a noi il mare sta cominciando a ghiacciare e molti animali si stanno dirigendo a sud per sfuggire alle terribili condizioni  climatiche.

     

    ORSI POLARI CHE NUOTANO

    Potenti e spaventosi sulla terra, gli orsi polari sono tra i più eleganti nuotatori dell’oceano. Utilizzando una telecamera concepita appositamente per questo scopo, possiamo vedere queste bellissime creature sott’acqua per la prima volta.  

     
     
    I PINGUINI IMPERATORI

    Sotto la luce di una magnifica aurora australe, migliaia di pinguini imperatori maschi si stringono insieme per scaldarsi e covare le loro uova mentre l’inverno antartico da il peggio di sé. Sono in attesa della primavera, quando le femmine imperatrici faranno ritorno dall’oceano con il cibo per i nuovi nati. Alla fine della stagione, il ghiaccio si rompe e gli imperatori tornano nell’oceano aperto.

     

    UN ORSO POLARE CON IL SUO CUCCIOLO A CACCIA DI FOCHE

    Il mare ora si è gelato e le madri di orso polare si avventurano sul ghiaccio con i loro piccoli per cacciare le foche. Uno dei cuccioli è ancora piccolo e mostra la sua inesperienza quando tenta di imitare la tecnica di caccia della madre.  

     
     
    ORSI POLARE CHE CACCIANO BALENE

    Il mare ghiacciato ha intrappolato un gruppo di balene che si erano avvicinate alla costa e ora non possono far altro che tornare di volta in volta in un buco nel ghiaccio per respirare. Un orso polare scopre la loro situazione e approfitta di questa perfetta opportunità per catturare le balene.  

     
     
    I NOMADI DELL’OCEANO APERTO

    In un bellissimo assortimento poetico di immagini troviamo i lenti nomadi del mare aperto – la manta elegante, gli squali, le tartarughe e le piccole larve di pesce in cerca di cibo.

     

    UN MARLIN E UN TONNO ATTACCANO UN BRANCO DI PESCI CHE PER DIFENDERSI HA PRESO LA FORMA DI UNA PALLA

    Lì fuori, nel blu immenso vi sono alcuni dei predatori più spettacolari del mondo – i tonni e gli squali balena. Sperimentiamo cosa significa essere una piccola sardina in un enorme branco attaccato da un marlin, un tonno e addirittura un immenso squalo balena. Dopo un’azione del genere, tutto ciò che resta sono un pizzico argentato di squame di pesce che lentamente affondano verso gli abissi. 

     

     

    VIAGGIO NEGLI ABISSI

    Seguiamo le squame delle sardine mentre scendono nella profondità dell’oceano, ed intraprendiamo un viaggio epico negli abissi. Viaggiando dentro un sommergibile rinforzato, passiamo prima in una zona crepuscolare per osservare le meduse e i gamberi. Poi, quando tutta la luce del sole in superficie si esaurisce, entriamo nella zona oscura, un posto strano e meraviglioso – dimora di alcune delle creature più strane dei nostri oceani. Qui possiamo vedere il mostruoso “anglerfish” dalle fattezze grottesche e osservare uno spettacolo di luci marine in profondità creato dagli animali stessi. A un certo punto, con il nostro sommergibile scendiamo in profondità sino a raggiungere la valle tettonica di una dorsale medioceanica. Lì  siamo rimasti sospesi sopra questi crateri a meravigliarci di fronte allo straordinario ecosistema che sopravvive nel più duro di tutti gli ambienti oceanici.

     

    MIGRAZIONE VERTICALE

    Torniamo dagli abissi seguendo la più grossa migrazione di vita del nostro pianeta. Ogni notte, nascoste dal buio, milioni di creature appartenenti alle profondità marine risalgono in superficie per trovare cibo in acque più basse e ricche di luce. Ammiriamo una collezione di creature bizzarre e bellissime mentre la scena termina con un’ esplosione  di luce nell’acqua al sorgere del sole.

     

    DELFINI CHE SALTANO IN MARE APERTO

    Centinaia di delfini saltano fuori dall’acqua e fanno una giravolta a mezz’aria. Nessuno sa veramente perché lo facciano, forse lo fanno solo perché sono felici.

     

    ENORMI BRANCHI RIUNITI A PALLA AL LARGO DELLE AZZORRE

    I delfini stanno seguendo un centinaio di berte[1] fino a che trovano ciò per cui hanno setacciato l’oceano – una palla di difesa – un grandissimo branco di piccoli pesci. Sapendo che i predatori sono vicini, centinaia di migliaia di piccoli pesci si sono riuniti in un branco che gira vorticosamente su sé stesso.  Tonni giganteschi si uniscono alla caccia e dalla superficie, le berte si immergono per decine di metri per attaccare i piccoli pesci. Per diversi minuti assistiamo alla straordinaria scena sottomarina in cui centinaia di predatori a poco a poco consumano tutta la palla da difesa di piccoli pesci sino all’ultima sardina. E poi, dopo tanta attività frenetica, cade un silenzio di tomba e ci ritroviamo nuovamente soli nell’oceano aperto deserto.

     

    NOTE DI PRODUZIONE

    “Lavorare con la BBC,” ci racconta Nikolaus Well della Greeting Media, “ha significato collaborare con un regista di documentari di fama mondiale e con l’unico organismo che possiede la pazienza, le risorse e le capacità necessarie ed è in grado di assumersi il compito monumentale di fare un film documentario da 5 milioni di dollari.” Con un budget complessivo di 15 milioni di dollari per il film e la serie tv, i registi Alastair Fothergill (Life in the Freezer) e Andy Byatt (Monsters We Met) hanno riunito 20 squadre di operatori specializzati, girato oltre 7000 ore di pellicola in oltre 200 location situate in giro per il mondo per più di cinque anni, e sono scesi oltre i 5000 metri nelle più potenti navi sommergibili.

     

    La partitura per sola orchestra è stata composta da George Fenton nominato cinque volte all’Oscar (Gandhi, Grido di Libertà, Le Relazioni Pericolose) e interpretata dall’Orchestra Filarmonica di Berlino – che ha registrato per la primissima volta una colonna sonora cinematografica.

     

    PROFONDO BLU risponde alla forte domanda del pubblico di documentari cinematografici sulla natura. “Microcosmos” e “Il Popolo Migratore” hanno attirato un pubblico misto che ha raggiunto un totale mondiale di dieci milioni. 

    Sono stati scoperti nuovi abitanti degli oceani, e molti di essi sono stati fotografati per la prima volta.

     

    LA TROUPE  

    Alastair Fothergill

    regista, sceneggiatore 

    Alastair Fothergill ha studiato alla Harrow School e alle Università di  St. Andrew e di Durham. Nel 1983 è entrato a far parte della BBC Natural History Unit (NHU). Ha lavorato in molti programmi della NHU, tra cui il vincitore del BAFTA The Really Wild Show, Wildlife on One e l’innovativo Reefwatch, dove faceva parte della troupe che si occupava della trasmissione in diretta da sotto il mare.

    Forthegill ha poi lavorato alle serie della BBC ONE The Trials of Live con David Attenborough. Nel 1993 ha diretto Life in the Freezer una serie in sei episodi per BBC ONE che mostrava la flora e la fauna presenti in Antartico, presentata da David Attenborough. Mentre lavorava ancora a questa serie, è stato nominato Capo della NHU nel novembre 1992, all’età di 32 anni.

    A giugno 1998 si dimette dalla sua carica alla NHU per concentrarsi nel suo ruolo di Regista di Serie di The Blue Planet, un’importantissima serie televisiva sulla storia naturale del mondo oceanico. Nel 2001 Forthegill diventa Responsabile dello Sviluppo della NHU. 

    Nel 2002 ha co-presentato Going Ape, un film che lo ha portato sulla Costa d’Avorio. In seguito al suo lavoro sul documentario sull’oceano PROFONDO BLU, Forthegill è stato nominato Regista di Serie per la prossima importante serie televisiva  della NHU, Planet Heart, il seguito di The Blue Planet.

    FONTE

    No ai cani come esca per gli squali!

     

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    Si'; avete capito benissimo; usano i nostri amici cani come esca per catturare gli squali. Anche da vivi. Fermiamo questo orribile scempio, per favore. Con la voce di tutti possiamo. Ancora una volta il Regno Perduto ci indirizzerà a questa indispensabile petizione. Vi prego; se amate come me gli animali, firmàtela! Nella foto potete vedere un cane a cui viene applicato un amo da pesca. Per andare al Regno Perduto e visionare la petizione in italiano cliccate qui.

    Fermate la caccia al trofeo di orso polare!

     

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    “Gli orsi polari già fronteggiano un futuro non invidiabile per via dell’innalzamento della temperatura del globo, dello sfruttamento del gas, e dell’inquinamento tossico chimico. Ma c’è un’altra minaccia di cui gli americani non sono ancora consapevoli: la caccia al trofeo!

    Gli Stati Uniti non permettono la caccia sportiva di orso polare nel loro habitat in Alaska. Ma più di metà degli orsi polari del mondo vive in Canada, dove la caccia è legale. E per mezzo di una scappatoia al Decreto di Protezione Mammiferi Marini, i cacciatori americani possono andare in Canada, uccidere un orso polare e portarne a casa i “trofei”.

      Dal 2002 al 2005, i cittadini americani hanno avanzato 298 richieste d’importare trofei di orso polare provenienti dalla caccia sportiva canadese. Di questi, 252 – uno scioccante 85%! – sono stati esposti in pubblico!

    Forse non saremmo capaci di fermarne la caccia in Canada, ma possiamo impedire agli Stati Uniti di rilasciare permessi ad importare trofei di orso polare. Per favore agite oggi stesso e sollecitate il Servizio Pesca e Fauna Selvatica americano a smettere immediatamente di rilasciare permessi all’esposizione di trofei di orso polare.”

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    Questa lettera di protesta da parte mia e di tutti noi è stata inviata a questi due signori: al sig. Dale Hall, Servizio Pesca e Fauna Selvatica degli Stati Uniti; al Dott. Peter Thomas, Dirigente della Divisione Authority Amministrativa. Unitevi a noi e proteggiamo chi non può difendersi con la parola, col denaro, con la giustizia. Per favore, date il vostro aiuto ai poveri orsi polari; cliccate qui per firmare. Un grazie affettuoso dalla vostra Marina.

    Fermiamo l’avvelenamento dei cani della prateria!

     

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    Non abbiamo molto tempo, ma pare che nel Nebraska, un emendamento sul piano di gestione delle foreste, permetterà di avvelenare tantissimi di questi piccoli animaletti tanto carini. Vi prego; firmate.
     
    Correte al Vecchio Salice per visionare il testo completo della petizione, cliccando qui.
    Grazie.

    Roditori: più informazione sul Frontline!

     
    Io e il mio amico Akela il Solitario, admin del sito web "Il Vecchio Salice" , insieme a tutti gli amici della comunità virtuale di Protty, vi chiediamo di firmare una petizione in cui chiediamo alla casa farmaceutica che produce l'antiparassitario Frontline, d'indicare in modo più evidente in etichetta che questo farmaco non è adatto ai nostri amici roditori, in quanto può addirittura provocarne la morte. Appartengono alla categoria roditori moltissimi dei nostri amici animali domestici: criceti, cavie, porcellini d'India, coniglietti.
    Essendoci molta disinformazione anche tra i medici veterinari su questa eventualità, vi chiediamo solo un piccolo impegno a unire la vostra voce alle firme di tutti quanti noi.
    Un grazie a tutti coloro che si uniranno alle nostre richieste e che ci aiuteranno anche a diffondere ulteriormente la petizione. Ricordate che potreste salvare la vita di molti animali...
     Per firmare la petizione cliccate qui
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    Ecco un criceto; piccolissimo, può stare in una mano! Immaginate gli effetti devastanti di un antiparassitario non appropriato!

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    Ecco ora un porcellino d'India, meglio conosciuto come cavia. Le sue dimensioni sono un po' più grandi e ricordano quelle dei cugini (topi) di campagna.... A bocca aperta

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    E ora un dolcissimo coniglietto nano tra i fiori...

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    e per finire, un dolcissimo coniglietto nano domestico!

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    Cetacei immaginari

    La tradizione d’inventare cetacei immaginari di miti e leggende ha radici antichissime. Il primissimo episodio, compare addirittura nella Bibbia. Il profeta Giona era stato inviato da Dio a Ninive, per invitare la gente lussuriosa alla compostezza. Tuttavia Giona, giunto a Ninive, ebbe paura di ritorsioni e se ne andò senza aver compiuto la sua missione. Durante il viaggio di ritorno, s’imbattè in una tempesta e gli uomini del suo equipaggio, pensando che quella fosse una punizione di Dio, presero Giona e lo gettarono in mare. Giona pregò Dio di essere clemente e venne catturato da un enorme pesce, che lo inghiottì, finchè, arrivato a riva, restituì Giona sano e salvo alla terraferma. Oggi, dopo accurate ricerche, questo grosso animale fa pensare a un capodoglio.

     

    Più in là nei secoli, i primi islandesi raccontavano di aver affrontato delle temibilissime balene chiamate “testarossa” e che queste, erano addirittura capaci di capovolgere le imbarcazioni. Altri marinai, invece, estraevano il corno dai narvali e lo vendevano a caro prezzo, spacciandolo per corno di unicorno. Solo in seguito si è appurato che l’unicorno è un animale puramente leggendario e che quei corni appartenevano ai narvali. Ancora oggi, alcune leggende tra le popolazioni dell’Amazzonia, raccontano che, durante le feste di paese, i delfini assumono sembianze umane maschili e vanno a corteggiare le ragazze.

     

    Oggi, a distanza di secoli, questi grandi mammiferi marini sono diventati personaggi letterari e televisivi. Moby Dick è il celeberrimo capodoglio bianco di un  romanzo di Herman Melville. Il giovane Ismael, racconta la storia del capitano Achab, che sfidando Moby Dick ha perso una gamba. Da quel momento inizia per lui una caccia efferata a questa enorme e pericolosa balena. Ma se questo tipo di letteratura, oggi è roba d’altri tempi, c’è comunque la televisione. Il beluga Palla di Neve e l’orca Free Willy, sono solo due esempi di protagonisti cinematografici. Tuttavia, il protagonista più antico della tradizione dei cetacei nel cinema è il delfino Flipper. In questo telefilm realizzato negli anni Sessanta, per creare questo personaggio, furono messi davanti alla macchina da presa sei tursiopi. Sei delfini, per creare quest’unico personaggio. Ma c’era una di loro, si chiamava Patty, che proprio non voleva saperne di recitare ed esprimeva il proprio dissenso attaccando gli altri attori in acqua per spaventarli. Un giorno il suo istruttore, per richiamarla all’ordine, le diede una pacca sul dorso e Patty, dapprima finse indifferenza, poi, giunta abbastanza lontana, caricò all’improvviso verso l’uomo. Da quel momento in poi, l’unica cosa che questo sfortunato operatore si ricorda, è di essersi svegliato all’ospedale, in preda a una commozione cerebrale!

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    Foto: Giona inghiottito da un enorme capodoglio, viene rigettato sulla terraferma.

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    July 21

    Granchio

    Il granchio

     

    Nel film compare in una simpaticissima scena. Con il sottofondo allegro e ballabile di una musica caraibica, una popolazione di granchietti depone le uova sulla riva dell’oceano e per proteggerle, le arrotola attorno alla sabbia. I movimenti assumono l’aspetto di una vera e propria danza vivace, alla fine della quale alzano le chele in alto in segno di trionfo e si beccano il sonoro di ovazioni da stadio!

     

    Il granchio è effettivamente un animale dai comportamenti complessi e complessa è stata anche la sua evoluzione. Il sottoregno degli eumetazoi, di cui fa parte, comprende moltissimi animali acquatici, taluni anche unicellulari, ossia composti da una sola cellula. Il granchio è invece il risultato dell’evoluzione complessa tipica di un organimo pluricellulare, tanto nella struttura, quanto nel comportamento.

     

    Il granchio ha una corporatura particolare; il capo, il torace e l’addome sono fusi in un solo blocco centrale, di forma tondeggiante o ovaleggiante, chiamato carapace. Si tratta di una struttura dura e resistente, una vera e propria corazza fatta di carbonato di calcio, che lo aiuta a proteggersi. Dal carapace fanno capolino due occhi simmetrici, talvolta appena sporgenti come corte antenne e una bocca, nella quale introducono il cibo, adoperando un paio di chele. Una cavità interna, chiamata emocele, si comporta come un cuore pulsante e pompa emolinfa a tutti gli organi interni che confluiscono in esso. L'emolinfa si comporta, a tutti gli effetti, come il sangue del nostro sistema circolatorio. Molti esemplari di granchio sono dotati di una camera banchiale per respirare e che spesso, se compressa, produce suoni.

     

    Il granchio appartiene all’ordine dei decapodi, ossia animali dotati di dieci zampe, ma in realtà, solo otto si comportano come tali. Le ultime due, infatti, quelle frontali, adempiono ad altre funzioni che non sono strettamente legate alla locomozione, grazie alle due chele di cui sono dotate. Le chele fungono da pinze con cui introdurre il cibo in bocca, aiutano il granchio a difendersi dagli aggressori, producono suoni se percosse sul suolo. Quest’ultima è un strategia peculiare della comunicazione e dell’accoppiamento. In alcune specie sono anche ben visibili due appendici boccali appuntite, della medesima struttura delle chele, le quali, con movimenti convergenti, aiutano il granchio a fagocitare la preda.

     

    La muscolatura del granchio è anch’essa coperta da una struttura capillare d’ispessimento che si chiama esoscheletro. Si tratta di quella struttura molto dura di cui sono fatte le chele e le zampe; la possiedono anche tutti gli altri crostacei. L’esoscheletro è fatto di chitina, un solido materiale organico, prodotto dalle cellule immediatamente sottostanti. Purtroppo l’esoscheletro, non essendo composto da materiale organico vivente, non può crescere di pari passo con il granchio. Per questo, attraverso i vari stadi di crescita, dalla larva all’età adulta, il granchio muta più volte il suo esoscheletro.

     

    Un’altra peculiarità tipica del granchio è la conformazione dell’addome. L’addome del granchio non è visibile, nè mobile; è un blocco statico che si trova sotto il carapace, rivolto verso il suolo, mentre invece, in altri crostacei come ad esempio il gambero, esso è posteriormente allungato, visibile e flessibile. L’addome per il granchio, funge da sacca in cui raccogliere le uova deposte.

     

    Nel rituale d’accoppiamento, il granchio urta per terra le chele e strofina fra loro le zampe facendo rumore; solleva le chele e le oscilla per aria mettendosi in mostra; lotta spesso a colpi di chele contro altri maschi per contendersi una femmina. E' un animale molto aggressivo, ma anche resistente agli squilibri del suo habitat, dove riesce ad adattarsi anche in condizioni di variazioni estreme. L’accoppiamento avviene in genere quando la femmina muta l’esoscheletro e la sua struttura è più molle e vulnerabile.  Le uova custodite nell’addome si schiudono, dando vita  a piccole larve che nuotano spontaneamente e che, crescendo, assumeranno una struttura sempre più somigliante all’adulto.

     

    Un granchio può vivere da tre a dodici anni. L’alimentazione varia a seconda della specie. In generale è un animale onnivoro, si ciba di residui vegetali e piccoli gamberetti, ma le specie di terra, si nutrono anche d’insetti e comunque, preferiscono sempre l’ambiente acquatico per accoppiarsi.

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     Ecco le peculiarità delle specie che compaiono nelle foto:

     

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    - Paguro terrestre australiano (Coenobita variabilis): I paguri eremiti sono spesso privi di esoscheletro. Per questo cercano conchiglie vuote abbandonate da altri animali per stabilirvisi. Penetrano con la testa nel profondo del nuovo rifugio, lasciando più esposte le zampe all'esterno. Se sono muniti di chele, queste li aiutano a difendersi e a lottare contro altri granchi per contendersi una conchiglia trovata. Sono stati monitorati anche comportamenti in cui alcuni di questi granchi, si rintanano nel nuovo guscio parandosi con la chela destra, più grande delle altre.

     

     

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    - Maia squinado (Grancevola): Presenta due lunghe e robuste spine nella parte anteriore. Vive nelle profondità di Mediterraneo e Atlantico, ma può anche stabilirsi in luoghi sabbiosi dove il livello dell'acqua è poco profondo.

     

     

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    - Granchio rosso delle rocce (Grapsus - grapsus) : Galapàgos e Sud America settentrionale. Questo granchio ha una potente forza di adesione; resiste attaccato alle rocce sfidando anche le onde più burrascose. 

     

     

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    - Granchio Gigante del Giappone (Macrocheira kaempferi): E' l'esemplare più grande al mondo. Può raggiungere i 35 cm di diametro col suo solo corpo, che diventano ben 3 metri, se si considera anche l'estensione delle zampe!

     

     

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     - Granchio fantasma (Ocypode quadrata): Coste orientali di Stati Uniti e centro America. Questo è un granchio prevalentemente di terra, che si ricava tane scavando nella sabbia. E' dotato di una camera branchiale, nella quale contrae l'aria producendo suoni. Ha occhi sporgenti che percepiscono la variazione d'intensità della luce e si nutre anche d'insetti.

     

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    - Granchio d'acqua dolce (Potamon fluviatile): Celeberrimo granchio di acqua dolce della famiglia dei potamidi.

     

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    - Gecarcinus ruricola : Onnivoro, terrestre e diffuso ai tropici. Torna all'acqua per riprodursi.

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    Regno: Animalia

    Sottoregno: Eumetazoa

    Phylum. Artrophoda

    Subphylum: crustacea

    Classe: Malacostraca

    Sottoclasse: Eumalacostraca

    Ordine: Decapoda

    Sottordine: Pleocyemata

    Infraordine: Brachyura

    Corallo

    Il corallo

     

    una scena del film "Profondo Blu"

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    Il corallo non è uno solo, come si può erroneamente pensare. Il termine corallo raggruppa in realtà un’intera classe di questi esemplari, presenti nei fondali marini e meglio chiamati: antozoi. Il temine antozoo (da anthòs, in greco: fiore e da zoon: animale), indica quindi un’entità che ha le caratteristiche fisiche di un vegetale, ma il comportamento di un animale. I coralli, infatti, crescono assumendo la forma caratteristica di organismi vegetali, tanto che spesso, rassomigliano in maniera evidente a delle spugne, oppure assumono la forma tipica ramificata di un albero.

     

    La parte ben visibile dei coralli è il loro scheletro, che ha una conformazione solida e coriacea e si chiama cenosarco. Viene prodotto dal tessuto epidermico del corallo, cresce espandendosi in concrezioni (come fanno le grotte calcaree) ed è costituito, per il suo 85%, da carbonato di calcio.

    Un’altra caratteristica fondamentale del corallo, sono i suoi vivacissimi colori, che vanno dalle tonalità fiammanti del corallo rosso, a quelle azzurre degli Heliopora. (sotto: un Heliopora)

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    La struttura è molto variegata da specie a specie, ma si possono distinguere due gruppi fondamentali: gli alcionari, anche detti ottocoralli, perché i tentacoli si uniscono, appunto, in gruppi di otto, e gli zoantari, o esacoralli, poiché i tentacoli si radunano in gruppi di sei o multipli di sei.

    Il corallo rosso fa parte del primo gruppo. In genere i coralli propriamente detti non sono né l’uno, né l’altro: sono madreporari (foto sotto).

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    Pur sembrando un organismo vegetale, il corallo assume, però, i comportamenti di un animale. Anche se spesso si riproduce in modo asessuato, in alcune specie non è affatto esclusa la riproduzione ermafrodita, poiché pare che tentacoli maschili fecondino tentacoli femminili. Il corallo cresce in estensione, occupando con i suoi tentacoli, il posto di altri coralli circostanti. Questo fenomeno di espansione, ha dato luogo a quella immensa colonia che chiamiamo barriera corallina, dando vita quasi a un vero e proprio ecosistema. Anche l’alimentazione del corallo, presenta strategie analoghe a quelle di un organismo animale; il corallo, infatti, intrappola tra i suoi tentacoli pesci e altri organismi e li mangia decomponendoli, proprio come fanno alcune piante carnivore sulla terraferma, che si nutrono catturando e decomponendo gli insetti.

     

    Tuttavia, la caratteristica principale del corallo, è quella di essere un organismo simbiotico. La simbiosi è un processo di reciproco sostentamento tra due esseri viventi, quasi un patto biologico. Il corallo, ospita nel suo tessuto un’alga (chiamata zooxantella) che fornisce gli zuccheri per il suo sostentamento e gli da il caratteristico colore vivace che balza ai nostri occhi.  In cambio, il corallo dona all’alga il fosforo e l’azoto che ha immagazzinato digerendo le prede catturate. Tuttavia, le alghe sono organismi vegetali a tutti gli effetti, per questo hanno bisogno di espletare la fotosintesi clorofilliana, per la quale è indispensabile la presenza di luce solare. Per questo il corallo, non vive molto in profondità, ma raggiunge al massimo i 200 metri sotto il livello del mare, proprio per consentire al suo simbiònte, cioè l’alga, di captare meglio la luce del sole.

     

    Purtroppo l’equilibrio del corallo è notevolmente compromesso. La causa più condivisa sembra essere l’innalzamento della temperatura del globo, ma anche altri fattori, come le malattie del corallo, la deviazione delle correnti che spingono acque calde in direzione della barriera corallina e, non ultimo, l’inquinamento da parte dell’uomo, contribuiscono a questa dinamica altamente distruttiva. L’alga del corallo subisce per prima la situazione di stress, soffre e il corallo la rigetta. A sua volta, il corallo, non può più assorbire dall’alga i suoi colori e comincia a sbiancare. Il corallo ormai impallidito, muore e comincia a sgretolarsi, dando luogo a sedimenti che, con l’andar del tempo, depositandosi, possono sensibilmente modificare la struttura della crosta terrestre e aumentare la superficie della terraferma. Se lo stress è temporaneo, l’alga e il corallo potrebbero riprendersi, anche dopo molto tempo. Ci sono alcune specie di corallo più forti, in grado di sviluppare la resistenza a situazioni di stress, purchè limitate. Ma purtroppo, la sofferenza dell’alga, nella maggior parte dei casi, non può che portare, gradualmente, allo stesso epilogo: la morte del corallo. Oltretutto il corallo non ha quella struttura dura e resistente che siamo abituati a toccare sulle collane! E’ il contatto con l’aria a far solidificare il corallo, mentre in acqua la sua consistenza è molle e malleabile, come quella di ogni corpo da lungo tempo immerso in acqua.

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    un corallo stupendo, fotografato da Roberto Sozzani

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    Murena

    La murena

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    (Questo articolo è in attesa di ampliamento) 
    Questo animale acquatico è conosciuto per la pericolosità dei suoi morsi, i quali non solo provocano sanguinamento, lesioni muscolari (di entità anche grave) e scheggiature delle ossa, ma si sospetta siano addirittura velenosi. Infatti le murene, tra il palato e i denti, secernono una mucosa velenosa che entra a contatto con il morso. Ad ogni modo, si tratta di una sostanza termolabile, ossia resa innocua dal calore, perciò è probabile che, in fin dei conti, tutti i danni si possano ricondurre ai soli effetti lesivi del morso.
    E' pur vero, però,  che delle 80 specie esistenti, ben 5 possono produrre ferite mortali.
     
    Dotate di un lungo corpo affusolato e vivacemente colorato, dal bruno screziato al giallo biancastro, all'azzurro scarlatto, le murene si muovono flessuose e veloci nell'acqua. Prive di pinne pettorali  e ventrali, hanno, come molti altri cordati, una lunga pinna dorsale sottile che accompagna tutto il corpo, dalla testa alla coda e che in acqua, produce muovendosi, un effetto ondulatorio.
    La pelle è liscia, mucosa, e priva di squame.
    La testa è dotata di due occhi profondi e neri, di narici dalla forma tubolare e da una bocca spaventosa, perennemente aperta per consentire all'animale di respirare. La murena mostra così, i suoi denti ben affilati e ricurvi all'indietro, capaci d'infierire morsi e ferite dannose.
    La gola estensibile e lo stomaco spazioso, le permettono di cibarsi anche di grossi animali.
     
    Le murene sono per lo più predatori solitari.
    Cacciano di notte sfruttando la loro velocità e agilità. Si cibano di pesci e piccoli crostacei come seppie, polipi, calamari e li digeriscono lentamente nel loro stomaco.
    Ci sono però animali con cui vivono perfettamente in simbiosi; è il caso del minuscolo gambero pulitore, così chiamato perchè divora i parassiti e i residui di cibo dal corpo e dalla bocca di altri pesci; per questo la murena, trae da lui un gran valido aiuto.
    Per cacciare le murene si lasciano guidare dal senso dell'olfatto, molto sviluppato per compensare la minor efficienza del senso della vista, dovuta per lo più all'asenza di luce nelle ore notturne o alla profondità d'immersione.
    Le murene si nutrono anche di prede morte.
    Poichè captano immediatamente l'odore del sangue, chi va a pesca deve prestare molta attenzione. Il bottino di pesca e le esche possono attirarle fuori dagli anfratti rocciosi dove trascorrono, al riparo, le ore diurne. Meglio sarebbe procedere con l'aiuto di un bastone; la murena può attaccarlo, preservando così il sub.
    Uguale attenzione va  prestata nell'offrire del cibo all'animale, che si avventa con scatti improvvisi e a farne le spese potrebbero essere, purtroppo, le dita dell'ignaro sfortunato.
     
    In fondo, al di là di tutte queste osservazioni precedenti, la murena è un animale riservato e schivo; attacca solo se si sente minacciata e la sua pericolosa dentatura le consente spesso di difendersi anche dai grandi predatori, tra cui, come già anticipato, l'uomo.
    Può nascondersi anche in relitti sepolti negli abissi  e nelle concrezioni del corallo.
    Dopo l'accoppiamento le uova daranno vita a piccole larve translucide, che diventeranno individui adulti dopo due anni.
     
    Nel Mediterraneo è diffusa la comune Murena Helena, o murena mediterranea, ma esistono anche altre specie nell'Atlantico orientale, dal Regno Unito fino al Senegal, che possono ragiungere anche i 100 metri di profondità delle immersioni.
    La murena "Puhi" vive nelle Hawaii e si distingue da aperture branchiali arrotondate.
    Altri luoghi significaivi che ospitano le murene nelle loro acque sono: Seychelles, Azzorre, Madeira, Canarie  e Capo Verde.
    Di solito non eccedono il metro e mezzo di lunghezza, ma la murena Gigante del Pacifico, la Thyrsoidea Macrurus, può arrivare anche ai tre metri e mezzo o quattro metri.
     
    Il loro nome deriva da Licinio Murena, un antico romano che le allevava per tenerle in esposizione e, all'occorrenza, dava loro in pasto degli schiavi.Il pregiudizio secondo cui la murena è un animale feroce è nato da allora.
    La carne di murena è apprezzata anche in alcune ricette culinarie, ma costa molto cara.
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    Regno: Animalia
    Phylum: Chordata
    Classe: Actinopterygii
    Ordine: Anguilliformes
    Famiglia: Murenidae
    Genere: Murena
    Specie: Murena Helena (o mediterranea), Anarchias Seychellensis (murena delle Seychelles), Gymnothorax Javanicus (murena di Giava), Gymnothorax Undulatus (murena marezzata), Gymnothorax Favagineus (murena tassellata), Thyrsoidea Macrurus (Murena Gigante).
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    Murena delle Seychelles (Anarchias seychellenis)

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    Murena di Giava (Gymnothorax Javanicus)

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    Murena marezzata (Gymnothorax undulatus)



     

    Murena tassellata (Gymnothorax favagineus)

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    Murena mediterranea (Murena Helena)

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    Murena Gigante (Thyrsoidea Macrurus)

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    Beluga

    Il beluga

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    Introduzione:

    Le beluga, o balene bianche, costituiscono una specie polare. Per la gente dell’Artico Canadese, le beluga sono un’importantissima fonte di cibo. La loro presenza presso un insediamento o un accampamento di caccia, è sempre accolta con  entusiasmo. Le battute di caccia sono sovente dei tentativi di cooperazione che coinvolgono diversi cacciatori e vascelli da pesca, con il bottino di caccia diviso e messo da parte per gli altri membri della comunità.

     

    In anni recenti, il beluga ha attratto l’attenzione pubblica, specialmente in riferimento  ai problemi da contaminazioni tossiche  e invadenza dell’uomo. La popolazione beluga dell’ Estuario di Saint Laurence, isolata dalle altre dell’Artico e residente all’estremo sud del loro punto di raduno, ha trasformato il beluga in un simbolo per la salvaguardia degli habitat marini in Canada.

     

    L’opinione pubblica sul beluga si è anche sollevata, per mezzo della protesta del Comitato canadese per lo Stato di Fauna Selvatica in Pericolo, contro lo stato di minaccia e pericolo di alcune popolazioni beluga in acque canadesi. Queste popolazioni hanno patito la caccia commerciale di una volta, per la loro pelle e l’olio. Attualmente, le si cattura solo per cibo.

     

    La sempre maggiore caccia di sopravvivenza e lo sviluppo industriale, come la navigazione e l’estrazione dell’olio, possono influire sul benessere di qualche popolazione beluga. C’è il bisogno continuo di un’attenta gestione delle popolazioni beluga poiché la loro forte dipendenza da habitat specifici nelle vicinanze delle aree portuali in estate, aumenta la loro esposizione all’attività umana
     
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    Distribuzione e migrazione

      Le beluga  si trovano nelle acque artiche e subartiche, lungo le coste nordiche di Canada, Alaska, Russia, Norvegia e Groenlandia. Si stima approssimativamente che nelle acque canadesi vivano dalle 72000 alle 144000 beluga. Questi animali si distribuiscono  nell’Artico occidentale (Mare di Beaufort), alto artico (stretto di Lancaster, Baia di Baffin), Artico orientale (Stretto di Cumberland e Baffin sudorientale, Baia di Hudson, di James e di Ungava) e nell’Estuario di S. Lorenzo.

     

    Le varie popolazioni di beluga si suddistinguono in base alla loro distribuzione estiva e qualche popolazione, da differenze valutabili in analisi genetiche e chimiche. Nella baia di Hudson, per esempio, molte popolazioni estive si distinguono geneticamente dalle altre, anche se tutte insieme, occupano lo Stretto di Hudson in inverno. Quella del S. Lorenzo si considera oggi isolata dalle altre popolazioni beluga, anche se in passato ci sono state mescolanze con altre popolazioni, quando la distribuzione delle specie era più ad ampio raggio.

     

    D’estate le beluga si radunano per diverse settimane in determinati estuari, dove un fiume incontra l’oceano e le acque adiacenti. D’estate l’habitat è caratterizzato dalla presenza di acque superficiali, raccolte e relativamente tiepide e da sottostrati sabbiosi o fangosi. Inoltre si radunano lungo le acque costiere oppure al largo di questi stessi estuari per periodi di tempo variabili, talvolta ritornando agli stessi estuari, o usando quelli adiacenti. Nell’Artico occidentale, per esempio,  d’estate le beluga possono ritrovarsi a 800 chilometri dall’Estuario Mackenzie, mentre nella Baia di Hudson, raramente oltrepassano i 100 o 200 chilometri dagli estuari dei fiumi Churchill e Nastapoka.

     

    La distribuzione invernale delle beluga non è però altrettanto chiara. Esse dipendono molto dalle aree di ghiaccio mobile, dove le acque scoperte forniscono accesso all’aria aperta. Qualcuna di queste aree dalle acque scoperte, chiamata polinia, si ripresenta anno per anno nello stesso posto. Può accadere che le beluga rimangano intrappolate se una di esse ghiaccia, e questo può dar luogo alla morte di qualche balena.

     

    La distanza tra l’habitat estivo e quello invernale, richiede che in autunno o in primavera, talune popolazioni di beluga migrino per lunghe distanze.

     

    Per esempio, alcune beluga viaggiano tra il Mare di Beaufort, dove risiedono in estate, fino in inverno al Mare di Bering, attraverso il mare occidentale russo di Chukchi. La distanza coperta è di 2000 chilometri al massimo. Le beluga non sono balene molto veloci a nuotare. La velocità media di viaggio va dai 9 ai 10 km orari e le lunghe migrazioni possono durare anche diversi mesi. Nel frattempo, navigano attraverso blocchi di ghiaccio spessi, facendo uso degli sfiatatoi respiratori attraverso le fessure nel ghiaccio. Popolazioni come quella dell’Estuario di San Lorenzo e dello Stretto di Cumberland, sono in apparenza più sedentarie, poiché si raggruppano soltanto a poche centinaia di chilometri rispetto al luogo di raduno estivo.

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    Biologia e fisiologia

    Il colore bianco del beluga e l’assenza di una pinna dorsale ridotta a un mero accenno, sono le principali caratteristiche che lo distinguono, così come indicato dal nome scientifico Delphinapterus leucas, che tradotto alla lettera, vuol dire “il delfino bianco senza un’ala”.

     

    Il nome comune “beluga” significa in russo “quello bianco”. In realtà, solo gli adulti sono bianchi; i cuccioli di beluga nascono di colore marrone o grigio scuro e impallidiscono gradualmente, fino a diventare completamente bianchi tra i 6 e gli 8 anni d’età.

     

    I maschi adulti (da 3,65 a 4,25 metri di lunghezza e da 450 a 1000 chili di peso) sono più grandi delle femmine (da 3,05 a 3,65 metri e da 250 a 700 chili). I cuccioli neonati misurano alla nascita circa un metro e mezzo per 50-80 kg di peso.

     

    La maturità sessuale avviene a otto anni nei maschi e approssimativamente a cinque anni nelle femmine. L’accoppiamento ha luogo in Aprile-Maggio. La strategia di accoppiamento resta sconosciuta, ma ci sono indicazioni secondo cui i maschi procreano con diverse femmine.

     

    La gestazione dura intorno ai 14 mesi e le nascite avvengono tra fine giugno e inizi agosto. Il periodo lungo di gestazione, seguito da un altro di primissime cure di circa 18 mesi, risulta solo nelle femmine capaci di generare ogni tre anni.

     

    Il latte ricco di grassi della madre, fa crescere il piccolo rapidamente. I neonati misurano circa il 40% della lunghezza della loro madre, e solo nel primo anno, raggiungono addirittura il suo 65%. Vengono svezzati il secondo anno, alla fine del quale, misurano più del 70% della lunghezza di un adulto.

     

    A differenza delle balene più grandi, che si nutrono filtrando il cibo, intrappolando enormi quantità di crostacei minuscoli in griglie organiche sospese al palato, le beluga si nutrono di pesci o invertebrati usando i loro denti.

     

    Il beluga ha una dieta variegata. Il cibo varia in relazione alla disponibilità stagionale ed è costituito da pesci come il merluzzo dell’Artico, l’aringa e invertebrati come i gamberetti, calamari e vermi di mare. Durante il loro periodo estivo negli estuari raramente mangiano pesce in banchi. Fuori dagli estuari compiono immersioni frequenti, spesso fino al fondale, ma la preda che cercano non  si riesce a identificare. Durante la migrazione autunnale verso le aree invernali  prediligono il merluzzo in banchi. Questo pare essere un periodo importante dell’anno, poiché accumulano uno strato spesso di grasso, che funge sia da isolante, sia da riserva energetica.

     

    Per pescare con buon esito, le beluga trascorrono buona parte del tempo sott’acqua. Sono capaci di frequenti immersioni in profondità da 400 a 800 metri. Il tuffo più profondo stimato di un beluga maschio è stato di quasi 1000 metri! Come altri mammiferi marini, le beluga hanno un adattamento speciale alla profondità. Contengono due volte più sangue degli animali di taglia similare che vivono sulla terraferma, e cellule del sangue che trasportano dieci volte più ossigeno. I loro muscoli immagazzinano l’ossigeno e il sistema circolatorio è dotato di una complessità di valvole e serbatoi, che durante le immersioni, forniscono al cervello sensibile all’ossigeno, del sangue nuovo. Altri adattamenti relativi alle immersioni includono una minore sensibilità nell’accumulo di diossido di carbonio e una maggiore capacità muscolare ad operare con ossigeno esiguo.

     

    Non si conosce il quantitativo di energia giornaliera delle beluga in libertà. Per quelle in cattività, il consumo medio giornaliero di cibo è di 10 – 15 chilogrammi. Ciò fornisce qualche indicazione sulla produttività della Baia e dello Stretto di Hudson, ma c’è bisogno di un ampio rifornimento di cibo per sfamare le decine di migliaia di beluga che stazionano in estate o in inverno.

     

    Le beluga sono animali a sangue caldo, mammiferi che respirano adattati alla vita delle fredde acque dell’Artico. Come per gli altri mammiferi marini, lo strato di grasso da 2,5 a 9,5 centimetri immediatamente sottopelle, fornisce un isolamento efficiente che aiuta a mantenere la temperatura interna corporea di 37° all’incirca in acque gelate. E’ un’apprezzabile quantità di grasso, talvolta quasi il 50% del peso corporeo. Come avviene per molti altri mammiferi marini, le riserve di grasso variano con le stagioni.

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    Ecologia

    La nostra conoscenza sull’ecologia delle beluga si restringe  al periodo estivo privo di ghiaccio, quando se ne trovano molte all’interno di alcuni estuari. Le beluga rivelano fedeltà al territorio estivo, per mezzo di qualche determinato esemplare che ritorna ogni anno nello stesso posto, pur essendo frequentemente esposte a eventi di disturbo come la caccia. Studi genetici sulle beluga artiche indicherebbero una relazione genetica più prossima tra le beluga che condividono il medesimo estuario, piuttosto che tra quelle che compiono soggiorni estivi in estuari diversi. Ciò indica che per la struttura della popolazione beluga, l’attaccamento al territorio è importante, o almeno, lo è per le beluga dell’Artico.

     

    Presso i territori estivi e gli estuari, arrivano orde di beluga non appena il ghiaccio permette loro il  passaggio. Nell’insenatura di Cunningam ( Isola di Somerset) situata nell’alto Artico, le prime balene giungono non appena il ghiaccio si rompe, nella seconda settimana di luglio e le ultime si vedono a metà agosto. Ma presso gli estuari del Churchill e del Nastapoka nella Baia di Hudson, le balene arrivano prestissimo a metà giugno e restano all’interno o attorno a questi estuari fino agli inizi di Settembre. Presso l’estuario del San Lorenzo, si vede un numero considerevole di beluga, quando il ghiaccio svanisce nel tardo marzo o inizio aprile, laddove il San Lorenzo incontra il Saguenay. La maggior parte dei comportamenti osservati negli estuari, riguardano la muta della pelle, la socializzazione e il sostentamento dei cuccioli.

     

    Sembra che il raggruppamento estivo in estuari consista di un’enorme proporzione di femmine, con al seguito esemplari neonati o giovani. Le femmine adulte, sia che abbiano un neonato o un cucciolo di pochi anni, si vedono spesso accompagnate dai giovani, che si comportano come loro custodi. Laddove i legami parentali non sono evidenti, sembra essere questa l’unità  famigliare possibile, che sta alla base della struttura sociale delle beluga.

     

    Le femmine nell’Artico, trascorrono molto tempo nelle zone più silenziose degli estuari allattando i loro piccoli. I neonati e i piccoli raramente abbandonano le vicinanze della madre. I gruppi di cuccioli grigi più grandi, invece, formano raggruppamenti dispersi, dove assumono una varietà di comportamenti. I maschi adulti si compattano formando un guscio, costituito da 15 a 20 individui visibile negli estuari più estesi, ma di solito restano in disparte dagli altri e vengono evitati dalle femmine che hanno cuccioli molto piccoli. Si osserva un simile schema anche nell’estuario del San Lorenzo, dove le femmine e i giovani sono stati osservati, la maggior parte delle volte, in acque tiepide e raccolte, in cima al fiume Saguenay, mentre invece gruppi di adulti bianchi (presumibilmente maschi) si concentravano in fondo, dove le acque sono più fredde.

     

    Solo recentemente si è dimostrato che le beluga sono soggette  alla muta stagionale della pelle. Le beluga hanno una pelle molto spessa, almeno dieci volte più di quella dei delfini e cento volte più di quella dei mammiferi terrestri. La loro pelle sembra un organo molto dinamico che viene impiegato per l’isolamento termico, l’accumulo in gran quantità di vitamina C ed eventualmente, per la protezione dalle abrasioni da contatto con ghiaccio. La rimozione della pelle morta e la crescita rapida di nuove cellule epidermiche, avviene quando le beluga occupano gli estuari tiepidi. All’inizio dell’estate, le balene negli estuari s’impegnano in attività direttamente collegate al cambio della loro pelle. Si rotolano in profondità melmose o rocciose, presso l’apertura di canali fluviali dotati di forti correnti. Sono coinvolti gruppi di ogni età. Potrebbe essere una peculiarità delle beluga della baia di Hudson, perché non è chiaro se la muta sia un fenomeno altrettanto stagionale anche nell’estuario del San Lorenzo.

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     Suoni, Comunicazione  e Udito

      Le beluga sono animali molto chiacchieroni. I balenieri del diciannovesimo secolo hanno raccontato di aver udito il loro suono attraverso la struttura di legno delle navi. In un giorno senza vento, lungo la riva dell’Artico frequentata da beluga, un visitatore  può sentire spesso gli sbuffi delle beluga che risalgono in superficie, seguiti da una cacofonia di suoni che cominciano a venir fuori come acuti fischi e che terminano in bassi e ripetuti grugniti. I ricercatori hanno individuato sedici tipi di vocalizzazioni. Questi suoni si usano probabilmente per comunicare, ma non si è pienamente inteso il loro ruolo esatto. Si è osservato che le beluga emettono soffi più frequentemente quando sono agitate.

     

    Le beluga hanno un senso dell’udito molto sviluppato e capacità raffinate di ecolocalizzazione. L’ecolocalizzazione, ossia la capacità di captare gli oggetti attraverso il suono, è fondamentale per una specie che vive buona parte della sua vita in acque scure. Sotto i 100 metri di profondità, teoricamente non c’è luce e si è osservato che le beluga compiono immersioni frequenti alla profondità di diverse centinaia di metri. Quanto più ci si allontana dalla superficie in profondità, la penetrazione della luce si riduce, anche a causa della copertura di ghiaccio e delle giornate corte dell’inverno polare. Per navigare e cacciare la preda, le beluga producono ticchettii che rimbalzano sulla preda, così come permettono d’individuare il fondo e la superficie delle acque. Le beluga catturano l’eco prodotto attraverso il loro acuminato senso dell’udito e può anche servire a proteggerle da predatori come l’orso polare e le balene assassine.

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    Il Valore Economico

      I mammiferi marini sono stati alla base dell’economia degli Inuit per oltre 4000 anni. Forniscono carne, grassi, olio, pelle, oggetti e materiali per la fabbricazione di navi e oggetti d’arte. Ai tempi dello sviluppo della cultura Thule, da 80 a 100 anni fa, le beluga erano un’importante specie alimentare. Lo strato superiore della pelle è chiamato muktuk e costa tutt’ora molto caro poiché ricco di vitamina C e ad alto contenuto energetico.

     

    Cominciata a metà del diciottesimo secolo, la caccia commerciale alle beluga è continuata per un periodo di 200 anni per alcune popolazioni dell’Artico occidentale e di 93 anni per la popolazione del San Lorenzo. Nell’Artico in genere, si catturavano le beluga per scopi commerciali dentro reti da impigliamento o trascinandole in acque basse. Nel San Lorenzo, venivano catturate in dighe dove le acque avevano profondità minime e nelle aree più profonde, con l’uso di fucili ed arpioni. Il Canada ha interrotto lo sfruttamento commerciale di balene nel 1972 e la caccia alle beluga nello stretto di San Lorenzo, per qualunque proposito, è stata proibita nel 1979.

     

    Il numero totale cumulativo di beluga catturate a scopo commerciale, senza considerare gli animali annegati, è stato di circa:

    -         11000 nell’alto Artico (1866-1898);

    -         7000 a sudest dell’isola di Baffin (1868-1939);

    -         9000 a ovest della baia di Hudson (1949-1970);

    -         9000 a est della baia di Hudson (1752-1938);

    -         1200 nello stretto di Hudson (1909-1940);

    -         1800 nella baia di Ungeva (1731-1938); e

    -         14500 nell’estuario del San Lorenzo (1868-1960).

     

    L’attuale caccia di sopravvivenza alle beluga è spesso uno sforzo di cooperazione che coinvolge diversi cacciatori e si conducono imbarcazioni, impiegando arpioni e fucili. Le barche usate in passato erano per lo più kayak e sono state sostituite da canoe motorizzate da carico e vascelli da pesca fino a 15 metri di lunghezza.

     

    Tra il 1988 e il 1996, il numero totale di beluga catturate nell’Artico canadese per propositi di sopravvivenza, varia tra le 400 e le 700 per anno. La risorsa annuale oscilla  in relazione alle condizioni atmosferiche, alla disponibilità di altre specie di animali selvatici e all’attuazione delle misure direttive.

     

    In Canada, sono state sottratte beluga vive, dal San Lorenzo nei primi anni sessanta e dall’estuario di Churchill dal 1967. Il totale noto di beluga catturate vive tra il 1967 e il 1992 è stato di 68. Non ci sono state catture di esemplari per il commercio da acquario dal 1992, anche se a partire da quella data, qualche animale è stato comunque prelevato vivo per la ricerca scientifica. Negli ultimi anni nessun permesso a catturare beluga è stato rilasciato.

     

    Il bando del commercio di balena, l’intensificazione delle misure di conservazione e l’aumento del pubblico interesse ha portato allo sviluppo di un uso nuovo non consumistico. L’attività di whale watching (attività di sola osservazione delle balene, quindi non invasiva – nota personale) sta catturando un numero più ampio di turisti nell’estuario del San Lorenzo e un numero via via crescente nell’Artico. Tuttavia, nel San Lorenzo, è comunque proibito includere le beluga nell’attività di whale watching.

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    Gestione e conservazione

    Ci sono disposizioni per la conservazione di quel che rimane delle beluga in Canada. Il Comitato per lo Stato di Pericolo Fauna Selvatica canadese (COSEWIC) ha analizzato lo stato di molte popolazioni canadesi di beluga. Ne è concluso quanto segue:

    - Popolazione del San Lorenzo, stato di pericolo (valutazioni 1983 - 1997)

    - Popolazione Isola di Baffin sudorientale e Stretto di Cumberland, stato di pericolo (1990)

    - Popolazione Baia di Ungava, stato di pericolo (1988)

    - Popolazione Baia di Hudson, stato di minaccia! (1988)

    - Popolazione Alto Artico orientale e Baia i Baffin, disposizioni speciali (1992)

    - Popolazione Baia di Hudson occidentale, non a rischio (1993)

    - Popolazione Oceano Artico e Mare di Beaufort, non a rischio (1985)

     

    Alcune di queste popolazioni sono state decimate dallo sfruttamento commerciale del passato, alcune più di altre. Oggi, la caccia di sopravvivenza in alcune zone dell'Artico è materia di riguardo a causa del potenziale declino continuo, della scarsezza, o del recupero delle popolazioni esigue. Altri potenziali effetti su queste popolazioni, comprendono la perdita dell'habitat a causa dello sviluppo delle attività marittime, della formazione di contaminazioni tossiche, del disturbo derivante dall'attività marittima commerciale, dalla rottura dei ghiacci e dalle attività di whale watching.

    La responsabilità per la conservazione, gestione e ricerca sulle beluga, come per le altre specie marine in acque canadesi, appartiene al dipartimento federale di Pesca e Oceani (DFO). Il Regolamento Mammiferi Marini all'interno dell'Atto sulla Pesca, è la base legale su cui si rafforzano le misure di gestione e conservazione delle beluga. Il governo federale ha annunciato il suo proposito di sviluppare una legislazione sulle specie a rischio e se verrà attuata, potrebbe fornire un'ulteriore base legislativa per la conservazione delle beluga. Per conciliare i suoi propositi con gli obblighi  che ha verso gli insediamenti rivendicati dagli Inuit, la DFO sta adottando un approccio di cooperazione per la gestione dei mammiferi marini nelle aree da loro rivendicate. Sono state stabilite tabelle per la gestione delle risorse, in conformità agli accordi di rivendicazione, regolate in ugual misura dagli Inuit e dai rappresentanti del governo. Queste tabelle di risorse assistono la DFO per apportare opportune variazioni di grado nella manutenzione congiunta delle popolazioni beluga dell'alto Artico. Il Regolamento Mammiferi Marini proibisce qualunque tipo di caccia ai danni delle popolazioni beluga del san Lorenzo. Si è anche adottato un approccio di consultazione con l'industria del whale watching nel San Lorenzo, all'inizio dalla DFO e più di recente,  dalle autorità del parco Marino del Saguenay-San Lorenzo. E' il primo parco all'interno di un habitat marino ed è il risultato di iniziative per proteggere le beluga, avviate dal governo federale nel 1988.

     

    Le misure attuali di gestione e conservazione variano con le difficoltà specifiche che s'incontrano. Nell'Artico, la gestione della fauna selvatica in generale,  deve conciliare tre obiettivi principali: conservazione e riabilitazione della fauna selvatica, assicurazione di un uso sostenibile e continuativo di risorse e rispetto degli accordi che stabiliscono le priorità degli aborigeni e i diritti di caccia. Le strategie attuative impiegate per le popolazioni beluga minacciate o in pericolo, includono la creazione di riserve, lo stabilimento di quote o, se necessario,  la chiusura otale della caccia per ripristinare la popolazione. I piani regolamentari contengono norme sulla caccia come il calibro del fucile, l'uso delle parti commestibili, protezione delle femmine con cuccioli al seguito e la proibizione dei disturbi.

    La conservazione della popolazione beluga del san Lorenzo fu guidata, agli inizi, da ampi piani di azione del governo. Nel 1995 si è sviluppato un piano di recupero formale sotto la leadership congiunta della DFO e del WWF canadese.  Questo piano di recupero comprende strategie per ridurre la contaminazione e il disturbo dell'habitat del beluga, per preparare adeguati piani di emergenza,per monitorare la salute e i movimenti della popolazione e per continuare ricerche di informazioni nuove. La messa in pratica va avanti, per iniziativa di molte agenzie e organizzazioni che comprendono la DFO, il Parco Marino del Saguenay-San lorenzo, compagnie governative come il Saint Lawrence Vision 2000 e molte altre organizzazioni non governative.

     

    Inoltre formformazione e ricerca rappresentano aspetti importanti per questo tipo di gestione, poichè la conservazione di risorse rinnovabili e dei loro habitat, di solito si ottiene soltanto con la cooperazione di tutti.

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    Ricerche correnti

    La forte evidenza che le beluga ritornino in determinate aree estive e la mescolanza tra individui dei gruppi estivi, in inverno ha bisogno  di maggiori ricerche sull'identificazione dei singoli animali. I dati odierni su analisi genetiche sostengono l'evidenza comportamentale, indicante come campione i gruppi di femmine negli estuari. Ulteriori analisi chimiche e genetiche possono quantificare il grado di separazione di questi esemplari, così come l'ammontare della riproduzione. Gli sforzi di gestione possono però risultare alterati in virtù di questa ricerca.

    L'aver dotato gli individui di collegamenti a dispositivi satellitari in estate e in autunno, nel periodo estivo ha rivelato l'estensione della distanza dei gruppi presso gli estuari, e le rotte e i periodi delle migrazioni autunnali. Ciò fornisce informazioni necessarie su quali animali vengono catturati e da quali gruppi di caccia, in periodi diversi dell'anno. Trasmettitori spazio-temporali stanno producendo nuove conoscenze sull'ecologia alimentare delle beluga, identificando la loro collocazione, frequenza e profondità d'immersione. Ciò, a sua volta, si può usare per determinare quali prede cercano e compiere valutazioni sulla taglia delle specie di prede consumate. Il monitoraggio velocità-tempo fornisce informazioni anche su come correggere le valutazioni compiute dall'osservazione aerea, basate  sull'enumerazione degli esemplari che si trovano presso, o nei pressi, della superficie.  Queste registrazioni permettono una stima sulle proporzioni di tutti quegli animali sfuggiti all'esame aereo, perchè s'immergono troppo in profondità per essere percepiti visivamente.

    Il punto focale di molte ricerche nel San Lorenzo sono le contaminazioni. Parecchie sostanze industriali possono avere un impatto negativo sulla salute dei mammiferi marini. Poichè è già stato stabilito un legame diretto tra queste sostanze chimiche e i cambiamenti nella popolazione del San Lorenzo, c'è di sicuro ragion di riguardo e vigilanza. Nell'Artico e anche nel san Lorenzo, negli ultimi dieci anni, si denota una significativa diminuzone di PCB e DDT in alcuni mammiferi marini. Inoltre, a causa dell'elevato consumo del grasso di mammiferi marini da parte degli aborigeni, c'è sospetto sugli effetti del PCB sulla salute dell'uomo.

    Degli studi convenzionali sulle beluga sono stati devastati da difficoltà, nel tentativo di valutare la taglia delle popolazioni, così come anche i dati sull nascite e i decessi. La precisione ottenuta dai migliori monitoraggi aerei non è sufficiente per intuire piccoli cambiamenti in terminologia spicciola, applicabili alla taglia della popolazione. Studi demografici aventi come oggetto la struttura dell'età delle carcasse nelle trappole degli Inuit, o di quelle spiaggiate nel San Lorenzo, peccano di molti fattori pregiudichevoli che oscurano i dati reali sui decessi.

    Diversi sforzi sull'assestamento e sulle dinamiche della popolazione continueranno a concentrarsi sullo sviluppo di tecniche basate sul monitoraggio di animali viventi. Studi associati alla tecnologia satellitare, alla registrazione spazio-temporale e fotografie aeree dettagliate, insieme a nuovi metodi d'analisi genetica e chimica, sono la direzione più promettente per la ricerca futura.
     
     
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    Regno: Animalia
    Pylum: Chordata ( dove la corda è quell'accenno di pinna dorsale, che in alcuni individui, scompare con la crescita e in altri, come i cefalocordati (e quindi il beluga) rimane tutta la vita.
    Classe: Mammalia
    Ordine: Cetacea
    Famiglia: Monodontidae
    Genere: Delphinapterus
    Specie: Delphinapterus leucas
     
     

      
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