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    August 22

    La dura vita di un antico baleniere

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    Se sapeste con quanti stratagemmi crudeli ogni anno si uccidono migliaia di balene, con ogni probabilità provereste il mio stesso sdegno, ma se anche così non fosse, saremmo tutti d’accordo su una cosa: questo sterminio sciagurato, ha trovato un potentissimo alleato nella tecnologia moderna. Fiocine meccaniche ad alta precisione, dotate di potenti esplosivi, imbarcazioni più veloci e maneggevoli, attrezzate già a bordo per la lavorazione delle carcasse,  addirittura crudeli sistemi con cui viene pompata aria nelle stesse carcasse, per farle galleggiare sull’acqua. Non c’è rispetto per le balene vive, tanto meno per i loro corpi a cui è stata barbaramente sottratta la vita. Tutte queste invenzioni portano il nome d’individui che hanno trovato spazio sui libri di storia, ma da me non riceveranno lo stesso favore; sul mio unico libro c’è scritta tutta la meraviglia con cui osservare il creato, la  natura e il mondo. Nient’altro.

     

    C’è da dire che una volta, però, la vita di un baleniere non era affatto facile. Stiamo parlando degli anni tra il 1600 e il 1850. I balenieri erano spesso giovani disoccupati in attesa di una sistemazione, che venivano adescati da abili promoter senza scrupoli, con false promesse di avventura e guadagni prosperi. Quello che li attendeva era però una lunga vita al largo, mesi e mesi lontani dalle proprie fidanzate e dalle proprie famiglie, stipati in alloggi bui e poco igienici, a differenza degli ufficiali di bordo che avevano, invece, ogni comodità. La caccia alla balena era un grosso rischio; molti di loro ci rimettevano la vita e i guadagni erano miseri e ai limiti della sopravvivenza. Da quel poco che guadagnavano per ogni balena uccisa, dovevano ulteriormente sottrarre quello che occorreva per procurarsi del cibo, perché moltissime carcasse di balene, venivano barattate in cambio di carne fresca, pronta da consumare e di uso più quotidiano, oppure con frutta e verdura. Per questo i guadagni che questi giovani portavano a casa, alla fin fine non gli garantivano che una misera sopravvivenza.

     

    I contatti tra questi marinai e la famiglia rimasta a terra erano lenti e non offrivano certezze. Il sistema postale era di pessima efficienza. Le lettere venivano consegnate  a mano, dopo essere transitate per diversi porti e passate di mano in mano tra molti altri marinai, sulla rotta dei loro destinatari. Solo una media di 6 lettere su 100 arrivava a destinazione.

     

    Nel 1200 l’attività baleniera interessava appena una piccola zona dell’Atlantico tra la Francia e la Spagna.  Nel 1600 si unì anche la Gran Bretagna, che portò questa barbara attività oltreoceano nel New England, coinvolgendo anche l’America. Nel 1800 una baleniera americana salpava con un equipaggio di 30-35 uomini: un capitano e quattro ufficiali in seconda che viaggiavano in modo adeguato, provvisti di ogni comodità di alloggio e alimentare. Seguivano quattro fiocinatori che avevano il compito di calarsi in mare e arpionare a mano le balene, mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Un bottaio, un fabbro, un cambusiere, un cuoco, un aiuto cameriere e 15-20 marinai semplici, svolgevano i compiti meno rilevanti legati  alla gestione quotidiana della nave. I proventi del bottino di carcasse vendute veniva così diviso: il 66% all’armatore; il 10% al capitano; l’1% agli ufficiali in seconda, ai fiocinatori e al bottaio; lo 0,6% ai marinai semplici e lo 0,4% all’aiuto cameriere. Un ricavo già povero, che suddiviso tra l’equipaggio, fruttava salari ancora più poveri.

     

    Ma quelli erano altri tempi. La gente non aveva di che vivere e aveva diritto di dare anche l’anima al diavolo pur di trovare un breve impiego stagionale. Eppure oggi che l’energia elettrica passa attraverso i cavi che stanno illuminando questa pagina, oggi che il progresso ci ha insegnato a vivere di superfluo, migliaia di balene vengono barbaramente sterminate ogni anno, al largo degli oceani. La natura e la scienza ci hanno dato tutto quello che occorre alla nostra sopravvivenza; a risvegliarci ogni giorno con un cuore che batte a rammentarci che siamo vivi e che, in fondo, abbiamo tutto. Ma la fame di denaro, per certe persone e a volte, anche certi paesi, non si placa mai. E ne fanno le spese delle creature più deboli e innocenti, che questa fame di denaro non l’hanno mai avuta. (By Marina.celta) 


    pimp myspace

    August 21

    Il rapporto squalo-uomo

    Un giorno, mentre stavo visionando il mio libro sugli squali, l’occhio è caduto sulla foto di un uomo. Il suo torso nudo, presentava una lunga cicatrice che partiva da sopra la spalla, s’incurvava e proseguiva lungo la schiena. Giunta a metà, ruotava nuovamente rientrando in avanti, sul petto, fermandosi quasi all’altezza del cuore. Quest’uomo si chiama Rodney Fox, un ex surfista americano e quella lunghissima cicatrice, che sembrava avergli diviso il torace in due, è il risultato dell’attacco di un pescecane. Il mio primo commento è stato immediato e laconico: “Grandissimo animale bastardo!”. Poi, però, con mia gran sorpresa, ho scoperto che Rodney Fox non prova affatto odio per lui, ma da quella orribile esperienza, al contrario, ha cominciato a dedicarsi con passione a questi animali per tutelarne la salvaguardia. Per la miseria! Ci vorrebbe un bel coraggio! Eppure oggi, lui, come tante altre persone dedite  a questo animale, è impegnato a diffondere un messaggio: nel mare siamo ospiti, non padroni. Le regole di casa le fanno i padroni, non gli ospiti. E se siamo in mare, siamo nel loro mondo.

     

    L’America in particolare, non è nuova a questi attacchi. Per questo la Marina americana ha elaborato un piano statistico, basato su un Archivio di Attacco degli Squali, che in America è noto appunto come Shark Attack File. Secondo questi dati statistici, sono distinguibili due tipologie di attacco:

    -          gli attacchi da minaccia

    -          gli attacchi da preda

     

    Un attacco da minaccia, si verifica quando lo squalo intravede nell’uomo una situazione di potenziale pericolo. La minaccia può essere volontaria o involontaria da parte dell’uomo. E’ volontaria quando la compie consapevolmente e di propria iniziativa, cioè quando prova a catturarlo, o anche solo ad avvicinarlo per offrirgli del cibo. Lo squalo non è abituato a questo genere di approcci; non stiamo parlando di un docile animale domestico, che accetta le cure di un padrone, ma di un feroce predatore che affronta le creature estranee con molta diffidenza.

    Al contrario, la minaccia è involontaria, quando l’uomo si avventura in acqua ignaro di costituire un potenziale pericolo. Rientrano in questa casistica i bagnanti e i surfisti attaccati da uno squalo che ha obbedito al semplice istinto di scongiurare  una situazione di pericolo.

     

    Per evitare gli attacchi da minaccia, sono indispensabili alcune semplici regole. Indossate sempre un’attrezzatura subacquea adeguata, suggerita da personale esperto e consapevole. Le tute subacquee sono per lo più modelli protettivi costituiti da lamelle di acciaio, che neutralizzano il morso dello squalo nell’eventualità che si venga attaccati. Lo stesso Rodney Fox ha avuto salva la vita grazie alla tuta che ha arginato le perdite di sangue!

    Evitate in ogni modo di avvicinare l’animale, anche solo con l’intento benevolo di proporgli del cibo; potrebbe percepire in voi una minaccia e attaccarvi.

    A tal proposito, alcuni squali di scogliera inarcano il fianco e si adagiano sul dorso. Quello è il chiaro segnale che stanno proteggendo il loro territorio e vi stanno intimando di lasciarlo. Allontanatevi subito, ma adagio, perché attraverso i movimenti frenetici e spasmodici, gli squali percepiscono le situazioni di panico, si sentono più forti e attaccano.

    In ultimo, non nuotate mai da soli o distanziati dal resto del gruppo. Siate sempre numerosi e compatti; il vostro numero farà desistere lo squalo da eventuali iniziative di attacchi.

     

    Se pensate, però, che lo squalo aggredisca solo perché si sente minacciato, sbagliate. Provate a osservare la foto qui sotto.


     

    Cosa vi sembra? Lo sappiamo tutti; è un surfista visto dal basso, che si è coricato sulla sua tavola e sta nuotando, mentre da essa sporgono i suoi arti. E se invece fosse una foca? Lo squalo può trovarsi innumerevoli volte in questa posizione ed elaborare questo punto di vista e non avendo una vista molto sviluppata, può accadere che lo squalo scambi il surfista per una foca, o un altro mammifero marino sua preda. E’ risaputo infatti che lo squalo non gradisce la carne umana, quindi l’essere umano viene attaccato soltanto per equivoco. Non colpevolizziamolo per questo; cerchiamo piuttosto di adeguarci noi a delle misure preventive, anche in queste situazioni in cui rischiamo di essere scambiati per delle prede. Questi, infatti, nella casistica dello Shark Attack File, prendono il nome di attacchi da preda, proprio perché lo squalo rischia di scambiarci per delle prede.

     

    Perciò per prima cosa evitiamo, considerata la scarsa efficienza del senso della vista nello squalo, le immersioni nei momenti della giornata in cui la luce solare è ridotta, quindi l’alba, il tramonto e le ore notturne. Per lo stesso motivo, evitiamo acque torbide e melmose che riducono ulteriormente la visibilità, anche  a breve distanza. Non avviciniamoci alle baie in cui stazionano i mammiferi marini come foche e otarie, in quanto sarebbe maggiore, per lo squalo, il rischio che ci scambi per uno di loro.

    Evitiamo d’ingannare la loro vista indossando oggetti luminosi come gioielli e accessori metallici di qualunque genere. Lo squalo potrebbe attaccare attirato da uno di questi oggetti luminosi, perchè anche i pesci, loro comune preda, luccicano alla stessa maniera.

    Non sentiamoci protetti se la zona è frequentata da altri pesci innocui. Se vi sono, ad esempio dei delfini, sareste portati a credere che è loro esclusiva zona di caccia e che uno squalo non si dovrebbe avvicinare. Sbagliatissimo! Anche gli squali inseguono le medesime prede acquatiche dei delfini. Per cui non bisognerà affatto escludere la loro presenza in zona.

     

    Non dimentichiamo, inoltre, una cosa d’importanza vitale! Gli squali hanno un odorato eccellente e percepiscono l’odore del sangue. Quando questo avviene, vengono colti da una fame improvvisa e frenetica. Se non trovano l’origine del sangue, possono seriamente attaccare qualunque cosa capiti loro a tiro. Per questo motivo, evitiamo assolutamente d’immergerci con addosso ferite aperte e durante il periodo mestruale. Fate molta attenzione alla pesca con fiocina ed evitate di calare con voi in acqua prede morte da dare in pasto allo squalo o ad altre creature, perché gli squali si cibano anche di carogne. Evitate assolutamente appostamenti ravvicinati agli squali; con una manovra improvvisa, anche solo sfiorandovi, la loro pelle finemente dentellata, potrebbe lacerare la vostra uniforme subacquea e procurarvi delle ferite superficiali.

     

    Ragazzi, non si scherza! Rodney Fox ha riportato la pelle a casa, ma per ogni mossa che fate, state attenti a non aver fatto quella sbagliata! La gente che viene attaccata non se la cava con uno spavento. Soccorsa e rientrata a riva dovrà per prima cosa, essere aiutata emotivamente a riaversi dallo shock. Poi bisognerà valutare l’entità dei danni; lo squalo potrebbe aver solo inciso la pelle o i muscoli, ma se è riuscito anche a strappare i tessuti e a provocare lacerazioni, la cosa comincia a mettersi male. Va ancora peggio se si riportano fratture, cosa attendibile e purtroppo, anche accaduta, poiché le mascelle dello squalo sono molto potenti. Bisognerà ricomporre le ossa rotte e  asportare gli eventuali residui dei denti dello squalo. In ultimo, bisognerà valutare il danno dell’emorragia, ripristinare i liquidi corporei e sottoporsi a una cura farmacologia a base di antibiotici per scongiurare le infezioni. Perciò, chi ha in mente una vacanza subacquea o come bagnante e prevede di imbattersi in questo pericoloso animale, alzi pure la cornetta del telefono qualche volta in più e si assicuri di avere a portata di mano sul posto, uno staff medico e sportivo specializzato, oltre a un gruppo di aspiranti esploratori degli abissi che si calino in acqua con lui.

     

    Ricordate inoltre, che l’istinto di un animale gli suggerisce diffidenza perché l’uomo provoca diffidenza. Non è forse l’uomo un crudele sfruttatore  e uccisore di squali?

    E ricordate che il cane, l’animale domestico per eccellenza; l’amico dell’uomo senza uguali, discende dai lupi, anch’essi massacratori di uomini. Eppure con un rapporto di stima e utilità reciproca, l’uomo lo ha addomesticato  da quando viveva nelle caverne ed oggi questo animale, dalla straordinaria comunicabilità espressiva, viene accanto a noi a porgerci il guinzaglio, chiedendoci di portarlo fuori a giocare. Questo con uno squalo non potrà mai accadere. Non avremo mai degli acquari giganti in casa dove uno squalo ci lanci il salvagente  e ci chieda di farci una nuotata con lui. Ma cambiare il nostro pensiero, rivalutando questo animale senza disprezzarlo e senza distruggerlo, per costruire, a lungo termine, un rapporto di maggior fiducia  nel rispetto del suo modo di essere, questo si può. (By Marina.celta)

     

    August 20

    Squalo balena

    Lo squalo balena

     

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    La sua straordinaria somiglianza con le balene, ha fruttato a questo squalo una singolare peculiarità. E chi l’avrebbe mai detto? Questo affascinante animale è infatti, l’unico esemplare di un’intera famiglia: la famiglia dei Rincodòntidi. Unica famiglia, unico genere, unica specie. Non c’è che dire; un animale davvero… unico! Stiamo parlando del meraviglioso squalo balena (Rhincodon thypus).

     

    La sua somiglianza eclatante con le balene è dovuta principalmente al fatto che questo squalo non è munito di denti, quindi non ha la fama di sanguinario predatore come ce l’hanno, invece, i suoi cugini squali. Il cibo filtra attraverso le branchie, per cui questo squalo si nutre di prede minuscole,  come plancton e krill e di piccoli pesci, crostacei e molluschi, proprio come fanno le balene. Dotato di cinque branchie enormi per lato, attraverso di esse cattura il cibo con movimenti laterali, ripetuti e alternati da sinistra a destra. Le prede (i piccoli crostacei e pesci che compongono il plancton), rimangono intrappolati da una fitta membrana spugnosa di cui sono dotate le branchie.

    Questa caratteristica intasa le branchie dell’animale, per cui lo squalo balena, può compiere numerosi risucchi dalle branchie verso lo stomaco, dove si dirigeranno anche le prede intrappolate. Quando l’acqua è particolarmente densa di cibo, lo squalo balena può spalancare la sua enorme bocca e inghiottirne in gran quantità. Lo squalo balena è un pesce enorme, proprio come lo è la sua bocca. Per questo non è raro che anche dei pesci più grossi del plancton, possano capitare al suo interno. Nella sua Enciclopedia degli Oceani, Jacques  Cousteau afferma che anche nella bocca di questo squalo ( all’apparenza vacante e priva sia di denti, sia di fanòni), siano presenti più di 300 file di minuscoli denti per mascella, che aiutano l’animale proprio a masticare le prede più grosse che si ritrovano nella sua enorme bocca.

     

    Osservare questo imponente animale è uno spettacolo meraviglioso! Questo colosso del mare, può arrivare a misurare anche più di 14 metri di lunghezza. La sua pelle presenta una fantasia cromatica luminosa. Su uno sfondo scuro tra l’azzurro e il turchese, numerose strisce verticali chiare, si alternano a file di piccoli anelli della stessa chiara tonalità. Più concentrati e casuali in corrispondenza del capo, più radi e ordinati sul dorso. Il ventre di questo pesce è bianco, come per la maggior parte dei suoi cugini squali. Se il comportamento di questo animale è docile e simile  a quello delle balene, la sua conformazione fisica non lascia esitazione: si tratta di uno squalo!  Sulla metà posteriore del dorso, c’è la prima pinna dorsale, che a differenza degli squali è più piccola e non è falcata. Simmetrica ad essa, in posizione ventrale, hanno sede le pinne pelviche. Verso la coda, troviamo la seconda pinna dorsale, che per dimensioni è davvero minuscola e paragonabile alle pinne pelviche e alla pinna anale, che si trova sotto di essa, in posizione ventrale. La coda è asimmetrica e falcata come quella degli altri squali. Sopra le pinne pettorali s’innestano le branchie, scoperte e aperte all’ingresso del plancton. Il capo è enorme e appare appiattito dall’alto. Gli occhi sono minuscoli, in posizione avanzata e vicinissimi all’enorme bocca, la cui apertura misura due metri e corre orizzontalmente lungo tutto il capo. A differenza degli squali che hanno la bocca arretrata,  nello squalo balena questa si trova proprio in  corrispondenza  dell’angolo del muso. Si tratta di un’altra caratteristica in comune con le balene.

     

    Gli squali balena sono animali per lo più solitari. Le loro migrazioni si limitano al periodo della riproduzione, per tutti quegli esemplari che hanno 30 anni e hanno quindi raggiunto la maturità sessuale. Durante queste migrazioni, fanno ritorno agli stessi luoghi di riproduzione che li hanno visti nascere, per mettere al mondo, a loro volta, i loro piccoli. Lo squalo balena è un animale ovoviviparo. Dopo l’accoppiamento e la gestazione,(che negli squali varia dai 10 ai 12 mesi), le uova si schiudono nel ventre materno e la madre mette al mondo direttamente i piccoli vivi, che misurano, alla nascita, dai 40 ai 60 cm. Uno squalo balena può vivere dagli 80  ai 150 anni.

     

    E’ presente un po’ in tutti gli oceani, in acque tropicali e subtropicali, benché a diverse latitudini. Nel Pacifico è più diffuso; lo si trova al largo dell’Asia e di tutta l’Australia, mentre sul versante americano, è più concentrato tra la costa californiana e quella cilena. Nell’Atlantico è concentrato per lo più al Nord, lungo la costa tra New York e il Brasile, mentre a Sud si trova al largo dell’Africa settentrionale. Nell’Oceano Indiano è diffuso ovunque e se ne trovano anche nel Mar Rosso e nel Mediterraneo.

     

    Il rapporto di questo squalo con l’uomo è straordinario. I subacquei possono nuotare tranquillamente accanto a questo animale, a patto di limitare l’invadenza e di tenersi a una certa distanza. Questo per evitare di ricevere un suo colpo di coda, che seppure accidentale, basterebbe a stordire un uomo. Questo squalo è in buoni rapporti anche con alcune categorie di pesci parassiti come le remore, che aderiscono al suo immenso corpo per essere trasportate e cibarsi dei residui di cibo dello squalo balena. La loro presenza non gli nuoce affatto e accetta che le remore lo liberino  e lo puliscano dai residui di cibo avanzati.

    Il suo vero problema è l’uomo, che lo uccide per esigenze alimentari, per estrarne olio e per trasformarlo in un ingrediente della medicina tradizionale cinese. Uno spreco del tutto privo di necessità e utilità, che ha fatto precipitare la sua conservazione in uno stato di vera e propria minaccia. Quanto è possibile creare riserve di acquari immensi, adatti alla sua enorme mole, dove possa vivere, riprodursi e muoversi in cattività? Quanto sarà possibile riempirli di scorte abbondanti di plancton, dato che è difficile reperirlo e per di più, costa molto caro? (By Marina .celta)

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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Classe: Chondrichthyes

    Sottoclasse: Elasmobranchia

    Ordine: Orectolobiformes

    Famiglia: Rhincodontidae

    Genere: Rhincodon

    Specie: Rhincodon typus

     

     

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    Sopra: uno squalo balena in una scena del film Profondo Blu

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    August 19

    Nudibranco

     
    Il nudibranco
     
     

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    Questo delizioso mollusco (Chromodoris kuniei) sembra un fiore colorato che danza tra le onde. Si tratta di un nudibranco, che si muove con raffinata eleganza nelle acque dell’Oceano Indo-Pacifico, suo habitat. Il suo moto è flessuoso e avviene agitando la sottile balza muscolare che ha tutt’intorno al suo corpo. Il colore di base è il giallo chiaro, circondato da strisce concentriche perimetrali di violetto, azzurro e infine, blu.

     

    Esendo anche un mollusco, è composto interamente da muscoli; non possiede lo scheletro. Dal capo indistinto si diramano piccole appendici ricettive, note come rinòfori, in cui hanno sede i vari organi di senso: tattile, uditivo e del gusto. Presiedono persino alla respirazione e sono gialli come il corpo. Questo mollusco appartiene anche alla famiglia dei gasteropodi, così chiamati perchè sembra che camminino trascinandosi sul loro stomaco. Infatti, in posizione ventrale, questi molluschi sono dotati di un lungo piede, con cui aderiscono al suolo. Questo piede le fa assomigliare alle lumache terrestri, che sono lo stesso nudibranchi. Il movimento è determinato dallo spostamento di piccole estensioni cutanee, tutte intorno al piede come un cingolo e da un movimento alternato dal basso verso l’alto, di fasce muscolari centrali.

     

    Si chiama nudibranco, perché con l’evoluzione, ha perso la caratteristica di prodursi una conchiglia. Nudibranco, appunto, vuol dire che le sue branchie sono rimaste nude, esposte. Prive della copertura di una conchiglia. In effetti altre strategie di protezione si sono sviluppate in questo animale, a cominciare dalla sua vivace gamma cromatica e dalla sua caratteristica puntinatura, che può spaventare i predatori, in quanto somigliante a una moltitudine di occhi scrutatori. Inoltre, con il suo colore sgargiante, avverte il nemico di essere indigesto.  Questo mollusco secerne un liquido dall’odore particolarmente sgradevole, che scoraggia i predatori dal mangiarlo, ma camminando, si lascia dietro una scia chimica percepibile dalla sua più grande predatrice: la stella marina, che dopo aver sollevato il tentacolo per afferrarlo, lo costringe a mettersi in salvo, cercando una forte corrente che lo porti via.

    Striscia sulle erbe marine  e si ciba di spugne, celenterati, briozoi e molluschi più piccoli. Per un certo periodo della loro vita, i nudibranchi nuotano liberamente. Più tardi, si adatteranno a cercare il cibo strisciando sul fondo del mare.

     

    Un nudibranco è una creatura ovipara ed ermafrodita, ossia possiede gli organi riproduttivi di entrambi i sessi e si autoriproduce. E’ più comune la fecondazione incrociata, data cioè, dall’unione di due o più individui. Di solito, l’organismo che si colloca sul dorso, feconda col suo sperma le uova dell’altro, che sta sotto di lui. Spesso, però, questo processo da luogo a una numerosa catena, dove gli organismi si sovrappongono l’uno all’altro e il primo, chiude la catena ad anello, attaccandosi all’ultimo e fecondandolo a sua volta. Le specie che non hanno organi sensoriali per riconoscere i propri simili, sono predisposte all’autofecondazione.

    In seguito, le uova si dispongono in un lungo nastro a spirale in attesa della schiusa, che avviene dopo un paio di settimane. Le uova di nudibranco sono anche avvolte da un muco protettivo e repellente che ha la funzione di scoraggiare eventuali aggressori.

    Come tutti gli invertebrati, il nudibranco ha un ciclo di vita di poche settimane, che in alcune specie più grandi ed evolute, può arrivare ad otto mesi.

    Un organismo piccolo, poco evoluto e innocuo, dove ogni specie che lo compone offre un meraviglioso spettacolo scenico e cromatico. (by Marina.celta)

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    Il Chromodoris geminus qui sotto, è un altro nudibranco ed è facilmente confondibile col nostro kuniei. Per evitare l'inganno, basta osservare i colori: nel kuniei prevalgono tonalità violacee e marroni; nel geminus prevalgono tonalità sul bianco, giallo e azzurro.

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    Regno: Animalia

    Phylum: Mollusca

    Subphylum. Conchifera

    Classe: Gastropoda

    Sottoclasse: Opistobranchia

    Ordine: Nudibranchia

    Sottordine: Doridacea

    Superfamiglia: Eudoridoidea

    Famiglia: Chromodorididae

    Genere: Chromodoris

    Specie: Chromodoris kuniei

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    sotto: un Ceratosoma amoena: anche i ceratosomi, come i Chromodoris, sono nudibranchi.

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    August 18

    ...E se levassimo alcuni imbecilli dai libri di storia?

    Mentre stavo effettuando delle ricerche sulla vita sacrificata degli antichi balenieri, avevo tra le mani un aiuto per me preziosissimo: un libro che parla di balene. Leggendolo mi sono accorta che la caccia alle balene porta il nome di un uomo che una mattina si è alzato e ha detto: “Oggi m’invento un nuovo modo per far soldi e mi metto ad ammazzare balene”. E’ scattato in me un meccanismo di repulsione tale da farmi decidere che né quest’uomo, né i suoi successori, avrebbero mai accresciuto la loro fama grazie a un mio articolo. E li ho lasciati là dov’erano, come se nemmeno avessi letto i loro nomi. E se qualcuno oggi mi chiedesse: “ Ma ti ricordi almeno come si chiamano?” Effettivamente, non me lo ricordo.

     

    Ieri sera ho assistito a una rubrica sulla storia, andata in onda su Rai Tre, una signora emittente che adoro per l’utilità dei suoi programmi. Il documentario era ispirato ad Adolf Hitler e a quelli che erano stati i suoi più fedeli scagnozzi. Mi è toccato sorbirmi notizie che non volevo sentire affatto, tipo quando e dove erano nati, di quando hanno subìto delle lunghe degenze per le ferite riportate in guerra, o cenni sulla loro famiglia, sui loro gusti personali. Poi però, la mia attenzione è cambiata. Dalle ville lussuose, dalle pose altezzose con le armi in  mano e i sorrisi sulle labbra, si è passati alle scene tristi dei campi di sterminio, dove milioni di ebrei venivano strattonati, ricattati, umiliati e per ognuno di quei volti, potevi immaginare la fine orrenda che avrebbero fatto. Essendo anni che vedo queste immagini e che provo sempre la stessa indignazione, so come mi comporto quando mi metto a sbottare: comincia a volare qualche parolaccia, indirizzata a chi potete immaginare, unita a qualche cenno di finto sputo (in questi casi l’eleganza non è il mio forte!). Ma anche qualche preghiera, per chi ha guadagnato il Paradiso patendo addosso a sé tutta questa crudeltà. E per chi è rimasto qui a raccontarla e la notte non riesce più a dormire.

     

    Mi sono accorta che per ogni volta che guardiamo questi programmi, o ci soffermiamo davanti alla fotografia di questi ignobili individui stampata sui libri di storia, gli diamo quello che, in fondo, nella vita non hanno affatto meritato: la celebrità.

    Perché è ignobile guadagnarsela per aver ucciso qualcuno.

    Noi siamo la gente comune, che prima di alzare le mani su un altro povero disperato come noi, inserisce il cervello e si frena quando sta per partire una sberla. Siamo quelli incapaci di far male  a un animale per la tenerezza che fa nascere dentro di noi. Per noi la storia non avrà mai posto perché, per fortuna, siamo in tanti e siamo normali. Però questa gente che ha ucciso e lo ha fatto con tanta freddezza, fa bella mostra di sé e delle sue foto e riprese, sui libri di storia, come sui documentari. E per ogni vita che questi sciagurati hanno tolto, noi gli abbiamo regalato l’eternità. Allora perché non togliere le effigie di questi pessimi modelli dai libri di storia e dai mezzi di comunicazione?

     

    Diamo spazio a chi ha avuto il coraggio di salvarla, una balena e non di ucciderla!

    Diamo spazio ai superstiti e ai discendenti di tutti i perseguitati che hanno perso la vita nei campi di sterminio, perché c’insegnino la forza d’animo con cui va affrontata la vita!

    Non vedo per quale motivo dobbiamo ricordare a memoria il nome di un esaltato, quando quel pezzo di memoria potremmo riservarlo ai nomi e cognomi di queste brave persone, segnate da questa tragedia. La storia e la tv dovrebbero imparare a dare spazio a chi lo merita, perché anche la storia va meritata e sudata. Come tutte le cose della vita.

     

    A questo punto, aggiungo sempre una foto con cui chiudere il mio articolo.  Constatate voi chi, secondo me, merita di essere ricordato con il nostro cuore e con i nostri occhi. Chi, davvero, merita di passare alla storia. (By Marina.celta) 

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    In alto: scene di deportazione. Ragazzi ebrei innocenti costretti a indossare tute carcerarie. Accanto, un bambino ebreo con le mani alzate in segno di resa. Quest'ultima foto fu donata a Hitler come regalo di compleanno. (Degno desiderio di un uomo che merita di essere considerato una nullità!)

    In basso: Oskar Shindler, l'angelo con sembianze umane venuto a sottrarre 1100 ebrei dalla deportazione nei campi di sterminio. Quest'uomo dall'animo forte e pulito, assumeva quanti più ebrei poteva nella sua fabbrica di oggetti smaltati, facendo leva sul fatto che fosse una produzione d'importanza bellica. E intanto, così facendo, ha salvato migliaia di vite e si è esposto all'inimicizia del regime nazista. Le foto lo ritraggono in due stadi diversi della sua nobile vita.

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    August 11

    Rana pescatrice

    Le creature abissali

    La rana pescatrice

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    La rana pescatrice (Lophius piscatorius) è molto simile al pesce pescatore degli abissi. Sono accomunati, infatti, dalla presenza di lunghi denti ai lati della bocca e di un lungo filamento che pende davanti alla loro bocca come una canna da pesca e che serve, appunto, per attirare e divorare i pesci. Perciò questa categoria prende il nome di pesci pescatori. Tuttavia, la nostra rana pescatrice, ha una struttura corporea molto diversa e riconoscibile, rispetto a quella dei suoi cugini pesci pescatori degli abissi. Loro hanno il corpo schiacciato in senso longitudinale e allargato in posizione pettorale, per cui li vediamo schiacciati se li osserviamo dall’alto ed espansi se li osserviamo di lato. Al contrario la nostra comunissima rana pescatrice, ha il corpo depresso in posizione pettorale ed espanso in posizione dorsale. Per questo ci sembrerà più sottile se la osserviamo di lato, ma decisamente più allargata se la osserviamo dall’alto. In pratica, possiede al contrario le proporzioni del suo cugino pesce pescatore.

     

    La sua pelle è liscia e priva di squame, ma presenta delle appendici frangiate (dette lacìnie) lungo la mascella superiore e la parte anteriore delle pinne pettorali. In posizione dorsale, si dirama una pinna rigida composta da sei raggi indipendenti, di cui gli ultimi tre sono congiunti, alla base, da una membrana sottile. Il primo di questi raggi è l’ilicio, quel lungo filamento simile a una canna da pesca che termina con un’esca carnosa bilobata, in prossimità della sua bocca. Le pinne hanno un colore più scuro rispetto al dorso. Tendono al viola e al verde e sono nere inferiormente. Il ventre, al contrario è quasi bianco, ma la rana pescatrice è un animale bentònico, che rimane, cioè, ancorato al fondo e sommerso dalla sabbia in attesa di cacciare, ragion per cui il candore del suo ventre non è visibile, ma rimane nascosto. Nella seconda metà del dorso compare una seconda pinna dorsale molle  più piccola. Speculare ad essa, nella parte inferiore del corpo a contatto con la sabbia, c’è la pinna anale. Anche le due pinne ventrali rimangono a contatto col suolo.

     

    La rana pescatrice depone le uova tra febbraio e giugno. Queste sono lunghe appena due millimetri e disposte lungo un fascio gelatinoso lungo quasi 10 metri e largo uno. Incuneate in uno spazio così ampio, le uova sono milioni e grazie alla presenza di una goccia d’olio per ognuna, si staccano dal nastro. Quando la larva viene al mondo misura soltanto 4 mm, è pelagica, ossia nuota liberamente nelle acque superficiali e si nutre di plancton. Quando raggiunge i 5 cm di lunghezza, comincia ad assumere i comportamenti di un adulto e si stabilisce sul fondo, diventando così, bentònica. Il suo colore non è più nero pieno come nello stadio di larva, ma tendente al verde, al violaceo e al grigio, per mimetizzarsi con la vegetazione del fondale. La strategia di caccia, infatti, dispone che la rana pescatrice si collochi sul fondale e con le sue ampie pinne pettorali tondeggianti, scavi tra la sabbia per rimanere nascosta. A questo punto comincia ad agitare l’ilicio, in attesa che qualche pesce si avvicini, per poterlo fulmineamente inghiottire. Secondo quanto afferma Jacques Cousteau nella sua Enciclopedia degli Oceani, questa caratteristica non è legata all’apprendimento, ma all’istinto. La rana pescatrice non ha bisogno d’imparare come si pesca, ma è un comportamento insito nelle sue caratteristiche genetiche e che è quindi in grado di manifestare anche in cattività. Anche animali come granchi e aragoste abboccano alla sua esca, ma la rana pescatrice è piuttosto restia a masticare prede spigolose come i crostacei. Meglio invece, i pesci, i molluschi  e purtroppo, anche le esche impiegate dai pescatori umani. La rana pescatrice è anche in grado d’ingurgitare prede grandi quanto lei stessa. A scapito della sua fama di potente predatrice, è a  sua volta predata da organismi parassiti che attaccano la zona delle branchie.

     

    Questo pesce, ad ogni modo, è facilmente confondibile con un altro della sua famiglia chiamato budego o pesce porco (nome scientifico Lophius budegassa). Ricordiamo però che il pesce porco è più piccolo; raggiunge al massimo i 70 cm contro il metro ( e talvolta i due!) della rana pescatrice. Il suo colore è di un rossastro uniforme, mentre ricordiamo che la rana pescatrice presenta chiazze bianche sul ventre. Le lunghe frange carnose che la rana pescatrice ha sul muso e sulle pinne, nel pesce porco sono assenti e purtroppo, sono visibili solo in acqua. In ultimo, l’esca collocata sull’ilicio della rana pescatrice è formata da due lobi; l’ilicio del pesce porco, invece, termina a punta e non possiede nessun’esca.

     

    La rana pescatrice vive fino a 1000 metri di profondità lungo la zona orientale dell’Atlantico, ma è anche diffusissima nei nostri mari: il Mediterraneo e l’Adriatico. Se ne trovano persino nel Mar Nero. Una rana pescatrice vive in media vent’anni. (By Marina.celta)

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    Foto sotto: un pesce porco facilmente confondibile con la rana pescatrice

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    Regno: animalia

    Phylum: Chordata

    Classe: Actinopterygii

    Ordine: Lophiiformes

    Famiglia: Lophiidae

    Genere: Lophius

    Specie: Lophius piscatorius

    August 09

    Pesce pescatore

    Le creature abissali
    Voglio raccontarvi una storia. Sedetevi e assaporatela con tutta la concentrazione che vi riesce. Perché è vera. Come le mie dita sui tasti in questo momento.

     

    “ C’erano una volta due piccole uova che galleggiavano sulla superficie dell’oceano. Un giorno, da queste due uova, nacquero due piccoli pesci, un fratello e una sorella. Cacciavano insieme e mangiavano plancton. Passarono i giorni. Il primo di loro era rimasto piccolo, con pochi denti, ma con due occhi grandi e profondi. L’altra invece, era cresciuta a dismisura e sulla testa le era spuntata una lunga spina, con un ciondolino luminoso in fondo. Quando andavano a caccia, lei dondolava questo ciondolino per attirare i pesci, così potevano mangiarli insieme. Suo fratello, però, aveva sempre più fame e questo giochino di “acchiappa la preda”non gli bastava più. Così salutò la sorella e si mise in viaggio in cerca di fortuna. A un tratto, sentì un piacevole profumo provenire da una luce. Era una creatura come lui e se ne innamorò guardandola . Si sentiva così bene, che il suo istinto fu di avvicinarsi a lei, salirle in groppa e stringerla forte, ma invece di un abbraccio, chissà come, gli venne fuori un morso. Subito si accorse che quello, da allora in poi, sarebbe stato il suo giaciglio e stanchissimo, dopo quel lungo peregrinare, si abbandonò a un lungo sonno, col sorriso sereno sulle labbra.

    Sua sorella crebbe ancora e diventò un tripudio di luci. Ora non solo quel ciondolino brillava, ma anche tutte le sue spine. “Beh; le mie uova sono pronte qui sulla mia pelle; sarà meglio che mi trovi un compagno.” Quand’eccolo che arrivò. Era molto piccolo come  il suo lontano fratello e senza capire cosa stesse cercando di fare, lo osservò transitare sopra i suoi occhi e di lì a poco, si sentì affondare dal suo abbraccio. Da quel giorno lo lasciò riposare sulle sue spalle e quando cacciava, lo faceva pensando a lui. Le sembrava di sentire la sua voce nella testa, quasi vivesse dentro di lei, eppure era rimasto sulla sua schiena e non era più andato via. Da quel giorno viveva per lui. E se cacciava, cacciava e mangiava per lui. Che strana sensazione! Forse, da qualche parte dell’oceano, anche suo fratello era diventato grande e aveva trovato una compagna che lo amava…”

     

    E qui la storia finisce. E’ una storia molto tranquillizzante sull’amore eterno, la storia di un libro di fiabe per bambini, dove la bella principessa incontra il suo principe azzurro. Corrisponde anche il finale del “tutti vissero felici e contenti”. Starete immaginando questo pesce con gli occhi dolci e rassicuranti di un personaggio da cartoon, con la pelle sublimemente pigmentata e lucida, come un pesce che ha per casa il suo castello di fiabe. Ma la realtà è un po’ diversa, perchè vedete, il pesce che rappresenta la famiglia di cui stiamo parlando, è questo qui sotto.

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    Habitat totalmente buio, occhi penetranti, bocca spalancata, denti aguzzi e rivolti all’interno. Questo sembra più il pesce di un film horror, che non di una fiaba! Eh, già; perché esiste una varietà di pesce pescatore (Ceratias holboelli) vive portandosi dietro il paradosso di un’immagine spaventosa e di un comportamento affascinante. Vive nei fondali oceanici del Nord, al largo della Gran Bretagna e nel Pacifico. Predilige le acque fredde, perciò i suoi stanziamenti non scendono sotto il 60° parallelo.

     

     

    Sopra: in questo gruppo di pesci pescatori, il Ceratias holboelli è quello raffigurato sotto a tutti gli altri. In alto a sinistra, lo stadio larvale.


    La larva vive in superficie, è minuscola e gobbuta, misura 10 mm e ha una pelle liscia e levigata. Non ha ancora le pinne pelviche, ma quelle pettorali sono comunque piccolissime e non arrivano all’altezza di quella dorsale.

    I maschi adolescenti hanno ancora la pelle trasparente e due grandi occhi. Crescendo riceveranno un paio di denti sottili, affilatissimi e translucidi che sporgeranno dalla parte superiore del muso, ma la loro mandibola continuerà ad esserne priva. La loro pelle tenderà a scurirsi in tonalità grigio-bronzate tendenti al nero e metteranno fuori le prime spine sporgenti. Il maschio misura dai 6 cm alle dimensioni del pugno di un uomo.

    Nella femmina, invece, la pelle non è affatto liscia, ma più spinosa e piena di cicatrici rotonde, sin dai primi stadi della crescita. I suoi occhi non sono grandi e vividi, ma piccoli e spenti, ricoperti da uno strato cutaneo che ne accentua l’opacità. Ha molti più denti (anch’essi traslucidi), soprattutto nella mandibola. Da questa e dal palato partono due coppie di denti aguzzi laterali, che le conferiscono il suo aspetto terrificante, quasi vampiresco. La mandibola è protratta, ossia sporgente in avanti. Una femmina di pesce pescatore può raggiungere anche il metro di lunghezza.

     

    La femmina, inoltre, ha un’altra caratteristica particolare. Oltre alle tre spine dorsali sporgenti, che precedono la quarta molle, ne ha sulla testa, un’altra prolungata ed elastica che arriva a pendere davanti alla sua bocca. Questa spina particolare e lunga, chiamata ilicio, termina con una piccola escrescenza carnosa di forma ovale e peduncolata. L’ilicio si comporta come una canna da pesca. Ecco perché questa categoria di pesci è nota con il nome di pesci pescatori. Il peduncolo funge da esca. Inoltre è luminoso, grazie alla reazione prodotta da alcuni batteri. I pesci e i gamberi, che sono i principali costituenti della dieta dei pesci pescatori, nell’oscurità fitta di queste acque abissali, vengono attirati dall’ilicio luminoso, scambiandolo per cibo. Non si accorgono però, che quella finta preda è in realtà un’esca dietro la quale, ben nascoste e al buio, se ne stanno le fauci del loro predatore. Per rendere l’inganno più credibile, la femmina di pesce pescatore è anche in grado di agitare l’ilicio, facendo sembrare l’esca luminosa ancora più mobile e viva.

     

    La pelle del pesce pescatore, inoltre, è scura e tendente al nero, proprio per rendersi invisibile. Il nero, come emerge da un principio della fisica, può assorbire tutti i raggi luminosi di un fascio di luce, senza proiettarne nessuno. Per questo, pur vicinissimo a quella piccola appendice luminosa, il pesce pescatore non si vede. In quelle acque buie e profonde, dove la luce del sole è assente (ricordiamo che il pesce pescatore vive a una profondità tra i 1500 e i 3000 metri), tutto quello che un piccolo pesce può vedere è quel puntino luminoso dell’ilicio e ignaro, gli si avvicina. Quando il pesce pescatore sente al tatto che la preda è a contatto con l’ilicio, subito fa scattare le fauci e l’afferra. All’interno i denti sono ben serrati e la bocca depressa, proprio per convogliare le prede all’interno dello stomaco, impedendo loro di uscire.

     

    Molti pesci pescatori degli abissi,  sono pesci pelàgici, ossia si muovono liberamente in acqua anche quando vanno a caccia. Al contrario, le specie bentòniche( di cui fanno parte sia il notro Ceratias holboelli, sia quella che noi conosciamo come “rana pescatrice” e diffusissima nei nostri mari), si stabiliscono sul fondo e aspettano l’arrivo della preda nascoste tra la sabbia. Nel caso del nostro Ceratias holboelli, l’ilicio è lungo e pende proprio in corrispondenza della bocca, ma in altre specie è più corto e rimane sospeso sulla testa come un’antenna.

     

    Crescendo, la femmina di Ceratias holboelli espande la sua bioluminescenza. Per effetto di batteri contenuti nel suo corpo, oppure di una reazione chimica che avviene in presenza dell’ossigeno e dell’idrogeno contenuti nell’acqua, non s’illumina solo la punta dell’ilicio, ma anche la sua pinna dorsale (con i suoi raggi separati), caudale e pelvica.

     

    I piccoli si nutrono di microrganismi come il plancton. Le femmine, grazie alle loro dimensioni maggiori rispetto ai maschi, possono subito nutrirsi di grosse prede. Chi ha seri problemi sono invece i maschi. Sono totalmente privi di apparato digerente. Non possono mangiare, per cui quando raggiungono lo stadio adulto e l’alimentazione giovanile non basta più, devono sbrigarsi a trovare una compagna a cui legarsi diventandone parassiti. Altrimenti muoiono. Avete capito benissimo! I maschi adulti, molto più piccoli di taglia, diventano parassiti delle femmine. Questa assurda caratteristica biologica prende il nome di dimorfismo sessuale. La ricerca di una compagna, però, non è affatto facile. Al di là del buio fitto di quelle profondità, pare che le femmine siano presenti in numero esiguo, in proporzione di una femmina ogni trenta maschi. Per questo il maschio nuota vorticosamente in questa ricerca disperata, facendosi aiutare dal suo acuto olfatto, capace di captare i feromoni dati dalla vicinanza di una femmina.

     

    Quando i primi scienziati che hanno scoperto questo pesce hanno avviato le ricerche, si sono accorti che gli esemplari individuati e presi in esame, erano tutte femmine. Perchè? Perché quando il maschio individua una femmina e la raggiunge, monta sulla sua schiena e si attacca a lei con un morso, per non mollarla mai più. E’ molto più che una compagna; è il posto che questo maschio ha scelto come dimora per tutto il resto della sua vita! Tuttavia, secondo il grande ricercatore  e viaggiatore Jacques Cousteau, la posizione in cui il maschio morde e aderisce a una femmina non è affatto precisa e quindi, in molto casi, non si sarebbe trattato di un’adesione dorsale. Quello che è certo, è che quando questo accade, ha luogo la metamorfosi. Il maschio, dov’è localizzato il morso, secerne un enzima che comincia a decomporre i suoi tessuti. La sua pelle si fonde con quella della compagna, a cominciare dalla bocca e poi, sempre più a fondo. Gli occhi, un tempo più grandi e vividi, cominciano a rimpicciolirsi fino a scomparire del tutto. Presto perde anche i suoi organi interni, tutti decomposti tranne i testicoli, che gli serviranno a fecondare le uova della compagna. Questa fusione procede sempre più a fondo, fino a che non raggiunge l’ultimo stadio: quello in cui persino i vasi sanguigni dell’uno e dell’altra diventano comunicanti. Da questo momento, lui è ormai ridotto a un pezzo di carne inanimata, senza più percezione sensoriale, senza più autosufficienza. Rimangono soltanto due fori ai lati di quella che, un tempo, era la sua bocca, per permettere sia a lui che alla compagna, di respirare filtrando l’acqua attraverso questi fori. La femmina va a caccia e si alimenta per entrambi. Le sue ossa mandibolari e il suo stomaco, da sempre molto estensibili, raggiungono ora il massimo della loro utilità. Pur di nutrire sé stessa e il suo ospite, la femmina è in grado di espandere la mandibola e lo stomaco fino al punto da inghiottire prede grandi il doppio di lei! Al contrario, il maschio continua a ricevere, attraverso i suoi vasi, il nutrimento e il sangue provenienti dalla compagna e a servirsi di lei persino negli spostamenti, “scarrozzato” senza più alcuna iniziativa e possibilità di movimento.

     

    Un blocco di vita fuso e chiuso per sempre nel corpo della sua compagna. Ma anche in questo stadio, il maschio ha un dovere. Presto la sua compagna ovulerà e si trascinerà per l’oceano col suo carico aggiunto di compagno (anche più di uno!) e di uova. L’ovulazione metterà in moto un enzima che transitando nel sangue, giungerà fino al corpo di lui e stimolerà lo sperma che andrà a fecondare le uova. Piccole larve nasceranno da un papà che non ha mai avuto l’impulso di procreare.

     

    Questa bella storia d’amore, come vedete, ha l’epilogo di un triste sacrificio. Un viaggio lungo e forsennato, una ricerca affannosa e alla fine, il sacrificio di un essere vivente che perde i suoi organi vitali pur di fondersi con il corpo della compagna. Una femmina dalla strategia di caccia luciferina e astuta, basata sull’inganno, per sostenere sé stessa e l’altro. Nelle sue mani c’è la sopravvivenza di entrambi e dei loro piccoli. Un esempio incredibile di amore senza pari. Un insegnamento che ancora una volta, ci viene dagli animali. Mi auguro che se adesso tornaste a guardare la foto di quel pesce pescatore che ho inserito all’inizio (e anche le prossime, qui sotto), sappiate farlo con occhi diversi. Non con lo sguardo di chi ha paura e prova ribrezzo, ma con quello di chi rispetta e prova ammirazione. (By Marina.celta)

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    Ecco due immagini dal film "Profondo Blu". Nella prima, l'ilicio pende davanti alla bocca col suo peduncolo rosso.

     

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    Seconda immagine: un pesce pescatore con l'ilicio più corto sulla testa, naviga nelle acque scure, dove nessuno conosce il sole.


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    Non solo sulla schiena! Com'è evidente da questa illustrazione, tratta dall'Enciclopedia degli Oceani di Jacques Cousteau,  due sagome maschili pendono dal ventre di una femmina di Ceratias holboelli, per cui il maschio può attaccarsi alla compagna mordendola anche in altri punti.

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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Classe: Actinopterygii

    Ordine: Lophiiformes

    Sottordine: Ceratioidei

    Famiglia: Ceratiidae

    Genere: Ceratias

    Specie: Ceratias holboelli

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    Il nemico! In questo film di animazione un cerazide mette in fuga i protagonisti. Quello che non viene fuori è che questo pesce obbedisce a un istinto di sopravvivnza assoluto e improrogabile, dovuto al dover nutrire, oltre a sè, anche le uova e il compagno.
     

      

    August 04

    Aquila di mare

     

    L’aquila di mare

     

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    L’aquila di mare (Aetobatus narinari), deve il suo nome alle lunghe ed ampie pinne pettorali, che dal centro del corpo, si espandono verso l’esterno terminando a punta. Il risultato motorio che producono è proprio quello di un volo e osservandola si nota un particolare planare nell’acqua. Il suo disco (la superficie circoscritta dalle pinne pettorali) misura 1 metro di lunghezza, mentre la sua apertura “alare”  raggiunge uno straordinario metro e mezzo!

     

    Concentrata nelle acque orientali dell’Atlantico e nel Mediterraneo, in realtà può vivere un po’ ovunque, purchè in acque temperate e tropicali. Eppure, talvolta, si è spinta anche nei freddi mari del Nord. Spesso si concentra presso le foci dei fiumi, dove reperisce il cibo e dove si è adattata, con buoni risultati, alle variazioni di salinità,  fatali ad altri pesci. Si spinge, però, anche al largo delle coste dove comunque, non supera i 60 metri di profondità.

     

    La parte dorsale ha uno sfondo dal verde scuro al rosato, su cui spiccano minuscoli anelli chiari che producono, all’occorrenza, un effetto mimetico. Le pinne pelviche, situate dietro l’immenso lenzuolo turchese delle sue pinne, sono ridotte a un lobo, dal quale ha inizio una lunga coda. A poca distanza dal lobo pelvico si dirama, sulla coda, un aculeo. Ma la vera peculiarità di questo animale è la sua testa, sporgente e ben distinta dal resto del corpo, che termina con la curiosa forma di un becco d’oca. Gli occhi e gli spiracoli sono situati ai lati di essa e non in posizione dorsale, come in molte alte razze. Guardandola dal basso, ecco la zona ventrale che è bianca e caratterizzata, in corrispondenza della testa, da due narici. Dietro di esse si apre una bocca munita di denti piastriformi, che servono a triturare i duri gusci delle prede di cui si nutre, ossia le conchiglie dei molluschi e la corazza dei crostacei, come granchi e  gamberi. Dietro la bocca, a loro volta, ci sono le branchie. Come posiamo notare, nelle razze le branchie non sono più visibili ai lati del corpo come per gli squali, ma scompaiono dalla parte opposta, ossia sotto il capo. In fondo al ventre ha sede l’apparato riproduttivo delle aquile di mare; un buco chiamato cloaca , costituisce l’organo sessuale femminile. La pinna anale maschile è scomparsa. Al suo posto, il maschio di aquila di mare ha delle estensioni chiamate pterigòpodi, per mezzo delle quali si riproduce. Presenti sin dalla nascita, gli pterigòpodi aumentano di volume durante l’adolescenza, per poi indurirsi con l’età matura, grazie alla crescita interna di un osso cartilagineo. La pelle, inoltre, assomiglia a quella degli squali, poiché costituita da piccoli dentelli spinosi.

     

    Animale d’indole diffidente, nei pochi casi in cui è stato avvicinato e accarezzato, è entrato in uno stato di trance. Può sembrare solitario, eppure non è raro che si raduni in banchi da centinaia a migliaia d’individui.

     

    La sua conformazione fisica gli consente una vita idonea sui fondali, dove va a caccia. Quando vi atterra, smuove la sabbia con movimenti rapidi e ripetuti delle pinne pettorali, convogliando all’interno della bocca molluschi, conchiglie, mitili e cozze nascoste. La loro presenza, talvolta, non da pace ai coltivatori di cozze, che devono perciò, proteggere gli allevamenti con reti divisorie. L’aquila di mare si nutre anche di pesci. Il suo movimento disteso nel nuoto, nasconde, tuttavia, una grande capacità reattiva . L’aquila di mare, come le altre razze, è dotata di grandi riflessi e di rapida reattività. Usa le sue ampie pinne pettorali come molle per sollevarsi da terra con slanci immediati. Con la stessa velocità, ruota in acqua il suo corpo a 90° e schizza via seminando squali martello e squali tigre, suoi predatori. Con balzi improvvisi compie evoluzioni fuori dall’acqua, spaventando i bagnanti che la scambiano per uno squalo volpe. Va invece d’accordo con gli organismi pulitori, che accoglie volentieri in un rapporto simbiotico, ricevendo in cambio l’eliminazione dei parassiti. Si lascia pacificamente avvicinare anche da quei pesci che si nutrono dei suoi avanzi di cibo.

     

    La riproduzione è un rituale abbastanza complesso. Durante il corteggiamento, il maschio avvicina il muso alla cloaca della femmina per percepire i suoi impulsi. L’accoppiamento finale è violento, spesso caratterizzato da frenetici spostamenti e morsi. Avviene mediante unione ventre-ventre, oppure dorso-ventre con gli pterigòpodi ripiegati all’interno. La femmina può accoppiarsi anche con altri maschi nella stessa ora e partorire, da qui  un anno, fino a quattro piccoli. L’aquila di mare, come molte altre razze, ha una gestazione di tipo viviparo, ossia il piccolo cresce nel suo grembo proprio come accade  nei mammiferi. Manca, però, la placenta. Le madri devono stare attente al momento del parto a non graffiarsi alla pelle spinosa dei piccoli e devono cercare di eludere l’attenzione degli squali, che si mettono a inseguire le partorienti per catturare i loro piccoli.

     

    Anche questo animale ha subìto le sciagure dell’uomo. Con la pelle delle razze, i samurai giapponesi ricavavano l’impugnatura delle loro spade e oggi continuano a ricavarne cuoio. Dall’aculeo della coda si ricavavano punte di lancia e tutt’oggi, si realizzano mazze e collane. Che dire? Aspettiamo che prestigiose associazioni ambientaliste come il WWF fermino questo scempio a scopi davvero inutili, poiché non costituiscono, certamente, una necessità di sopravvivenza! (By Marina.celta)

     

    Foto sotto: una manta, curioso personaggio di un film di animazione. La manta è una cugina dell'aquila di mare. Fanno entrambe parte della famiglia dei Miliobàtidi.
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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Subphylum: Vertebrata

    Superclasse: Gnathostomata

    Classe: Condrichthyes

    Sottoclase: Elasmobranchii

    Superordine: Euselachii

    Ordine: Rajiformes

    Famiglia: Myliobatidae

    Genere: Aetobatus

    Specie: Aetobatus narinari

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    August 02

    Balenottera di Bryde

     

    La balenottera di Bryde

     

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    Si chiama balenottera di Bryde (nome scientifico balenoptera edeni), questa balena dalle sembianze tipiche del nostro immaginario collettivo, ma in realtà è una specie rara e poco conosciuta a causa della sua straordinaria somiglianza con le altre cugine balenottere. Il termine balenottera deriva dal latino: balena + pteron, cioè “balena con ala” e allude alla pinna dorsale falcata, situata quasi in prossimità della coda. Le balenottere hanno inoltre, quei caratteristici solchi a fisarmonica in corrispondenza della gola, che permettono alla stessa di espandersi, inghiottendo così maggiori quantità di acqua, ma anche di cibo. Il tratto distintivo, tuttavia, della balenottera di Bryde, è il muso. Anche nelle altre balenottere è allungato e conico come in quella di Bryde, ma mentre nelle balenottere questo è sormontato da una cresta longitudinale in rilievo, la balenottera di Bryde, di creste ne ha ben tre (vedi foto sotto). Questo carattere, tuttavia, non è facilmente individuabile da lontano e i suoi studi sono ancora confusi, per via delle sue dimensioni facilmente confondibili con quelle di una balenottera minore o di una balenottera boreale. Ricordiamo che la balenottera di Bryde misura dai 9 ai 12 metri per il maschio, 9 – 15 per la femmina e pesa da 12 a 20 tonnellate. La pelle, azzurro scuro sul dorso, svanisce fino ad una delicata tonalità di rosa sulla zona ventrale, facilmente riscontrabile quando questo animale compie balzi fuori dall’acqua. E’ una balena dalla forma abbastanza affusolata, che ha la peculiarità d’inarcare il peduncolo caudale prima di re-immergersi in acqua. Le pinne pettorali hanno dimensioni davvero modeste.

     

    Foto: a destra il muso delle balenottere con una sola cresta. A sinistra, quello della balenottera di Bryde con tre creste.

     

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    E’ diffusa nei mari tropicali di latitudine compresa tra il 40° parallelo nord e il 40° Sud, in particolare nel Pacifico dell’emisfero australe, al largo della California e nelle acque che toccano Giappone, Sri Lanka, isole Fiji e Australia occidentale. Una forma “nana” si è stabilita al largo delle Isole Salomone. Vi sono due specie; una è stanziale e si trova presso gli estuari e le coste. L’altra è migratoria, abita il largo, ha una corporatura più possente, oltre a cicatrici di dimensioni maggiori e fanòni più spessi e resistenti. Come le altre balene, infatti, la balenottera di Bryde si nutre  di minuscoli crostacei come plancton e krill, di pesci e piccoli invertebrati che filtrano attraverso le setole che ha in bocca al posto dei denti e che sono, appunto, i fanòni. Non avendo i denti, anche la balenottera di Bryde fa parte dei misticèti. Non è molto incline alle migrazioni, perché sta bene nelle acque molto calde delle zone tropicali e nei suoi pochi spostamenti, si mantiene all’interno di questo raggio. Le poche volte che queste balenottere migrano in cerca di cibo non viaggiano unite, ma il loro banco è molto rado.

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    Un’altra caratteristica che distingue la balenottera di Bryde dalle altre balenottere è la sua sequenza respiratoria, ritenuta più irregolare. Infatti, gli intervalli tra le immersioni e le risalite alla superficie non sono calcolabili e non hanno una sequenza precisa. Compie da quattro a sette immersioni brevi, con relativi soffi fuori dall’acqua attraverso lo sfiatatoio sulla testa, seguite da un’immersione lunga, che di norma non supera i due minuti, ma che in alcuni casi, ha persino raggiunto gli otto. Quando insegue le sue prede compie spesso virate e movimenti improvvisi, che fanno pensare più al nuoto giocoso e vivace di un delfino, che non a quello placido di una balena. Incuriosita, spesso si avvicina alle imbarcazioni, compiendo anche evoluzioni fuori dall’acqua. Solo in questo modo è possibile osservare la sua testa, oppure attendendo che riemerga da un’immersione lunga. Altrimenti, emergendo dalle immersioni brevi, espone soltanto una piccola parte del muso e del dorso.

     

    La strategia riproduttiva differisce a seconda che la specie sia migratoria o stanziale. La balenottera è un mammifero e quindi anche un animale viviparo, ossia generato dal grembo materno. Il suo piccolo, alla nascita, è lungo 3 metri e mezzo, contro i 12 – 15 della sua mamma.

     

    Lo stato di disponibilità di questa balenottera è attualmente poco conosciuto a causa della confusione con la balenottera boreale. Però anche questa balena, come tante, è stata cacciata. (By Marina.celta)

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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Classe: Mammalia

    Ordine: Cetacea

    Sottordine: Mysticeti

    Famiglia: Balenopteridae

    Genere: Balenoptera

    Specie: Balenoptera edeni

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    Foto in allegato: le dimensioni medie della balenottera di Bryde rapportate a quelle delle altre balenottere

     

    August 01

    Tartaruga azzannatrice

    Crostacei, molluschi, coralli, mammiferi e uccelli marini

    La tartaruga azzannatrice

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    Questa tartaruga dall’aspetto taciturno e statico, è in realtà un potentissimo predatore. Le sue abitudini infatti, assomigliano a quelle di un altro rettile pericoloso e potente, che è il coccodrillo. Entrambi, infatti, trascorrono la giornata a crogiolarsi al sole delle ore pomeridiane, mentre quando giunge il momento di cacciare, si inoltrano nelle acque torbide e fangose, che gli permettono di passare inosservati, in attesa delle loro prede.  Di solito la tartaruga azzannatrice (Chelydra serpentina) si ferma ad aspettare che la preda le si avvicini, prima di balzare su di essa afferrandola, eppure alle volte, proprio come un coccodrillo, prende lei “l’iniziativa” e le si avvicina di soppiatto. Dalle sue abitudini, capiamo che  il sole è una condizione indispensabile, per cui la tartaruga azzannatrice si concentra in zone piuttosto calde che si estendono dal Canada all’Ecuador, lungo tutta questa zona orientale del continente americano. Il suo habitat sono le paludi, i fiumi, i laghi, i ruscelli. Di solito misura circa 30 cm. Rinchiusa nel suo guscio può raggiungere i 50 cm di lunghezza, ma se si considerano anche la testa e la coda,  può arrivare a misurare anche un metro.

     

    Il suo corpo è costituito da un’enorme corazza dura e pesante, chiamata carapace nella parte superiore esposta all’aria; piastrone in quella inferiore che poggia al suolo.  Il carapace ha una struttura fatta di corno e suddivisa in placche. Al centro di esso, c’è una fila centrale di placche uguali, chiamate vertebrali perché ricordano, appunto,  la forma di una colonna vertebrale.  Ai lati di questa fila di placche, se ne dispongono altre, in coppie simmetriche, dal centro verso l’esterno. Si chiamano placche costali, perché ricordano la disposizione delle costole. Nella parte più esterna, una cintura di placche dette marginali, racchiude in un cerchio tutto il perimetro del carapace. C’è infine, una coppia di placche nucali, in corrispondenza della testa e un’ultima di sopracaudali, in prossimità della coda. All’interno del guscio, la struttura del carapace non è di corno, ma di ossa. Anche il piastrone è diviso in coppie di placche simmetriche, che dalla testa alla coda prendono il nome di: golari, pettorali, addominali, femorali e anali. Nonostante la sua durezza, tutta la corazza della tartaruga azzannatrice possiede numerose terminazioni nervose, perciò non è affatto insensibile al tatto e al dolore, come si può pensare. Inoltre, per la tartaruga azzannatrice in particolare, alcune zone sono molto delicate, come ad esempio le giunture tra carapace e piastrone, che per dare spazio alle enormi zampe, si limitano a pochi punti di congiunzione. Tra l’altro il piastrone , nella tartaruga azzannatrice è fortemente ridotto.

     

    Il capo ha un collo particolarmente estensibile che l’aiuta a piombare sulle prede. Tuttavia, come tutte le tartarughe, non è predisposto a movimenti reciproci e questo significa che le tartarughe non possono ruotare la testa.   La bocca non è provvista di denti e la tartaruga azzannatrice, come tutte le altre, si aiuta a masticare il cibo utilizzando la base della lingua, poiché la punta non è particolarmente mobile. Dai lati del suo corpo partono le zampe, che terminano in quattro piedi tozzi come quelli di un elefante. Le dita sono unite e munite di unghie di corno, mentre nelle altre specie acquatiche, sono separate, ma tenute insieme da una sottile membrana, che produce l’effetto visivo di zampe palmate. Nel maschio la coda è più lunga e più grossa che nella femmina e le placche anali del piastrone sono più aperte in corrispondenza della cloaca femminile, che funge sia da organo riproduttivo, che escretore. Inoltre, il carapace maschile ha colori più vivaci. La tartaruga azzannatrice ritrae il capo all’interno del carapace, inarcando il collo e chiudendo la fessura con le zampe anteriori per proteggersi. Altre specie, invece, nascondono il capo nel carapace piegandolo lateralmente. Gli antenati delle tartarughe, tuttavia, non avevano ancora questa capacità retrattile.

     

    Tutti gli organi interni sono racchiusi tra la colonna vertebrale e le costole, a loro volta ben saldate al carapace e al piastrone. Anche i polmoni sono situati immediatamente sotto il carapace e per questa ragione, non possono, riempiendosi, gonfiarsi oltremisura. Per questo, le tartarughe tutte, hanno dovuto adattare il loro sistema respiratorio a questa condizione. Noi umani riempiamo i nostri polmoni accompagnandoli con movimenti dei nostri muscoli addominali. Le tartarughe non possono farlo e si aiutano muovendo “a pistone”, ossia a onda, la base della lingua e le zampe anteriori. I polmoni, al contrario degli altri animali, nella tartaruga sono in stato di riposo quando sono pieni e non viceversa. Possono addirittura immagazzinare delle scorte d'aria, per quando devono trascorrere lunghi periodi immerse per cacciare, mescolare queste riserve a quella già consumata, persino respirare ossigeno dalla pelle mentre sono sott’acqua, proprio come gli anfibi.

     

    Trascorse le ore diurne in spiaggia, radunate in gruppi di diverse centinaia, quando giunge la sera depongono le uova sotto mezzo metro di sabbia. Spesso questo avviene per tre volte, a intervalli di due settimane tra l’una e l’altra. Una tartaruga azzannatrice depone una media di 50 uova di forma allungata. Durante questi intervalli ha digiunato molto e dopo aver sotterrato le ultime uova, di solito torna presso gli estuari molto affamata. I picccoli nasceranno dopo 70 giorni. Giunta l’età adulta e la maturità sessuale, i maschi lottano per una femmina tra loro e mettono in mostra il loro vivido carapace. Il rituale di accoppiamento avviene a primavera, quando le tartarughe terminano il letargo. Durante l’accoppiamento il maschio introduce la coda (lunga quasi la metà della lunghezza totale del corpo!) nella cloaca della femmina e ha luogo la fecondazione. Una tartaruga terrestre vive in media 50 – 60 anni, ma alcune specie possono raggiungere anche i 100. La tartaruga gigante delle Galapagos, può viverne addirittura 150!

     

    Per conoscere l’alimentazione, occorre distinguere le tartarughe terrestri (quelle dal guscio bombato e chiamate anche testuggini) da quelle acquatiche (dal guscio appiattito e idrodinamico, che costituiscono le tartarughe vere e proprie). Le specie terrestri si nutrono di vegetali, mentre le tartarughe acquatiche sono per lo più carnivore, anche se non disdegnano, qualche volta, una porzione di alghe. La tartaruga azzannatrice, nello specifico, è un predatore che si nutre di piccoli animali acquatici come pesci, rane, crostacei, piccoli mammiferi e persino uccelli e serpenti che attacca fuori dall’acqua e mastica con le sue potenti mascelle. Un animale piccolo, ma con davvero tanta, tanta forza.

     

    Tutte le tartarughe stanno affrontando, tuttavia, varie situazioni non proprio favorevoli alla loro conservazione. In passato i balenieri le hanno cacciate in gran quantità per cibarsene durante i loro lunghi viaggi, ma oggi il pericolo non è scongiurato. Gli animali di allevamento stanno sottraendo loro numerosissime distese di erba e col progredire dell’urbanizzazione, stanno scomparendo anche i loro habitat. Non dimentichiamo inoltre, lo spreco inutile di questi animali e di parte di essi per ricavarne accessori come scarpe, borse, occhiali, collane e simili.  (By Marina.celta)

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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Subphylum: Vertebrata

    Infraphylum: Gnathostomata

    Classe. Sauropsida (Reptilia)

    Sottoclasse: Anapsida

    Ordine: Testudines

    Famiglia: Chelydridae

    Genere: Chelydra

    Specie. Chelydra serpentina

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     La tartaruga protagonista di un celebre film di animazione, alle prese col fenomeno dell'urbanizzazione. Il suo sguardo spaventato davanti a una siepe al risveglio del letargo, è l'invadenza dell'uomo che sottrae gli habitat a tante creature sfortunate.

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