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    September 28

    Plancton: il primo anello della catena

    Il plancton
     

    La parola “plancton” deriva dal greco e vuol dire: vado vagando. Una parola che sta a pennello, addosso a  questi piccolissimi organismi che galleggiano presso la superficie dell’acqua come un tappeto e si lasciano andare alla deriva. Stiamo parlando del fitoplancton e dello zooplancton.

    Il fitoplancton è costituito da minuscole alghe microscopiche, per lo più unicellulari, prodotte dalle alghe più grandi. Questi piccoli organismi vegetali acquatici, assorbono i sali minerali disciolti nel mare e in presenza di luce solare, mediante espletamento della fotosintesi clorofilliana, li trasformano in amidi, zuccheri  e carboidrati. Il fitoplancton costituisce, a sua volta, il nutrimento per gli altri esseri animali più complessi, che possono essere minuscoli come lo zooplancton, medi come i comuni pesci ossei, oppure enormi come le balene.

    Lo zooplancton raggruppa anch’esso organismi microscopici. Tuttavia non sono vegetali che agiscono in presenza di luce solare, come il fitoplancton, ma dei veri e propri animaletti. Il loro nutrimento principale è costituito proprio dal fitoplancton.

    Gli organismi che compongono il fitoplancton, in quanto vegetali sono autotrofi, ossia capaci di produrre autonomamente le sostanze di cui si nutrono. Bastano due “ingredienti”, che sono la luce solare e la presenza di sale marino, da cui tirano fuori la loro esclusiva “ricetta”: trasformare i sali disciolti in composti per loro commestibili e assimilabili.

    Gli organismi che compongono lo zooplancton, al contrario, sono eterotrofi, cioè si nutrono di altri organismi più piccoli, quali, appunto, le minuscole alghe microscopiche del fitoplancton. Proprio come si procura il cibo un qualunque altro animale.

    Fitoplancton  e zooplancton costituiscono i primissimi anelli della catena alimentare acquatica. Vediamo in che modo.

     

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    Fitoplancton e zooplancton: i primi anelli della catena

    In questa piramide, tratta dall’Enciclopedia degli oceani di Jacques Cousteau, è rappresentata la catena alimentare legata all’ambiente marino. La base della piramide raffigura gli organismi presenti in numero maggiore in natura, mentre man mano che si procede verso l’alto, gli animali rappresentati sono via via più complessi, ma anche di disponibilità più limitata.

     

    Alla base della piramide, c’è il primo anello: gli organismi autotrofi del fitoplancton, che mediante fotosintesi, si auto-nutrono, fabbricandosi autonomamente il cibo.

    Il secondo anello, individuabile come il penultimo grado della piramide, rappresenta i minuscoli organismi dello zooplancton. Si tratta di animali molto piccoli, ma anche di ammassi di uova e forme larvali di altri pesci che da adulti hanno dimensioni maggiori. Questi piccoli animaletti si nutrono di fitoplancton.

    Il terzo anello è meno densamente popolato degli altri due, ma ha anche una mobilità minore e meno rapida. E’ popolato da adulti appartenenti a specie di piccole dimensioni, oppure da forme giovanili di pesci più grossi. Per ogni chilogrammo di loro, ne occorrono 100 di plancton per sfamarli.

    Gli animali acquatici del quarto anello, hanno bisogno di quantità maggiori di nutrimento, poiché vi appartengono organismi decisamente più grossi e longevi. Il loro numero è di gran lunga minore rispetto ai precedenti perché la quantità di cibo che hanno a disposizione nell’oceano (costituita dagli organismi che compaiono nei livelli sottostanti della piramide), è più limitata.

    Al quinto anello (che corrisponde anche al secondo grado della piramide), appartengono gli animali acquatici più complessi e di dimensioni maggiori: i mammiferi e i pesci più grandi e voraci. Appartengono a questo anello pinnipedi, sirenidi, cetacei, squali e tonni.

    Nel sesto anello, quello al vertice della piramide: l’uomo, che sfrutta anche le risorse date dal quinto anello.

     

    Il ciclo ricomincia quando i batteri in mare aperto liberano i composti chimici contenuti nella materia organica, che sarà, a sua volta, trasformata in fitoplancton dalle alghe.

    Anche gli animali più grossi contribuiscono a fare in modo che il ciclo vitale ricominci, poiché essi non solo si nutrono di animali più piccoli, ma quando muoiono, diventano a loro volta, preda di alcuni piccoli divoratori di carogne.

     

    Il fitoplancton

    I piccoli organismi del fitoplancton hanno una colorazione quasi trasparente e non è un caso, visto che sono composti per ben l’80% di acqua. Il restante 20% si divide tra proteine, lipidi, carboidrati, sostanze minerali e a volte, anche composti di calcio e silicio di cui è fatto il loro scheletro o la loro conchiglia.

    L’oceano aperto non è fertile come la costa; il fitoplancton costiero è più rigoglioso e sviluppato, poiché qui trova un’abbondanza di sostanze fertilizzanti che manca al largo.

    Questa presenza diffusa e densa di fitoplancton sulle coste è molto utile. Il fitoplancton, mediante la fotosintesi, produce maggiore ossigeno. Quest’ossigeno fa ossidare le sostanze inquinanti che produciamo e immettiamo ogni giorno in mare.

    Nell’illustrazione sotto, tratta dall’Enciclopedia degli oceani, vediamo una piccola rappresentazione del plancton visto al microscopio. Nell’insieme sinistro, sono contenuti gli organismi del fitoplancton, in quello di destra, i piccoli animaletti dello zooplancton.

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    Le diatomee sono gli organismi più piccoli ed essenziali che compongono il fitoplancton. Diatomea significa formata da due atomi e infatti, questi due atomi sono due valvole quasi uguali, sovrapposte a formare una scatola. Sono lunghe, strette, appiattite e dotate di ciglia. Possiamo individuarle nelle illustrazioni precedenti: sono quei frammenti vegetali che hanno la forma allungata e rettangolare. Sono unicellulari e si moltiplicano molto rapidamente: in un paio di giorni possono addirittura raddoppiare per effetto della moltiplicazione. Tuttavia, pur essendo organismi molto semplici, quando si uniscono danno vita a catene complesse, a spirale. Hanno un nicchio duro composto da silicio, che presenta scanalature microscopiche. Quando questa forma di alga muore, questo involucro coriaceo si deposita sul fondo come sedimento. Si formano così quegli immensi banchi di silicio sui fondali, che vengono utilizzati dall’uomo per fabbricare il vetro.

     

    Il coccolitòforo è un componente fitoplanctonico appena maggiore e più complesso della diatomea, ricoperto da un guscio calcareo. Può vivere anche in una zona fotica (ossia sede di fotosintesi) inferiore, più in profondità, dove la luce solare è appena più lieve.

     

    Il dinoflagellato  (foto sotto) è il più complesso degli organismi fitoplanctonici. Vi si riscontrano tracce di clorofilla e inoltre, date le sue caratteristiche più complesse legate alla struttura e al movimento, è un organismo a metà tra il regno vegetale e quello animale. E’ dotato di due flagelli laterali; una caratteristica davvero utile, dato che gli consente spostamenti in verticale. Così il dinoflagellato può, a seconda dell’intensità di luce solare, migrare autonomamente in superficie o verso il fondale.

    E’ curioso osservare la differenza di comportamento tra il dinoflagellato e altri animali acquatici, anche più grandi. Alcuni di loro, come ad esempio squali e murene, non tollerano molto bene la luce solare, oppure hanno bisogno di camuffarsi nell’oscurità per andare a caccia ed evitare che le prede si accorgano di loro. Per questo, di giorno, quando la luce solare è maggiore, se ne stanno rintanati sul fondo o tra le rocce, mentre al crepuscolo, escono dai loro rifugi per cacciare. Il dinoflagellato si comporta nel modo esattamente contrario; essendo la luce solare una condizione indispensabile per la sua stessa sopravvivenza, esso tende ad affiorare di giorno, quando la luce solare è più intensa, mentre migra rintanandosi sul fondo, quando la luce solare scema per lasciare spazio alla notte.

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    Lo zooplancton

    Nel film Profondo Blu, possiamo facilmente riconoscere alcuni piccoli pesci che compongono lo zooplancton. Nella scena che ha per protagoniste le alghe, attorno ad esse transitano dei minuscoli pesciolini trasparenti. Sono i piccoli pesci dello zooplancton, che insieme ad altre specie di dimensioni ugualmente minuscole, come gamberetti e molluschi, si avvicinano alla superficie e alle alghe per trovare il fitoplancton di cui si nutrono. Questo vuol dire che gli organismi che compongono lo zooplancton sono eterotrofi, ossia traggono nutrimento da altri esseri viventi. I piccoli pesci, molluschi e crostacei che compongono lo zooplancton sono tuttavia, a loro volta, preda di animali acquatici più grossi.

     

    I protozoi sono in assoluto i più piccoli e i meno complessi, poiché si tratta di organismi unicellulari.

    Le salpe hanno dimensioni appena maggiori, ma anch’esse, come i protozoi, sono dotate di un movimento talmente debole, che il loro trasporto avviene più che altro ad opera del vento e delle correnti.

    I foraminiferi hanno un minuscolo guscio simile a una conchiglia, composto da carbonato di calcio. Stiamo parlando della stessa materia di cui è composto il carapace di un granchio.

    I radiolari sono stretti parenti dei foraminiferi, con la differenza che sono dotati di guscio siliceo.

    I krill sono invece minuscoli gamberetti rossi che costituiscono l’alimentazione principale di numerose specie di balene.

     

    Oltre a queste forme di vita piuttosto semplificate, tanto allo stadio giovanile, quanto a quello adulto, non dobbiamo dimenticare che lo zooplancton raggruppa anche alcuni organismi allo stadio larvale. Si tratta di vari crostacei come aragoste, granchi, gamberetti di dimensioni variabili e copepodi. Ancora vi sono animali imparentati con altre specie pelagiche, o vermi aventi forma cuneiforme come frecce, all’occorrenza dotati anche di minuscole pinne , setole prensili e persino di denti.

     

    Foto sotto: zooplancton in una scena del film Profondo Blu

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    Restare a galla

    I grandi predatori come gli squali e le razze,  non possiedono la vescica natatoria. Quest’organo pieno di gas e olio fa da galleggiante. Gli squali, non possedendolo, tendono a rimanere sul fondo e quando devono avvicinarsi in superficie, lo fanno quindi sfruttando tutta la loro forza muscolare. I comuni pesci ossei che invece possiedono la vescica natatoria, hanno una vita pelagica più semplice. A questo particolare organo interno è legata la capacità di un animale acquatico di galleggiare o rimanere sul fondo.

     

    Per i piccoli organismi planctonici il discorso è diverso. Essi costituiscono delle forme di vita molto semplici, per cui la loro capacità di galleggiare non è legata a una strategia corporea così complessa, come può essere la vescica natatoria. Appare perciò evidente che queste minuscole forme di vita hanno elaborato delle strategie strutturali di galleggiamento, semplici come loro. Data la loro esigenza di vita pelagica e superficiale, questi esseri hanno sviluppato accorgimenti corporei che li aiutino a stare a galla, rallentandone i movimenti discendenti.

    Alcuni secernono particelle di grasso che funga da galleggiante. Altri protozoi, invece, giunti in superficie, aprono delle specie di “vele” organiche che permettono di andare alla deriva, mentre con i loro tentacoli pescano il cibo sotto il pelo dell’acqua. Un’analoga struttura con la medesima funzione ce l’hanno i radiolari, con l’unica differenza che alla vela è stato sostituito il loro guscio siliceo.

     

    Foto sotto: zoplancton al microscopio dove sono ben visibili un protozoo a sinistra e un copepode a destra

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    Plancton bioluminescente

    Molti esemplari di zooplancton sono dotati di fotòfori, cioè particelle contenenti tessuti capaci di generare luce. Nella molteplicità e nella diversità di tutti questi organismi, i fotofori producono effetti luminosi diversi, sia per forma, sia per colore. La luce può essere emessa dall’organismo stesso, oppure dai batteri in esso presenti.

    A differenza della nostra energia elettrica, dove una parte di energia finisce sempre dispersa in calore, la bioluminescenza prodotta viene sfruttata al 100%. Per questo organismi così piccoli, hanno una luce ben visibile anche quando li si osserva dall’alto di una nave.

     

    Le correnti rimescolatrici

    Poiché la catena alimentare ha inizio dalla cellula di un’alga, che in presenza di luce solare produce e trasforma fitoplancton, sia queste piccole alghe galleggianti, sia i piccoli organismi zooplanctonici che se ne nutrono, hanno un ciclo di vita fortemente concentrato in acque di superficie, dove la luce solare, più intensa che altrove, richiama  a raccolta tutti questi organismi più semplici, che costituiscono il nutrimento di altri.

    Abbiamo visto come, alcune di queste piccole forme di vita, hanno prodotto dei sistemi strutturali che permettano loro una migrazione autonoma verso la superficie; dei piccoli filamenti si comportano come arti o pinne, addirittura particelle di grasso e vele organiche fungono da galleggianti.

    Tuttavia, anche l’ambiente interviene a favorire questa migrazione. I venti e le correnti di risalita, smuovono le acque dal fondo, trascinando il plancton più in superficie e mescolando così le acque, proprio come si fa con un pentolone di minestra!

    Spesso non solo il vento, ma anche una variazione di densità tra uno strato di acqua superiore e uno inferiore, contribuisce a questa mescolanza. Quando uno strato di acqua più denso, poggia su un altro più rarefatto, per effetto del proprio peso superiore, lo strato più pesante tende a precipitare. Questo accade certamente quando l’acqua più superficiale è talmente densa di microfauna planctonica, che tende a spostarsi verso il basso.

    Però, in fondo, se ci pensiamo bene, anche la temperatura determina i movimenti ascensionali dell’acqua. Questo accade ad esempio, nei circoli polari. Il mare ha un forte potere termoregolatore, è capace, cioè, di immagazzinare e trattenere calore. Per cui negli strati più profondi dei mari ghiacciati, accade che l’acqua è appena più tiepida che in superficie, dove l’atmosfera fredda e rigida, fa ispessire e appesantire questo strato superficiale d’acqua, fino a farlo precipitare. Contrapposto a questo movimento di discesa, c’è quello di risalita delle acque inferiori più calde. E così si apre un ciclo di spostamenti perpetuo, perché ogni volta che uno strato di acqua più tiepida emerge in superficie, quando si raffredda, precipita sul fondo da cui è venuto. Anche il plancton vaga seguendo questi spostamenti. Anche il plancton, che si tratti di un moto ascensionale spontaneo o indotto, tenderà sempre e comunque a galleggiare.

    Per effetto delle correnti del pianeta, in genere le zone più prolifere di plancton sono quelle costiere a ovest del continente europeo, americano e africano. Senza dimenticare la costa antartica, che è sempre molto rigogliosa e popolata.

     

    La collocazione del plancton dipende anche dalla stagione climatica. A primavera, quando le alghe si risvegliano e rifioriscono, producono fitoplancton, chiamando sul posto tutti i minuscoli animaletti che compongono lo zooplancton.. Ecco quindi che, ancora una volta, tutto il plancton si è radunato in acque di superficie.

    Ma con l’autunno, l’attività vegetale si spegne e l’acqua fredda si appesantisce, tendendo a precipitare. Il plancton rimane così immerso nel fondo, ma la sua migrazione verso superficie è ugualmente aiutata dai forti venti invernali, che rimescolano le acque  e riportano il plancton in superficie, in modo da renderlo sempre disponibile per le altre forme di vita acquatiche.

     

    La zona più ricca è generalmente in superficie, fino a 30 metri di profondità. Fin qui si trova luce solare in quantità ottimale per la fotosintesi ed è quindi qui che si concentrano tutti gli organismi che si nutrono del plancton. Ma occorre anche la rimescolanza delle acque, come abbiamo appena visto, per riportare in superficie sia il plancton, sia le sostanze nutritive più semplici di cui esso si nutre.

    In alcune acque tropicali, dove la luce solare è intensa, può tuttavia accadere che il plancton sia comunque esiguo, poiché non vi sono correnti che possano rimescolare le acque.

    Di conseguenza, lo stesso plancton trova difficoltà a nutrirsi e per effetto di questa scarsezza di cibo, muore. Non è cosa di poco conto; venendo a mancare cospicue quantità di plancton, tutto il resto della fauna acquatica ne risente.

    Ogni sette anni, al largo delle coste occidentali del Sud America, si verifica un cambio nella direzione dei venti e quindi, anche delle correnti. Le acque che tendono a risalire e a portare il plancton in superficie, hanno il moto ascensionale contrastato dalla corrente di acqua calda che giunge da nord. L’impedimento di questa risalita, provoca assenza di plancton, ma anche una catastrofe ambientale. Pesci, crostacei e uccelli acquatici, non riescono a reperire il cibo e la conseguenza invitabile è che la costa si riempie di cadaveri.

     

    Una comunità eterogenea

    Quando degli organismi minuscoli, alcuni dei quali allo stadio larvale, giungono in superficie per cibarsi di plancton, diventano essi stessi, componenti del plancton. Un po’ tutti gli animali acquatici allo stadio larvale, hanno dimensioni talmente minuscole che si possono mescolare tra il plancton facendone parte. Alcuni di loro sono crostacei come piccoli granchi o gamberetti, altri dei pesci ossei o dei molluschi. Ma per queste dimensioni così ridotte, si ritrovano a far parte di questo gruppo anche loro. Ciò da un lato, costituisce il vantaggio di una presenza di cibo assicurata e sempre a portata di mano,  ma dall’altra li espone a divenire cibo di eventuali predatori più grossi.

     

    Il plancton animale, o zooplancton, è composto anche da organismi di dimensioni non microscopiche, come ad esempio, le meduse. Alcune sono forme libere che rientrano nel plancton, perché a differenza di uova e larve, la medusa adulta è un organismo indipendente che fa parte del plancton a sua volta, oltre a intrappolare uova e larve tra i tentacoli.

     

    Tra l’altro non tutte le specie che compongono il plancton galleggiano per tutta la vita. Alcune di loro, con l’età matura, da organismi pelagici si trasformano in bentonici e vanno a stabilirsi sul fondale. Conosciamo tutti la rana pescatrice e il pesce pescatore: questo pesce, allo stadio larvale nuota liberamente in superficie nutrendosi di plancton e facendone parte a sua volta. Ma quando raggiunge lo stadio adulto, si trasferisce sul fondo dove conduce, appunto, vita bentonica. Per cacciare non ha bisogno del nuoto; basta fermarsi sul fondale, agitare quel lungo filo simile a una canna da pesca… e il primo pesce o mollusco che si avvicina attirato dall’esca, verrà divorato. Questo plancton temporaneo, che si evolve con l‘età adulta e se ne distacca, viene definito meroplancton. Quello permanente, che ne fa parte sia in età giovanile che adulta, prende il nome di oloplancton.

     

    La catena alimentare non ha un andamento “unilaterale”; non si svolge mediante un solo processo lineare che apre e chiude la catena, ma è costituita anche da processi paralleli estesi e incrociati che formano, pertanto, quello che si chiama: tessuto alimentare. A questo proposito, per fare un esempio, Jacques Cousteau citava che un’aringa si nutre di copepodi e i copepodi, a loro volta, delle minuscole diatomee. Questo è un esempio lineare  e unilaterale di catena alimentare. Ma parallelamente alle aringhe, ci sono le meduse, che si nutrono di tutti quegli organismi che le aringhe non gradiscono, oltre che, ovviamente, delle stesse aringhe allo stadio larvale.

     

    La distribuzione del plancton varia in relazione alla temperatura e alla salinità.

    Esiste, inoltre, una distinzione tra zooplancton d’alto mare e zooplancton costiero. Quello di alto mare contiene solo creature planctoniche permanenti, mentre quello costiero contiene anche uova e larve di animali bentonici, che diventati adulti, lasceranno la superficie per stabilirsi sul fondale.

    Alcuni organismi zooplanctonici, tendono ad approssimarsi anche alla luce artificiale di una lampada, oltre che a quella solare.

    Siamo di fronte a un microcosmo vasto ed estremamente variegato, dove ogni specie e ogni forma di vita possiede una propria identità e peculiarità. (By Marinacelta)

    Cecchi Paone sull'Isola dei Famosi

    Pensieri soggettivi (di Marina.celta)

    Era il lontano 2000. Un nuovo programma si affacciò sul panorama televisivo. Si chiamava Grande Fratello e tenne a battesimo quella mania, tipica di un audience di medio-infima cultura, per un genere nuovo chiamato: reality show.

     

    Successivamente, durante una serata dei telegatti, una categoria intitolata “cultura e costume”, accorpava insieme tre nominations: “Grande Fratello”, “La Macchina del Tempo” e “Superquark”. Quando venne annunciato il Grande Fratello vincitore, un uomo tra il pubblico, si sollevò dalla sua poltrona per lasciare immediatamente la sala. Era il signor Alessandro Cecchi Paone, allora conduttore di una trasmissione culturale di tutto rispetto, intitolata “La Macchina del Tempo”, anch’essa nomination all’oscar del telegatto, insieme alla rivale (e niente affatto meno apprezzabile!) Superquark, condotta da Piero Angela sulle reti della televisione di Stato.

     

    Con questo gesto di protesta davanti agli occhi, ho provato per quest’uomo una stima davvero senza uguali, perchè aveva dato voce a quanti di noi, da casa, stavano e stanno ancora reclamando il diritto a una tv migliore. Ma come può una televisione documentata, curata e di utilità così ineguagliabile, perdere un oscar a favore di un’altra del tutto inutile e improvvisata? Noi da casa siamo spesso i colpevoli di certe stupidaggini colossali. Eppure io ero tra quei pochi che hanno approvato in pieno quella reazione. Anch’io avrei voluto essere lì per alzarmi dalla poltrona e mandare tutti al diavolo! Io c’ero, davanti alla tv quella sera e stavo dalla sua parte!

     

    Oggi sono trascorsi sette anni e i reality continuano a reclutare imbecilli. C’è chi li va a pescare tra la gente comune un po’ stravagante, e chi va a spulciare nel “mondo delle ombre” di quei tanti vips  che non brillano più di luce propria. E chi mi tocca rivedere in una di queste cretinerie televisive, improvvisamente passato dall’altra parte della barricata? Proprio Alessandro Cecchi Paone.

    Alessandro Cecchi Paone all’Isola dei Famosi.

     

    Cecchi Paone, torni in sé per la miseria! Lei è un uomo si scienza! Un uomo dalla carriera televisiva consolidata! Cosa ci fa in un programma di veline che hanno fatto vai e vieni davanti a un tabellone di Mike Bongiorno? Cosa ci fa mescolato tra qualche vecchio dinosauro della tv e qualche altro “trovatello” del teleschermo che non sa nemmeno come si sta davanti a una macchina da presa?

    Vuole forse che il  nostro sogno di vedere una buona televisione trionfare sulla pessima, si sgretoli come un pugno di sabbia?!!! (By Marina.celta)

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    La metamorfosi di Alessandro Cecchi Paone: dal distinto uomo di scienza al sorridente naufrago

     

    CLAMOROSO!!!!!! In data 24 ottobre c'è stato un aggiornamento! Ci siamo:Alessandro Cecchi Paone ha laciato spontaneamente l'isola dei Famosi.

    (Non ci ripensi, la prego!)

    Ha trionfato la cultura dell'intelligenza. Ora possiamo aspettare di rivederlo alla Macchina del Tempo.

    BENTORNATO ALESSANDRO!

    Non dia retta a qualche stupido conduttore televisivo che dice che il pubblico vuole continuare a vedere i suoi personaggi sull'isola. C'è anche qualcuno che vuole vedere questi esseri umani (non personaggi!) tornare a casa!



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    September 06

    Poli: le stagioni viste dallo spazio

    Poli; che meraviglia!

    All’estremo nord e all’estremo sud della Terra: il ghiaccio.

    Qui i raggi del sole giungono obliqui, fortemente inclinati. E deboli.

     

    Come accade nell’illustrazione sopra, tratta da “Le calotte bianche” di Jacques Cousteau, il giorno più lungo della Terra è il 21 giugno. In questa data, ogni anno, al Polo Nord il giorno dura 24 ore ininterrotte. La Terra, rispetto al Sole, ha un’inclinazione costante di 23,5°. Nello stesso giorno, dalla parte opposta del pianeta e per effetto di questa inclinazione, le regioni antartiche non vedono affatto la luce del sole. Ma il dato più stupefacente è un altro: ancora una volta per effetto di questa inclinazione, i poli mantengono per sei mesi la stessa posizione in relazione al Sole, per cui il giorno (o la notte dalla parte opposta), non durano solo 24 ore, ma sei mesi!

     

    La Terra, ruotando attorno a sé stessa, mostra al Sole, di volta in volta, tutte le sue facce. E’ così che si alternano il giorno e la notte. Ma come sappiamo, la Terra compie anche un altro moto, ruotando attorno al Sole, che determina l’anno solare. Dal punto in cui la Terra inizia la sua rotazione, a quando si ritroverà nello stesso punto, sarà trascorso, approssimativamente, un anno solare. L’inclinazione dell’asse terrestre di 23,5° è responsabile dell’alternarsi delle stagioni.

    Le stagioni ai poli durano sei mesi e sono invertite: la stagione estiva va da marzo ad agosto al Polo Nord, mentre al Polo Sud va da agosto a marzo. Viceversa, al Polo Nord, tra agosto e marzo è inverno, mentre al Polo Sud è inverno tra marzo e agosto. Nell’illustrazione, come sappiamo, è rappresentata una situazione astrale che corrisponde alla data del 21 giugno. In questo giorno, non solo al Polo Nord, ma anche in tutto l’emisfero boreale (ossia tutta la metà nord del pianeta, a partire dall’equatore), da un punto di vista meteorologico, è estate. L’emisfero boreale, si trova infatti in una posizione più avanzata verso il sole, rispetto a quello australe (la metà sud del pianeta, che va dall’equatore in giù), per questo in estate si verificano temperature più elevate rispetto ad altri periodi dell’anno.

     

    Proviamo ora, osservando l’illustrazione, a immaginare cosa succede quando, per effetto della rotazione terrestre intorno al Sole, la Terra viene a trovarsi non più alla sinistra, ma alla destra di quest’ultimo. Basta immaginare di avere la situazione dell’illustrazione invertita, con il Sole alla nostra sinistra e la Terra alla nostra destra. Sono trascorsi sei mesi e il giorno che meglio rappresenta questa situazione astrale, è il 21 dicembre. In questo giorno, nell’emisfero boreale, da un punto di vista meteorologico, come sappiamo, è pieno inverno. Questo accade perché l’orientamento dell’inclinazione terrestre non si è modificato, per cui la terra si è spostata in una posizione simmetrica rispetto a quella precedente, ma non il suo asse, la cui inclinazione continua ancora ad essere di 23,5°. Per effetto di questo cambiamento, ora, è l’emisfero australe a trovarsi in una posizione più avanzata verso il sole rispetto a quello boreale. Per questo, da un punto di vista meteorologico, nell’emisfero australe è estate, mentre in quello boreale è inverno. Il Polo Nord, che nella situazione precedente era esposto ininterrottamente alla luce solare, ora è completamente eclissato e tenderà ad esserlo per sei lunghi mesi, dove una prevalenza di ore di buio si alternerà a una forte minoranza di ore di luce. Al contrario, il Polo Sud e l’Antartide, si trovano ora completamente esposti alla luce del sole, che però, ricordiamolo, anche nelle ore in cui è più forte, raggiunge un’intensità tuttavia simile a quella di una nostra estate tardo pomeridiana.

     

    Grafico: nel moto di rotazione dell'anno solare, la terra cambia la sua posizione rispetto al sole, ma non l'inclinazione del suo asse.

     

    L’alternanza buio-luce nelle regioni polari, è un discorso ugualmente complesso. La predominanza delle ore di luce coincide per lo più col periodo estivo, mentre si afferma un graduale predominio delle ore di buio nel periodo invernale. La zona del pianeta collocata immediatamente a sud dell’Artico, così come quella collocata immediatamente a nord dell’Antartide, risentono di un ritmo di alternanza di buio e di luce che durante l’anno è fortemente disomogeneo; accade infatti che se a una certa ora del giorno, ad esempio le otto del mattino, la situazione solare  da luogo a una mattinata perfettamente soleggiata, dopo sei mesi, in quella stessa ora, si verifica un buio notturno. Nel 1995 sono stata a Kiruna, in Svezia. Kiruna si trova al nord e rientra nel Circolo Polare Artico. Erano gli inizi di maggio, ero rimasta per quindici giorni e per quindici giorni avevo dimenticato cosa fosse la notte. Poi, chiacchierando con gli altri giovani del posto in inglese, loro raccontavano che tra gennaio e febbraio vanno a scuola tutti i giorni col buio pesto. Su questi punti periferici del pianeta, bisogna adattare i propri ritmi ai dispetti dell’inclinazione e della rotazione terrestre. Ho una stima per quella gente davvero fuori dall’immaginabile, perché nonostante i disagi che procura il nostro pianeta “bizzoso”, in tutto il loro vivere quotidiano hanno una pacatezza davvero straordinaria. (By Marina.celta)

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    September 05

    Delfino comune

    Il delfino

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    Come moltissime specie di delfini, il delfino comune popola il largo di numerosi mari e oceani. Il suo tratto distintivo è il colore della pelle. Tra il dorso grigio scuro e il ventre bianco, lo stacco è netto e la linea corporea assume, da lontano, la caratteristica forma di una clessidra.

    Al largo ed entro i 200 metri di profondità, è diffuso un po’ dappertutto, tranne alle latitudini polari.

    Un delfino comune ha una lunghezza compresa tra 1,75 e 2,40 metri e pesa tra i 75 e gli 85  kg.

     

    Idrodinamica e movimento

    Il delfino raggiunge una velocità doppia persino del pesce più rapido a sangue freddo. La sua velocità ha una media di 40 km orari, addirittura 60 durante le parate nuziali dell’accoppiamento. Per questo, il  suo corpo ha un preciso schema che gli consente di sviluppare tutta questa velocità.

    Dotato di una pinna dorsale falcata e due lunghe ed ampie pinne pettorali, il suo punto di forza nel movimento è in realtà la coda. I muscoli lombari sono molto potenti e le danno quella spinta particolare che gli permette di sorgere dall’acqua per due terzi del corpo. Grazie alla medesima forza propulsiva, può compiere salti fuori dall’acqua per una breve respirazione, senza interrompere l’andatura.

    L’intero sistema circolatorio obbedisce a questa esigenza d’idrodinamicità. Il delfino è un animale a sangue caldo, ossia capace di mantenere costante la sua temperatura interna corporea. Ma per farlo ha bisogno di sviluppare calore e quindi, di tanto ossigeno e tanto nutrimento.

    Come il resto della muscolatura, anche il cuore ha una resistenza straordinaria, poiché capace d’immagazzinare una quantità di ossigeno maggiore di quella umana. Jacques Cousteau affermava che se l’uomo può raggiungere un’immersione massima di 30 metri per 2 minuti, il delfino può farcela a 90 metri per ben 5 minuti! Il motivo per cui riesce a reggere questa lunga apnea è che il suo cervello sopporta una quantità maggiore di anidride carbonica rispetto a quella umana. E questo va a tutto vantaggio degli scambi sanguinei col cervello.

    La pelle è dotata di tre strati. Il primo e più superficiale, è il più morbido e flessibile, proprio per limitare l’attrito con l’acqua durante gli spostamenti. Lo strato mediano è ripieno di sostanze organiche dure, mentre l’ultimo e più profondo, è anche il più rigido. Una conformazione fisica senza pecche, capace di sviluppare la più spiccata velocità.

     

    Dentatura

    I denti dei delfini non hanno una conformazione differenziata come per molti altri mammiferi. I nostri denti sono tutti diversi tra loro; canini, incisivi, molari e premolari. I loro invece, sia per forma che per dimensione, sono tutti uguali. I delfini sono animali monodòntidi, ossia hanno a disposizione una sola dentatura per tutta la vita. Forma e dimensione della dentatura possono variare  da una specie a un’altra, ma tra due arcate dentarie del medesimo animale, i denti si assomiglieranno in maniera inequivocabile.

    Dalla forma e dimensione dei denti si possono inoltre evincere le prede preferite dai delfini. Alcuni di loro sono ittiofagi, ossia si nutrono quasi ed esclusivamente di pesci. Per questo, tra le fauci, sono dotati di un numero cospicuo di denti, tra 80 e 150. Altri delfini sono invece teutofagi, ossia si nutrono in prevalenza di molluschi e cefalopodi. Per questo i loro denti hanno una disposizione rada, rivolta verso l’interno della bocca e sono in numero minore: meno di dieci per arcata dentaria.

    Occorre inoltre ricordare che i denti di un delfino non hanno funzione masticatoria; ci penseranno le dure pareti del suo stomaco a decomporre il cibo. La sola funzione dei denti di un delfino, è infatti quella di trattenere le prede, per poi ingoiarle intere. Gli animali acquatici che costituiscono la loro alimentazione, hanno la pelle scivolosa, per questo i delfini usano i loro denti solo per trattenerli all’interno delle fauci.

     

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    Organi di senso

    Si suppone che il delfino sia privo del senso del gusto e dell’odorato. E’ privo del gusto perché non possiede papille gustative, né ghiandole salivari. Ma è anche privo dell’odorato, perché per annusare un odore, si ha bisogno di respirarlo. Il respiro può avvenire solo nell’attimo in cui il delfino emerge dall’acqua nell’atmosfera. Vivendo perciò quasi sempre in acqua, si può dire che il delfino non possiede l’odorato poiché non ne ha bisogno.

    La vista invece, è molto sviluppata. In cattività, i delfini sono capaci di lanciare oggetti e andarli a riprendere. Il cristallino è dotato di una particolare caratteristica di adattamento. Dall’acqua all’atmosfera, la rifrazione della luce distorce la visibilità degli oggetti, per questo il cristallino del delfino si deforma, passando dall’acqua all’atmosfera, in modo da garantirgli una vista sempre nitida.

    Quando l’acqua è particolarmente torbida e densa, alcune particelle sospese possono irritare la membrana oculare del delfino. Gli viene perciò in aiuto una sostanza oleosa per eliminare questi piccoli corpi estranei e che ha quindi, la stessa funzione della nostra lacrimazione.

    Anche il tatto è degnamente sviluppato, poiché i delfini se ne servono durante il corteggiamento accarezzandosi tra loro.

     

    Udito, comunicazione ed ecolocalizzazione

    Il senso più sviluppato in assoluto nei delfini è l’udito. Il loro è particolarmente raffinato, poiché agisce a una distanza e a una frequenza superiori a quella umana. Grazie all’udito, ogni essere vivente non è solo in grado di sentire, ma anche di comunicare. E i delfini, infatti, hanno un complesso linguaggio fatto di fischi per comunicare tra di loro. A volte persino grugniscono, ma non si conosce il significato di questo comportamento.

    All’interno dello sfiatatoio respiratorio possiedono uno sfintere laringeo che si comprime e fa uscire i suoni dallo sfiatatoio. I suoni percepiti vengono invece ricevuti da una grossa membrana spugnosa che hanno lateralmente, all’interno della mascella. Emettere suoni per loro è fondamentale, come anche riceverli. Per questo hanno elaborato un sistema efficientissimo per captare gli oggetti nello spazio utilizzando l’udito, anziché la vista. Questo sistema prende il nome di ecolocalizzazione.

    In acqua, il delfino emette alcuni schiocchi. Mentre i fischi gli servono per le relazioni sociali e per comunicare con altri individui, gli schiocchi hanno la funzione di percepire gli oggetti nello spazio.

    Gli schiocchi vengono emessi singolarmente, oppure in sequenza e generano il propagarsi di onde sonore. Quando le onde sonore colpiscono un oggetto, vengono respinte e tornano indietro. In base all’intervallo di tempo con cui il suono emesso fa ritorno al delfino, egli è capace di distinguere a che distanza si trova l’oggetto colpito dalle onde sonore dello schiocco.

    Anche quando viene emesso uno schiocco singolo, il delfino non percepisce il suo ritorno alla stessa maniera, cioè come un suono singolo, ma come un treno di suoni.

    A seconda dell’intensità con cui viene percepito da un orecchio piuttosto che dall’altro, il delfino è in grado di percepire anche in che direzione l’oggetto si trova; se alla sua destra o alla sua sinistra. Ad esempio, se l’oggetto si trova alla sua destra, le onde sonore di ritorno saranno più forti e avranno un’intensità maggiore se percepite dall’orecchio destro rispetto al sinistro. Viceversa, se l’oggetto si trova sulla sinistra, saranno più intense le onde sonore percepite dall’orecchio sinistro.

    L’ecolocalizzazione ha una strategia anche molto più precisa, perché non solo fornisce al delfino informazioni sulla collocazione spaziale dell’oggetto, ma anche sulla sua forma, sulle dimensioni e persino sulla consistenza! In altre parole, sull’identità tutta dell’oggetto. In questo modo i delfini possono anche conoscere l’identità di un predatore in procinto di avvicinarsi e darsi, così, alla fuga.

    Il sistema di ecolocalizzazione funziona in questo modo: il delfino comincia ad emettere schiocchi a bassa frequenza per esplorare l’ambiente. I suoni a bassa frequenza sono i più indicati per questo scopo. Hanno una gittata molto ampia e aiutano il delfino a sondare le condizioni dell’ambiente che ha intorno, in modo generico. Quando però il delfino capta un oggetto che cattura il suo interesse, si avvicina un po’ e comincia a emettere schiocchi ad alta frequenza. Le alte frequenze hanno una distanza di azione più limitata rispetto alle basse frequenze, però consentono un’indagine dell’oggetto più precisa. Solo grazie alle alte frequenze, i delfini sono in grado di percepire l’intera identità dell’oggetto.

    Una capacità davvero straordinaria: capire cos’è un oggetto o di quale si tratta semplicemente…. ascoltandolo.

     

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    Aggregazione e comportamento

    I delfini non sono animali solitari. Al contrario, sono dotati di un forte spirito di gruppo. I delfini che abitano lungo le coste si radunano in gruppi meno numerosi, composti da una quindicina d‘individui che spesso, hanno tra loro legami di parentela.

    Al largo, invece, i gruppi sono più eterogenei  e possono raggiungere un numero pari anche  a diverse migliaia di delfini. All’interno di questi gruppi c’è una gerarchia consolidata; ognuno appartiene  a un sottogruppo e deve attenersi alle sue regole precise. Per ogni branco di delfini, i sottogruppi sono due e si dispongono in maniera concentrica. All’esterno, un gruppo di maschi giovani e adulti; al centro, ci sono i piccoli e le femmine. Questa disposizione serve a proteggere le femmine e i piccoli dagli attacchi di predatori come gli squali e per farlo, i maschi, siano essi giovani o adulti, si dispongono attorno a loro formando una barriera vivente.

    Contrariamente a quanto si può pensare, i delfini sanno contrattaccare uno squalo egregiamente. Ruotano di colpo su sé stessi, andando a colpirlo con il rostro sotto le sue branchie. Con questo tipo di contrattacco, sono stati addirittura in grado di ucciderlo! Questo accade perché gli squali puntano subito gli esemplari anziani più lenti, o quelli più giovani ancora sprovveduti, che tendono a staccarsi dal gruppo e a rimanere isolati. Così, i delfini più forti, corrono in loro aiuto.

    Inoltre, all’interno di un branco c’è sempre un capo. Lo spirito di obbedienza verso di lui è così forte, che se questo finisce per spiaggiarsi, tutti gli altri delfini lo seguono.

    Chi non rispetta questo sistema di regole, viene punito severamente con l’emarginazione. Per un delfino è una punizione molto severa, perché porta a depressione e morte. Alcuni studi condotti, hanno dimostrato che un delfino solitario impiega così il suo tempo: il 18% a giocare intorno alle imbarcazioni incrociate nella zona; il 20% a giocare  e saltare dall’acqua; il 24% a cacciare e il 40% a compiere spostamenti. Da soli ci si riduce a un’attività monotona e degradante, ma non si esclude il fatto che certi delfini si isolino per scelta e non per un verdetto del branco.

    Da quanto conosciamo sulla base della nostra esperienza quotidiana, i delfini amano giocare. Un po’a tutti è capitato di assistere a un loro spettacolo, ma anche in mare aperto, mettono fuori la loro tendenza a quest’attività. Dall’alto di una grande imbarcazione, può capitare di vederli precederla, cavalcando sull’onda di prua. Il primo stato d’animo sarebbe di paura, perché temeremmo di urtarli. In realtà, nel suo spostamento, l’imbarcazione solleva un’onda che procede in avanti, di pari passo con essa. I delfini amano giocare seguendo quest’onda di prua e compire salti fuori dall’acqua. Noi immaginiamo che loro nuotino con il loro moto e temiamo che rallentino e finiscano urtati. In realtà si stanno solo “prendendo un passaggio” dall’onda di prua che, comunque, procede sempre, inevitabilmente, in avanti e di pari passo con la nave.

    Questa loro attività giocosa, ha fatto nascere numerose leggende, secondo cui i delfini conducono le navi in porti sicuri.

     

    La caccia

    Gli esemplari che costituiscono i gruppi poco numerosi costieri, cacciano individualmente e in solitaria. L acosta offre loro un po’ di tutto, per questo hanno una dieta molto varia. Prediligono il cefalo, ma si nutrono anche di anguille e altri animali presenti sui fondali come pesci vari, cefalopodi e gamberetti.

    Gli esemplari in mare aperto, invece, cacciano anche in branchi combinati. Branchi di specie diverse, si uniscono quando non si crea competizione di caccia. Queste specie riunite hanno, infatti, orari di caccia diversi e prediligono prede diverse. Così, c’è chi caccia pesci d’altura (di superficie) e chi di fondo; chi caccia di giorno e chi di notte.

    I delfini si aggregano addirittura ai tonni. Anzi, pare che i tonni stessi si facciano guidare dalla loro capacità ecolocalizzatrice. Tuttavia, in questo modo, i delfini si espongono spesso al rischio di rimanere intrappolati nelle reti destinate ai loro camerati tonni.

    Anche gli uccelli hanno imparato a sfruttare le capacità di caccia dei delfini. Per sfuggire ai delfini, i piccoli pesci inseguiti saltano fuori dall’acqua. Ne approfittano così gli uccelli, che li catturano.

    Esiste anche un esempio di cameratismo tra uomo e delfino. In Mauritania, i pescatori della popolazione Imragen, hanno messo a punto un sistema di aiuto reciproco tra loro e i delfini. Le acque della costa sono poco profonde e i delfini non si avvicinano, poiché i segnali di ecolocalizzazione vengono distorti. Quando gli uomini avvistano gli uccelli sull’acqua, quello è il segnale che sono arrivati i mullidi. Così battono l’acqua con dei pesanti bastoni. I delfini al largo, udendo i bastoni, sanno ormai che sono arrivati i mullidi e si avvicinano alla costa. Così, spingono i mullidi nelle reti dei pescatori e ne approfittano per trattenere qualche boccone anche per loro.

    Un delfino comune rientra nella categoria dei delfini d’alto mare che cacciano in gruppo. Si nutre di pesci (acciughe, sardine e sperlani) e di cefalopodi.

     

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    Accoppiamento

    A otto anni, un delfino ha raggiunto la sua maturità sessuale e tra la primavera  l’estate, è pronto ad accoppiarsi. Per favorire gli incontri, diversi branchi si fondono tra loro. In questo fervore di migliaia d’individui, hanno luogo le parate nunziali, che possono durare anche diverse settimane. I maschi più forti compiono balzi fuori dall’acqua per far colpo sulle più giovani.

    Quando un maschio ha scelto la sua compagna, le si pavoneggia attorno con evoluzioni spettacolari, compie rincorse dritto verso di lei, per poi virare all’ultimo momento.

    A questo punto, i delfini si accarezzano. Il maschio struscia le pinne pettorali e la dorsale con il ventre della compagna, la tocca con il rostro e la morde delicatamente. Poi, la femmina, improvvisamente si allontana e il maschio la segue. I due delfini innamorati, cominciano così a compiere salti fuori dall’acqua e a correre per l’oceano, raggiungendo la straordinaria velocità di 60 km/h. Quando i due delfini si riavvicinano, la femmina si calma, si sdraia su un fianco e il maschio fa altrettanto.

    Sono le prime ore dell’alba. I due delfini innamorati si congiungono, s’immergono sott’acqua e nuotando insieme, si accoppiano. Questo momento dura pochi istanti, appena 15-20 secondi e avviene senza sussulti, né del corpo, né della coda.

    Le femmine possono unirsi a diversi maschi del branco e accoppiarsi per altri 14 anni, dal raggiungimento della maturità sessuale.

     

    Gravidanza

    Quando una futura mamma delfino giunge a metà gravidanza (stiamo parlando del sesto mese), si allontana un po’ dal resto del gruppo. Sceglie un’altra femmina, non gravida, che le faccia  da assistente e in sua compagnia, compie degli esercizi di ginnastica prenatale, flettendo la coda in su e in giù.

    Giunta al dodicesimo mese, mamma delfino è pronta per il parto. Il piccolo viene fuori dalla coda e in ultimo, anche la testa. A volte i neonati delfini presentano la stessa peluria che caratterizza i nostri neonati umani. Il parto di un delfino è singolo; viene al mondo un solo piccolo, lungo 70 cm. L’incidenza gemellare presenta probabilità analoghe a quella umana. La neomamma ruota rapida su sé stessa per recidere il cordone ombelicale.

    La sua assistente è stata vigile durante la gravidanza. Ora che la mamma sta partorendo, essa tiene lontani i maschi curiosi e si prepara ad assolvere i suoi fondamentali compiti sul piccolo. Sarà lei, infatti, la sua madrina; colei che per prima, lo solleverà fino a farlo emergere nell’atmosfera, per fargli prendere la prima boccata d’aria.

    Questo passaggio è molto delicato nei delfini, perché la loro respirazione non è involontaria, come per noi umani.  Essa va quindi imparata e al più presto. Questo comportamento con cui la madrina spinge in aria il piccolo per farlo respirare, viene spesso estesa, da parte dei delfini, anche ad altri animali. Jacques Cousteau raccontava di una femmina di delfino che aveva preso a cuore un cucciolo, morto di squalo e che,con molta pazienza, lo portava sempre su, per farlo respirare. Si rassegnò solo dopo molte settimane, quando la carcassa del cucciolo entrò in decomposizione. Molti casi in cui gli esseri umani in procinto di annegare, sono stati ricondotti in superficie da un delfino, fanno pensare anch’essi a questo caratteristico comportamento.

    Toccherà sempre alla madrina, inoltre, vegliare sul piccolo mentre la madre è a caccia.

     

    Allattamento

    Rientrato sott’acqua dal suo primo respiro nell’atmosfera, il cucciolo è pronto per l’allattamento. Questo momento è inframmezzato, poiché per ogni minuto circa di suzione, il piccolo ha bisogno di riemergere per respirare.

    La madre è dotata di due mammelle ai lati dell’apertura vaginale, capaci di emettere latte sotto pressione. La madre può comprimerle volontariamente, oppure lasciare che lo faccia il cucciolo, con dei colpetti di rostro.

    Il latte di delfino è denso e corposo. Ciò è dovuto al fatto che contiene molta meno acqua di quello umano. In compenso, però, è molto nutriente e ricco di grassi, che sono presenti in una percentuale del 50%, contro il 2-3% del latte materno umano e il 4-6% di quello vaccino.

    Il suo sapore non è molto zuccherato; è un latte dal sapore di pesce e questo non deve stupire: anche nella mamma umana, il latte assume il sapore di quello che ha mangiato.

    L’allattamento dura nove mesi, molto più di quanto ci mette un piccolo delfino ad emanciparsi dalla mamma e unirsi al branco per giocare. Tappa, questa, che avviene subito dopo i quattro mesi di età.

    Un delfino vive in media 30 anni.

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    Rapporto con l’uomo e cattività

    Quando ho parlato del rapporto di reciproco aiuto tra i delfini locali e i pescatori Imragen della Mauritania, ho illustrato un esempio di come si possa instaurare un rapporto poco invasivo, a tutto vantaggio dello stato d’animo del delfino e della sua libertà. Qui i delfini collaborano con l’uomo rimanendo immersi nel loro habitat naturale, liberi come natura li ha creati.

    La cattività turba questo equilibrio e questo benessere, poiché non sempre l’animale è in grado di accettare uno stato di prigionia, benché l’uomo si disponga con ogni mezzo a soddisfare le sue esigenze materiali.

    Bisogna capire che un animale ridotto a vivere in una vasca o in un acquario, osservato da tante persone e occhi indagatori, è un prigioniero alla mercè di tutti, oltre che un animale privato della sua stessa natura. Jacques Cousteau raccontava che anni fa, che l’acquario della California Accademy of Science ospitò un delfino che presto diede segni di malessere fisico. I suoi occhi spenti avevano  origine dal suo stato di prigionia, così come pure le perdite ematiche che portarono alla diagnosi inquietante di un’ulcera duodenale. Da quando però, fu schermata la finestra adibita alla visuale per i visitatori, il delfino cominciò poco a poco a riprendersi. Oggi sappiamo che le malattie ematiche dell’apparato digerente hanno, anche nell’uomo, origine da stati ansiosi e stress ambientali.

    Non dimentichiamo, tra le altre cose, che i delfini sono anche vittime di inutili stragi. I primi balenieri giapponesi spingevano con forza dei duri bastoni sulle fiancate delle loro imbarcazioni, per spingere i delfini nelle secche. Non parliamo poi, delle isole Faer Oer, al largo della Norvegia, dove ogni anno ha luogo un vera e propri mattanza di delfini.

    Mettiamo fine a queste sciagure e agli strumenti di morte con cui le mettiamo in opera: fiocine e addirittura cannoni! Basta con queste stragi e con queste forme di prigionia! Limitiamo la nascita di riserve idonee e acquari a quando una specie animale corre realmente il pericolo estinzione. E se possibile, garantiamo anche a questi animali un futuro di libertà, dove possano imparare entro tempi ragionevoli, a procacciarsi il cibo e reinserirsi nel loro habitat. (By Marina.celta)

      

    Sotto: un delfino comune in una scena del film Profondo Blu

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    Regno: Animalia

    Phylum: Chordata

    Classe: Mammalia

    Ordine: Cetacea

    Sottordine: Odontoceti

    Famiglia: Delphinidae

    Genere: Delphinus

    Specie: Delphinus delphis

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    September 04

    Salmone

    Pesci del film Profondo Blu
    Il salmone

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    Il salmone ha dato ai nostri occhi un’immagine di sé estremamente riduttiva. Siamo abituati a vederlo condito sulle nostre tavole, eppure dietro questo animale c’è una storia di tenerezza e anche di suspence.

     

    L’aspetto fisico

    Il suo corpo è affusolato  e possente, perché deve affrontare le impetuose correnti sia dell’oceano, sia dei corsi d’acqua. La sua struttura è un concentrato di potenza: le pinne tra loro sono vicinissime per imprimere al nuoto la massima velocità.  Le pettorali sono subito dietro la testa e le pelviche molto avanzate, a metà corpo. Le sue forti mascelle sono dotate di denti, anche sul palato e sulla lingua. Il suo corpo può presentare una forma cilindrica, come nel salmone del Danubio, ma la sua testa è sempre appuntita. Le pinne pettorali sono forti perché durante le traversate, ha bisogno di forti slanci. La spina dorsale consente cicli di movimenti ondulati su un fianco e sull’altro; così il pesce si sposta in velocità. Il salmone, inoltre, è dotato di una pinna adiposa, tra la caudale e la dorsale.

    Durante il periodo della riproduzione, la livrea di molti cambia colore; dalle tonalità spente verdi e grigie, alle tinte sgargianti rosso e verde brillante.

     

    Specie e generi

    Ne esistono diversi generi. Il Salmo è quello più diffuso e comune, stanziato al Nord dell’Atlantico. L’Huco, invece, è il genere a cui appartiene l’Huco huco, o salmone del Danubio; una specie in pericolo di estinzione. L’ultimo genere e anche il più curioso e rappresentativo, è l’Oncorhynchus, diffuso nel Pacifico del Nord. Nel genere Oncorhynchus rientrano le specie del salmone rosso, del salmone rosa, ma soprattutto, del salmone più grande del mondo: il salmone reale (Oncorhynchus tshawytscha), che arriva a misurare un metro e mezzo di lunghezza e a pesare 60 kg! La sua pelle, in  corrispondenza del dorso e delle pinne dorsale e caudale, presenta una scura puntinatura.

    In questo articolo stiamo per vedere come i salmoni reali e tutti quelli appartenenti al genere Oncorhynchus, si preparano e affrontano un lungo e faticoso viaggio.

     

    Infanzia tra estuari e oceano

    Alla nascita il salmone reale lascia il fiume in cui è nato, per avventurarsi e stabilirsi nell’oceano. Spesso staziona lungo gli estuari, perché la differenza nel grado di salinità tra un corso d’acqua dolce e l’acqua salmastra dell’oceano, potrebbe provocargli uno stress ambientale e ucciderlo. Lungo gli estuari, che mettono in comunicazione l’uno e l’altro, il grado di salinità è presumibilmente medio e tale da consentirgli  una situazione di adattamento a entrambi. Oltretutto, essendo prossimo alla costa, presso un estuario si stanziano pochissimi predatori.

    Il salmone si nutre in prevalenza di pesci, ma non disdegna affatto invertebrati come vermi e molluschi e persino uccelli!

     

    Cambiamenti fisici dell’età riproduttiva

    All’età di 4-5 anni, quando il salmone reale è maturo per la riproduzione, hanno luogo una serie di mutamenti fisici. Il dorso si deforma verso l’alto creando una gobba. La livrea cambia colore e assume tonalità più vivaci. La mascella inferiore si allunga e si deforma sporgendo in altezza; da questo momento, il salmone non può più mangiare. Deve affrontare un lungo viaggio per la riproduzione ( insieme a tutto il dispendio di energie che ciò comporta) in totale digiuno, con il solo quantitativo energetico accumulato durante tutta la gioventù.

     

    Inizia il viaggio di risalita dei fiumi

    Giunta l’età riproduttiva, al salmone tocca mettersi in viaggio. E’ questa un’avventura davvero unica, in cui nessun altro animale acquatico sarebbe in grado di calarsi. Per riprodursi, il salmone ha un solo scopo: tornare al corso d’acqua in cui è nato.

    Per rintracciarlo si fa aiutare dalla luce del sole, durane il tratto di viaggio nell’oceano. Ma quando giunge presso l’estuario e si accinge  risalire controcorrente il fiume, si fa invece aiutare dall’odore e dal campo magnetico che agisce sugli ioni dell’acqua. Una caratteristica davvero singolare, grazie a cui riesce a riconoscere con estrema efficienza, le acque che gli diedero la vita. Il cammino, però, è faticoso e denso di pericoli; pochissimi tra i salmoni che hanno intrapreso il  viaggio, giungeranno a destinazione.

     

    La sfida delle cascate

    Nel loro viaggio controcorrente, il più grande ostacolo da affrontare sono le cascate. Alcune scendono docili lungo il pendio, ma altre precipitano a strapiombo, in verticale, causando quelle numerose turbolenze nell’acqua, che fanno annegare e frantumare qualunque cosa contro il fondale. In entrambi i casi, il salmone è costretto a risalire la cascata compiendo un potente salto. Anche i suoi movimenti, che lo aiutano ad acquisire velocità, giocano un ruolo importante. Basti pensare che per saltare una cascata di tre metri controcorrente, gli occorre raggiungere una velocità di 30 km orari!

    Non tutti i tentativi di saltare in cima alla cascata, vanno però a buon fine; i salmoni che ricadono in acqua ci riprovano più e più volte, finché alcuni, stremati e lesi, alla fine non ce la fanno  e soccombono.

    Quello che cambia, invece, tra quando deve affrontare una cascata ripida e una docile, è il punto in cui il salmone spicca il salto. Come vediamo dalla chiarissima illustrazione qui sotto, tratta dall’Enciclopedia degli Oceani di Jacques Cousteau, una cascata ripida, sulla sinistra, richiede che il salmone compia il salto alla base di essa. L’acqua che precipita creando turbolenze, tende a risalire. Il salmone sfrutta questa forza di risalita verso l’alto per aiutarsi nello slancio. Solo così può raggiungere e superare la cima della cascata.

    Ma quando il pendio è docile, come vediamo sulla destra, il salmone che ha accumulato una certa forza viaggiando controcorrente, spiccherà un salto spontaneo non più alla base, ma in cima alla cascata. Lo si vedrà guizzare in aria e torcersi lateralmente per fenderla, dopo di che, piomberà di nuovo sull’acqua e proseguirà il tragitto.

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    La riproduzione

    E così siamo giunti alla fine del viaggio. Numerosissimi salmoni reali si trovano ora esattamente dove, quasi 10 anni prima, si trovavano i loro genitori. Anche loro, in questo fondale ghiaioso, deporranno le uova e metteranno al mondo i piccoli. La femmina sceglie un punto in cui scavare tra la ghiaia  e nascondere le proprie uova. Quelle del salmone reale sono tantissime; tra le 3000 e le 14000. I maschi compiono delle danze procaci dai movimenti spiccatamente tortuosi e vibranti per mettersi in evidenza. Ma la femmina, per istinto, sceglierà quello più enorme, perché ispira una maggiore probabilità di sopravvivenza trasmissibile alla prole. Il maschio prescelto avrà l’onore di posizionarsi sul cumulo di uova e fecondarle col suo liquido seminale. Poi la femmina andrà a ricoprirlo.

    Del numero di uova non deve stupirci quanto sia grande, ma al contrario, quanto sia piccolo! Altri pesci ne depongono addirittura milioni. Molte di esse, infatti, non ce la fanno a schiudersi, perché divorate dai predatori, oppure rinsecchite dal contatto con i raggi del sole sulla superficie dell’ acqua. Nelle acque riparate e limitate dove si riproduce, però, le temperature sono miti e il salmone deve vedersela con pochissimi predatori, come ad esempio gli orsi. Per questo, il numero di uova deposte è comunque enorme, ma sempre minore rispetto ad altri pesci che hanno la sfortuna di una vita più “pericolosa”.

     

    Invecchiamento e degenerazione finale

    A questo punto della riproduzione, però, accade qualcosa di tragico e sconvolgente.

    Dopo la deposizione e la fecondazione delle uova, il salmone degenera precipitosamente in uno stato d’irreparabile e irreversibile invecchiamento. Jacques Yves Cousteau dice che nei 15 giorni che seguiranno, il salmone invecchierà con i ritmi che ci mette l’uomo ad invecchiare in 40 anni!

    Le prime forme di degenerazione sono di carattere cardio-circolatorio. Le arterie s’induriscono, s’ispessiscono le coronarie, il sangue circola con sempre maggiore difficoltà, finché persino la carne si colora di un grigio-biancastro anemico. La pelle si squama e si sfalda. Ancora Jacques Cousteau, col suo equipaggio della Calypso, racconta di aver incontrato esemplari che avevano perso persino la coda!  Le ossa perdono durezza e diventano cartilaginee. La gobba s’infittisce e alcuni organi interni, come il fegato, si gonfiano a dismisura. Il salmone perde tutte le sue difese immunitarie e diventa preda di ogni sorta d’infezione, soprattutto fungina, dato il perenne contatto con l’acqua.

    In questo veloce processo d’invecchiamento, il salmone prepara la strada per la sua fine. Corroso in ogni parte del suo corpo, dopo meno di un mese muore.

    La natura è stata abbastanza clemente da risparmiare questa fine tragica al genere dei Salmo, di cui fa parte anche il nostro comunissimo salmone atlantico. Loro potranno continuare a far ritorno ai luoghi di riproduzione e a procreare, ogni anno, sempre nello stesso posto.

    Ma la morte del salmone Oncorhynchus, giunge provvidenziale per tutti gli altri salmoni che potranno così sopravvivere, nutrendosi della sua carne ormai priva di vita. Un esempio di cannibalismo nobile, dove una creatura da vita a un’altra mediante una parte di sé.

    Dalla nascita di un salmone reale in queste acque, fino alla sua morte improvvisa, sono trascorsi quasi dieci anni. (By Marina.celta)

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    Jacques Cousteau, al centro col berretto rosso, osserva i salmoni con alcuni membri dell'equipaggio della Calypso (Enciclopedia degli oceani)

    Regno: Animalia

    Phylum: Cordata

    Classe: Osteichthyes

    Ordine: Salmoniformes

    Famiglia: Salmonidae

    Genere: Oncorhynchus

    Specie: Oncorhynchus tshawytscha

     

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    September 03

    Manta gigante

    Manta gigante

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     Osservando questo animale, si ha l’impressione di avere davanti un immenso aquilone, che al posto del cielo, si libra nello spazio liquido del mare aperto con le sue ali. E’ infatti a questo che assomigliano le sue pinne pettorali di forma romboidale: alle ali di un aquilone. La manta (Manta birostris) è la specie tra le razze, di dimensioni e peso maggiori; la sua apertura alare raggiunge i 6 metri e addirittura gli 8. Il suo peso si aggira intorno ai 1500 kg! Un animale mastodontico!

     

    Caratteristiche fisiche

    Il disco è romboidale, la coda breve e priva di aculeo. La bocca è al vertice del muso e non arretrata e ventrale, come negli squali.

    Il nome curioso di birostris, attribuito alla sua specie, è dovuto a due estensioni dette pinne cefaliche, proprio perché sporgono dai lati della sua testa. Se ne serve per convogliare l’acqua e le prede (ossia i pesci e i minuscoli crostacei planctonici di cui si nutre), all’interno dell’enorme bocca. Quando non le occorre l’impiego dei lobi cefalici (o pinne cefaliche), questi sono ripiegati a spirale. La loro presenza simile a un paio di appendici corniformi, ha fatto nascere il nome volgare di “pesce diavolo” con cui viene denominata la manta.

    Le pieghe morbide che ha intorno e all’interno della bocca, servono a sospingere il cibo in gola. Inoltre, proprio nella gola, hanno sede alcune protuberanze spinose, in grado di trattenere il cibo finché non potrà essere ingoiato. Questa caratteristica serve ad evitare che s’intasino le branchie.

    Il suo colore è grigio-nero sul dorso e bianco sul ventre, che presenta un’alternanza netta di chiazze chiare e scure. Su questa livrea variopinta, una sostanza mucosa. Tra le razze, infatti, solo dasiatidi e rajdi possiedono i dentelli dermici. Le altre famiglie, in cui rientra anche la manta, hanno la pelle uniforme e cosparsa di questo muco che le rende scivolose e smorza l’attrito con l’acqua.

    La manta ha diverse caratteristiche in comune con gli squali, alcune di carattere fisico, altre comportamentale. Come gli squali è priva di vescica natatoria e quindi impossibilitata a galleggiare spontaneamente. I comuni pesci che la possiedono, sono in grado di galleggiare poiché essa  è piena di gas e di olio e come sappiamo, l’olio ha un peso inferiore a quello dell’acqua. Rispetto agli squali, però, le mante sono avvantaggiate per la strabiliante mobilità delle loro pinne pettorali. In esse, infatti, ha sede il movimento.

     

    Il movimento in acqua

    La consistenza muscolare della manta assume un ruolo di minore importanza in confronto a queste grandi ali e al movimento che assumono.

    La manta avanza con movimenti orizzontali della coda e movimenti verticali delle pinne pettorali.

    Per ogni ciclo di movimenti, il corpo si solleva quando le pinne pettorali si abbassano e si abbassa quando le pinne pettorali si alzano.

    Lo spostamento in avanti è dato da ondulazioni verticali a balza, che procedono dalla testa alla coda. Per lo spostamento all’indietro, invece, accade il contrario e queste ondulazioni procedono dalla coda alla testa.

    Se una manta agita una sola pinna pettorale tenendo immobile l’altra, produce lo stesso moto di una barca con un solo remo; ruota su sé stessa. Il suo volo può anche compiere virate laterali improvvise e dietro front per sfuggire agli attacchi degli squali. Ma se il volo di un uccello gli permette di muovere entrambe le ali in questa evoluzione, la manta può muoverne una sola.

    Ma questa è un carenza di ben poco conto; siamo di fronte a un dinamismo così potente e perfetto, che le mante sono in grado persino di nuotare in mezzo al fango!

     

    Aggregazione e comportamento riproduttivo

    Come gli squali, anche la manta è un animale solitario che al massimo, si raduna in gruppi di pochissimi individui. Può popolare sia il mare aperto che la costa, nutrendosi dei crostacei planctonici come di quelli più comuni e di pesci pelagici.

    Ama la solitudine e si unisce a un branco solo al sopraggiungere della stagione degli amori.

    Come accade negli squali, possono formarsi sparuti gruppi con membri dello stesso sesso, o che a caccia, si lascino anche loro prendere dalla frenesia alimentare propria degli squali.

    Essendo la manta una razza, non dobbiamo dimenticare che in fondo, le razze sono dei selaci esattamente come gli squali e non deve stupirci, quindi, che abbia alcuni comportamenti comuni a questi feroci predatori.

    Come loro, le mante si accoppiano in modo violento, con spinte e morsi e mettono al mondo piccoli vivi, perfettamente formati. Con l’unione ventre-ventre, o dorso-ventre, il maschio penetra l’apertura genitale femminile, la cloaca, con un paio di sporgenze dette pterigòpodi, che costituiscono l’organo sessuale maschile.

    Da questa momento, un numero massimo di uno o due piccoli, si formerà nell’ovidotto materno. Il piccolo crescerà assorbendo le sostanze nutritive del sacco vitellino in cui è racchiuso, finché non sarà pronto al parto e a venire alla luce. Quando questo avverrà, la madre lo espellerà in aria, durante i suoi salti di 1 o 2 metri fuori dall’acqua.

     

    Rapporto con altri pesci e con l’uomo

    Pur essendo un animale solitario, la manta non respinge la presenza di pesci parassiti come le remore, che si stabiliscono davanti alla sua bocca, sia per ripulirla dai residui di muco e cibo, sia per divorare i pesci che si sollevano dal fondale, messi in fuga dal passaggio della manta.

    Il rapporto con l’uomo, però, non è scontato allo stesso modo. Quando alcune mante hanno temuto una cattura, sono state in grado di demolire in pochissimi attimi un’intera imbarcazione! Benché esista l’eventualità che non respingano l’approccio umano, è comunque meglio non sfidare la sorte e lasciarle con la loro amata solitudine.

    Molti pescatori raccontavano che le mante uccidevano i sub stritolandoli tra le ali. I cubani le temono, poiché ritengono abbiano poteri ipnotici e siano capaci di gettarsi fuori dall’acqua per attaccare i pescherecci.

    Non dimentichiamo, però, che l’uomo ha ridotto anche questo animale a un oggetto di pesca sanguinaria e per gli scopi più inutili.

     

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    Regno: Animalia

    Phylum: Cordata

    Classe: Condrichthyes

    Sottoclasse: Elasmobranchii

    Superordine: Batoidea

    Ordine: Myliobatiformes

    Famiglia: Dasyatidae

    Sottofamiglia: Myliobatidae

    Genere: Manta

    Specie: Manta birostris

     

    September 02

    11 Settembre 2001; l'Apocalisse sulla rotta di quattro aerei

    Pensieri soggettivi (di Marina.celta)

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    Settembre è arrivato ed ogni anno, continua a portare con sè il ricordo di una strage consumata sotto i nostri occhi. L’Undici Settembre. Il ricordo di questo giorno non deve sbiadire, ma continuare.

    Non dimenticate.

    Non dimenticate che abbiamo avuto davanti lo stesso orrore di un film. Ma vero.

    Non dimenticate che abbiamo visto persone lanciarsi da quei grattacieli nell’ipotesi che potessero avere salva la vita.

    Non dimenticate che abbiamo visto anche gente, dalla parte opposta della terra, scendere per le strade e gioire ed esultare per questa sciagura. Donne con il velo che sollevavano le braccia al cielo e ringraziavano il loro dio per la morte di gente innocente e uomini che si sono radunati nei bar come se avessero qualcosa da festeggiare.

    Non dimenticate che quando osservavamo le foto della gente dispersa su quei muri, abbiamo osservato tanti volti di persone che non c’erano più.

    Non dimenticate la paura che abbiamo avuto per la prima volta sul futuro che stiamo lasciando ai nostri figli. Un futuro senza pace, né concordia, dove ogni cosa si conquista e si difende con la morte di chi non ha nessuna colpa.

    Non dimenticate questo giorno e quando arriverà, dedicategli la vostra memoria ogni anno, come la dedicate a una ricorrenza di famiglia.

    Non dimenticate l’Undici Settembre.

     

    Per non dimenticare l’Undici Settembre, ho ritrovato fra le mie cose, un piccolo frammento del quotidiano “il Mattino”, pubblicato il 12-09-2001. Per non dimenticare, rivediamo in questo articolo di Paola Del Vecchio, tutte le fasi concitate e agghiaccianti passo dopo passo, di quella che è diventata una triste e sconvolgente pagina di storia. (by Marina.celta)

     

    Ore 14:45 italiane (8,45 locali). Un aereo di linea decollato da Boston, un Boeing 767 delle Americans Airlines, si schianta contro una delle torri gemelle del World Trade Center, a Manhattan. In tanti, sulle prime, pensano a un incidente, sebbene quella zona sia completamente fuori dalle rotte aeree. New York viene scossa da un enorme boato, mentre le fiamme avvolgono gli ultimi piani del grattacielo.

     

    Ore 15:05. Un secondo aereo di linea delle United Air Lines, anche questo partito da Boston e poi dirottato, si schianta  contro l’altra Twin Tower. Questa volta la scena è ripresa indiretta dalle telecamere della Cnn e non ci sono dubbi: il velivolo è piombato come un proiettile contro l’edificio, nel cielo azzurro e senza che fosse stata annunciata alcuna emergenza.

     

    Ore 15:15. Il sospetto che si tratti di un attacco kamikaze viene confermato dalle prime notizie in arrivo da Washington: l’Fbi indaga sulla possibilità che si tratti di due atti di terrorismo e su un allarme dirottamento raccolto poco prima dell’impatto.

     

    Ore 15:28. Fonti del governo Usa confermano: si tratta di un attacco agli Usa. Il più grave e impensabile sferrato contro la nazione. New York è nel panico. Vengono evacuati la borsa del Nymex e il New York Mercantile Exchange, la Borsa della City. Wall Street rinvia l’apertura del mercato. La polizia evacua l’intera zona a sud di Manhattan. Mentre le torri gemelle ardono avvolte da sinistre colonne di fumo nero e la polizia lancia l’allarme per un terzo aereo che si starebbe dirigendo sulla zona.

     

    Ore 15:44. Il presidente Gorge W. Bush in diretta tv parla di tragedia nazionale, assicura che “il terrorismo non prevarrà”, poi, temendo nuovi attentati alla sua incolumità fisica, sale sull’Air Force One da dove continuerà a dirigere le operazioni per la sicurezza nazionale.

     

    Ore 15:45. Viene evacuata la Casa Bianca. Alla stessa ora una densa colonna di fumo si leva dal Pentagono, colpito nell’ala ovest, sede delle unità operative dell’esercito, da un terzo aereo kamikaze non meglio identificato.

     

    Ore 15:47. Non cessa la minaccia terroristica. Evacuati anche il Dipartimento del Tesoro e il Capitol Hill, la sede del Congresso americano.

     

    Ore 15:48. Un incendio avvolge nelle fiamme il Mall di Washington a pochi metri dalla Casa Bianca. Ormai l’America è in preda al panico e all’angoscia, mentre da New York rimbalzano le immagini di una metropoli da day after, con decine di persone che cercano la salvezza tentando di lanciarsi dalle torri in fiamme trasformate in un inferno di cristallo. I morti e i feriti sarebbero migliaia, ma nell’emergenza che travolge gli ospedali è impossibile qualsiasi stima, anche provvisoria. Paralizzate le strade, chiusi i ponti e bloccati i tunnel di accesso all’isola, l’unica via di scampo è a piedi, tra le ambulanze e i mezzi dei 50mila poliziotti schierati in campo dal sindaco Rudolph Giuliani.

     

    Ore 15:53. Scoppia un incendio al Dipartimento della Difesa, che viene fatto evacuare. Nello stesso momento giunge la notizia che la  Federal Aviation Administration, l’autorità usa dell’aviazione civile, ha chiuso tutti gli aeroporti del paese e dirottato in Canada i voli in arrivo.

     

    Ore 16:00. Le immagini inviate dalla Cnn mostrano le sinistre ferite provocate da un’enorme esplosione in una delle torri gemelle. Il personale in forza negli uffici dell’Onu viene fatto scendere per precauzione nel sottosuolo.

     

    Ore 16:03. Si diffonde la notizia di una rivendicazione dell’attentato da parte del Fronte democratico per la liberazione della Palestina. La notizia viene smentita seccamente e, da lì a un’ora, sarà lo stesso Arafat a condannare pubblicamente l’attacco contro gli Stati Uniti.

     

    Ore 16:05. Evacuati anche il grattacielo Sears a Chicago e il Center for Desease Control and Prevention di Atlanta. Fonti della Difesa confermano che è scattato l’allarme delta, e che gli Stati Uniti si preparano al peggio, a un attacco terroristico con armi biologiche. L’America è attraversata da un unico brivido di terrore.

     

    Ore 16:07. Si sbriciola la torre sud del World Trade Center, la seconda colpita dall’attacco kamikaze. L’immagine, terrificante, è di un’immensa onda d’urto di fumo e detriti che, sollevata dal crollo, insegue i soccorritori e i passanti che cercano scampo nella fuga.

     

    Ore 16:27. Sgomberato per precauzione anche il palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York. La città non regge l’onda d’urto dei feriti che vengono dirottati negli ospedali del New Jersey e di Staten Island.

     

    Ore 16:35. L’Associated Press rilancia la notizia, poi smentita dell’esplosione di un’autobomba al Dipartimento di Stato.

     

    Ore 16:49. Rimbalza l’allarme per un altro aereo dirottato che punterebbe sulla Casa Bianca. Dal Pentagono vengono fatti alzare gli F16, i caccia per intercettare i velivoli “nemici”.

     

    Ore 17:01. A Washington crolla parte del Pentagono. Un minuto dopo, viene giù anche al seconda torre gemella del World Trade Center. I simboli di New York sono ormai cancellati, rasi al suolo per sempre. E’ l’immagine dell’immane tragedia che si è abbattuta sugli Stati Uniti.

     

    Ore 17:16. Evacuato per precauzione anche il quartiere generale della Cia, mentre l’ente di sicurezza del volo americano conferma la caduta di un aereo vicino a Pittsburg, un 747 diretto a Chicago, in Pennsylvania. Forse era il “missile” puntato sul Pentagono e non è certo se sia precipitato per la colluttazione tra piloti e dirottatori oppure sia stato abbandonato. Sono diversi gli aerei non identificati che vengono dati lontani dalle rotte da fonti militari americane e si teme siano in mano ai dirottatori suicidi.

     

    Ore 17:54. Il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, fa evacuare Lower Manhattan, parlando di “orrenda” perdita di vite umane. Le voci che si susseguono incontrollate parlano di diecimila vittime. Si susseguono gli appelli a donare il sangue per le centinaia di feriti.

     

    Ore 17:27. American Airlines conferma che due suoi aerei risultano dispersi.

     

    Ore 17: 29. United Airlines conferma che un suo aereo è precipitato vicino a Pittsburg e che un secondo aereo è caduto senza precisare dove. In tutto i velivoli precipitati delle due compagnie sono quattro.

     

    Ore 17:45. Il governo dei Talebani, attraverso il suo ambasciatore in Pakistan, fa sapere di essere estraneo agli attentati e condanna formalmente l’aggressione agli Usa.

     

    Ore 17: 46. Wesley Klark, ex comandante Nato in Europa avverte: “ Potrebbe non essere finita. E’ accaduto l’impensabile. Ora il piano è portare il presidente Bush in un luogo sicuro”.

     

    Ore 18:00. In Florida chiude Disneyland.

     

    Ore 18.24. Israele  chiude il proprio spazio aereo mentre in Cisgiordania palestinesi festeggiano per l’America in ginocchio.

     

    Ore 18:52. Due navi da guerra incrociano il porto di New York mentre un reggimento di fanteria viene spostato a  Washington.

     

    Ore 20:26. Fonti autorevoli statunitensi attribuiscono la responsabilità degli attentati a terroristi legati allo sceicco Osama Bin Laden.

     

    Ore 21:10. Un altro edificio del World Trade Center è in fiamme e sta crollando.

     

    Ore 21:17. Il presidente Bush atterra in Nebraska nella base aerea di Offutt dove c’è la sede del comando strategico dell’aviazione militare. Un portavoce della Casa Bianca ha fatto sapere che la First Lady Laura e le due figlie del presidente Barbara e Jenna  sono state condotte in un luogo sicuro, mentre vengono chiuse le frontiere con Messico e Canada. Il gigante americano è ferito a morte e isolato.

     



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